Una campagna elettorale senza cattivi

Viste da una prospettiva più ampia, le elezioni italiane del prossimo 4 marzo chiudono un biennio di appuntamenti elettorali cruciali per gli equilibri della parte occidentale del mondo: Regno Unito (referendum Brexit + elezioni a sorpresa), Stati Uniti (Trump), Francia (Macron) e Germania (Merkel?). È vero, il nostro Paese – dal punto di vista del peso nelle dinamiche globali – non regge il confronto con nessuno di questi, eppure il nostro voto sarà seguito con una certa apprensione anche all’estero. La riprova sta nell’insistenza con cui leader e giornali europei parlano dei rischi di vittoria di un fronte politico euroscettico. L’arrivo al governo di una o più forze in qualche modo contrarie all’integrazione europea metterebbe in pericolo il progetto comunitario, che già di per sé non se la passa benissimo.

Questa modo di vedere le cose, però, credo sia figlia di una piccola illusione ottica, che distorce la visuale di chi ci osserva dall’esterno.

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Il mondo è in mano ai pazzi o forse no

Nel suo discorso di capodanno, il presidente della Repubblica nordcoreana Kim Jong-un ha aperto al dialogo con i nemici storici della Corea del Sud e in un successivo incontro, lo scorso 9 gennaio, si è accordato con Seoul per consentire a una coppia di pattinatori nordcoreani di partecipare alle olimpiadi invernali, in programma a febbraio nella parte meridionale della penisola.

L’apparentemente improvvisa ragionevolezza di Kim non coincide con l’immagine che il dittatore nordcoreano ha dato di sé negli ultimi anni. Quella di un leader impulsivo e irrazionale, dal missile facile e poco propenso al dialogo e al compromesso. Si potrebbe dire un Donald Trump orientale, per temperamento. Non a caso da quando quest’ultimo ha conquistato la Casa Bianca, la tensione tra i due Paesi sembrerebbe salita. Quasi non passa giorno senza che non volino missili (verbali). Sparati da Twitter, da un lato, e dalla macchina propagandistica del regime, dall’altro. In questo costante fuoco incrociato di minacce, nomignoli rifilati all’avversario e gradassate varie quello che rischia di perdersi è il senso complessivo della storia. Con lo scontro retorico che, da elemento della notizia, diventa la notizia.

A noi comuni mortali resta la sensazione di capirci poco, oltre che una vaga ansia. Che ci deriva dal presentimento che il destino del mondo dipenda dall’umore di due uomini dal carattere instabile. Quando in realtà non è così, per lo più.

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Nessuno sa cosa siano – davvero – le fake news

Craig Silverman ha scritto di essersi pentito per aver inventato, nel lontano 2014, l’espressione fake news. Nell’articolo – confessione pubblicato su Buzzfeed, il giornalista ripercorre la storia e le disavventure di un’espressione che ha segnato il 2017 finito pochi giorni fa e che (temo) avrà un ruolo da giocare anche nel futuro prossimo.

Fake news. La traduzione italiana letterale è notizie false. Apparentemente è un concetto cristallino, semplice al punto di non aver bisogno di troppe spiegazioni. Sfortunatamente, ognuno ha la propria personale idea di cosa si stia parlando. Succede spesso, con i concetti semplici. Un po’ perché falso è il contrario di vero e da qualche tempo pensiamo che la verità sia relativa (ma questa è un’altra storia), un po’ perché ognuno di noi pensa che nessuno, ma proprio nessuno abbia il diritto di dirci cosa sia vero e cosa sia falso e quindi “fake news sarà lei” e un po’ (tanto) perché i politici letteralmente di mezzo mondo hanno iniziato a usarla come arma retorica da usare contro gli avversari. Relativizzandola, inevitabilmente.

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Bilanci e propositi

Quello che state leggendo è senz’altro l’ultimo articolo di questo blog per il 2017. Senza troppa fantasia, ho deciso di dedicarlo a un bilancio di quello che è stato il 2017 e a un tentativo di messa a fuoco di quello che ci aspetta nell’anno che inizia dopodomani. Dal punto di vista degli argomenti che interessano Occhiali Spessi ma anche, per una volta, di questo stesso blog.

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Il tax bill di Trump, tra sogni reaganiani e avvertimenti all’Europa

Donald J Trump è diventato presidente degli Stati Uniti grazie alla vittoria elettorale in stati operai e tradizionalmente democratici come il Michigan e il Wisconsin. Stati in cui la vittoria di Hillary Clinton era data per scontata al punto che nessuno dei due candidati vi investì troppe risorse durante la campagna, l’una dandoli per acquisiti, l’altro (forse) per persi. Nel discorso della vittoria, Trump dirà poi che “gli americani dimenticati non lo saranno più”.

La strana alleanza tra il miliardario newyorkese e la classe operaia dell’America profonda fece nascere il mito di un Trump campione dell’America di serie B, povera o quantomeno impoverita dalla crisi e dalla globalizzazione, arrabbiata e tradita da un partito democratico – quello di Obama e Clinton – incapace di darle risposte soddisfacenti.

Parte della stampa disegnava, allora, l’immagine di un repubblicano atipico, apparentemente più amato dalla gente (o meglio dalla “sua” gente) che dall’establishment politico, economico e finanziario. Dopo quasi un anno di effettiva amministrazione Trump, possiamo dire che quel disegno non corrisponde alla realtà. Wall Street va a gonfie vele e anche il mondo dell’economia sembra tutt’altro che turbato dall’attuale inquilino della Casa Bianca.

Più altalenante – è vero – è stato il rapporto con il mondo politico, in particolare il suo stesso partito, quello repubblicano. Il mancato repeal dell’Obamacare, tra i punti forti della campagna elettorale dell’ex conduttore di the apprentice, è stato causato da alcune defezioni tra le fila amiche.

Questa settimana, però, il congresso controllato dai repubblicani ha votato per un enorme taglio delle tasse, in piena sintonia con la Casa Bianca. Anche questa misura, assolutamente in linea con la più classica storia repubblicana, era tra i punti del programma elettorale di Trump.

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L’Europa “dei padri fondatori” non esiste

Nelle rare e fortunate volte in cui un nostro esponente politico si avventura a parlare di politiche europee, si sente spesso dire che sarebbe opportuno ritornare a un’idea originaria e primordiale di Europa, a quella visione dei “padri fondatori” che decenni di grigia contabilità e burocrazia avrebbero in qualche modo tradito. Il problema è che questa idea, questa visione, non esiste. O meglio, ne esistono diverse.

È sufficiente studiare, macché, leggere la storia dell’integrazione europea nel secondo dopoguerra per rendersene conto. I cosiddetti “padri fondatori” non erano un gruppo di amiconi che la sera si ritrovava in birreria per discutere di come fondare l’Europa. Erano avversari politici, con idee diverse, anche radicalmente. Senza contare che, oltre ai gruppi transnazionali, ognuno con il proprio progetto di integrazione europea nel cassetto, c’erano gli interessi spesso in concorrenza dei singoli stati, che nella pratica si riveleranno ben più incisivi delle idee di qualunque padre fondatore.

Con questo articolo, voglio provare a smascherare l’inconsistenza quantomeno verbale di chi dice di augurarsi un ritorno all’Europa “delle origini” o “dei padri”, fornendo un quadro spero il più possibile chiaro delle idee e dei protagonisti che animavano il dibattito in quegli anni che vanno sostanzialmente dal primo al secondo dopoguerra. Che costituivano un insieme molto meno omogeneo di quanto si possa pensare.

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I nomi dei partiti italiani

Assumiamo come un dato di fatto l’idea che la politica italiana sia qualcosa di complicato. Spesso non la capiamo noi, figuriamoci chi la osserva da fuori. Ma ci siamo mai chiesti il perché?

Io non l’avevo mai fatto, fino a qualche giorno fa, quando una possibile spiegazione mi è apparsa, improvvisa e geniale. Il problema sono i partiti. Non perché sono tanti, come si sente dire. Ma per come si chiamano. Non si capisce cosa vogliano dire, coi loro nomi, a chi parlino e cosa vogliano ottenere. Il fatto poi che nascano, si scindano, si fondino e muoiano a ciclo continuo non aiuta a fare chiarezza.

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Le fake news sono un pericolo per la democrazia?

Venerdì scorso ho partecipato a un seminario all’Università di Genova, intitolato “Understanding disinformation: strumenti e tecniche per il giornalismo”. Ospite d’onore Maksymilian Czuperski, giovane direttore di un centro di ricerca dell’Atlantic Council specializzato in caccia alle fake news. Se cercate il suo nome su Google capirete presto che non si tratta dell’ultimo arrivato. Ci ha parlato dell’effetto deleterio della disinformazione per le democrazie occidentali, delle campagne russe in Ucraina e in Siria e di cosa potrebbero fare i giornalisti al riguardo. Sull’incontro ho scritto un articolo per l’agenzia di stampa Aba News, di cui riporto qui le prime righe e il link per accedere alla lettura integrale:

«Usando i social media e le informazioni pubblicate in rete possiamo ricostruire crimini di guerra». Da un personaggio come Maksymilian Czuperski, giovane direttore del Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council di Washington, uno dei massimi esperti di disinformazione, che uno immagina come le spie dei film di Hollywood, parole così semplici fanno alzare il sopracciglio. E non solo perché Czuperski – 30 anni, polacco cresciuto in Austria, trapiantato negli Usa ed europeista convinto – è conosciuto come un implacabile cacciatore di fake news e troll in Rete, che considera un vero e proprio pericolo per la democrazia, protagonisti della disinformazione, pratica antica quanto il potere. Ma anche perché davvero nel lavoro quotidiano del Digital Forensic Research Lab che Czuperski dirige, sono paradossalmente proprio i social media e le informazioni pubblicate dagli utenti l’arma più efficace per smascherare i tentativi di rovesciamento della realtà da parte, ad esempio, di uno Stato coinvolto in un conflitto.

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I Malavoglia e la globalizzazione 

Recentemente mi è ricapitato tra le mani “I Malavoglia” di Giovanni Verga. Capolavoro della letteratura italiana ma anche, soprattutto, scoglio notevole sul percorso degli studenti medi e liceali da diverse generazioni.
Ho voluto rileggerlo, per vedere se con gli anni fosse arrivata la capacità di apprezzare maggiormente l’opera di quanto (non) avessi fatto a 14-16 anni. La risposta è ni, ma mi ha colpito molto la breve prefazione dell’autore.

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Guerra civile nel Partito repubblicano?

Il Partito repubblicano e il Partito democratico statunitense esistono rispettivamente dal 1854 e dal 1828. Forse non esiste al mondo sistema politico più stabile di quello americano, con sempre gli stessi due partiti al centro della scena, disturbati solo occasionalmente da terzi incomodi che mai sono riusciti a sopravvivere per più di una o due tornate elettorali. Tuttavia, il fatto che i nomi non siano mai cambiati non significa che i due partiti siano rimasti sempre uguali a loro stessi. Prendiamo il caso del Partito democratico. Ai tempi della guerra civile era il partito degli schiavisti, votato soprattutto negli stati del sud. Ancora negli anni ’60, i democratici del sud si opposero violentemente al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, con il governatore dell’Alabama George Wallace che proclamava “segregazione oggi, segregazione domani, segregazione per sempre”. L’approvazione del Civil Rights Act del 1964 da parte del presidente democratico (e del sud, per giunta) Lyndon Johnson segnò un punto di svolta. Il sud passò da blu (colore dei dems) a rosso (quello dei repubblicani). I democrats persero progressivamente la base conservatrice per diventare partito quasi egemone tra le minoranze etniche, fino all’elezione, nel 2008, del primo presidente afroamericano.

Tutto questo per dire che, oggi, potrebbe essere l’altro protagonista tradizionale della politica d’oltreoceano, il Partito repubblicano, a trovarsi in un momento di passaggio, al termine del quale potrebbe uscire profondamente cambiato rispetto a com’era prima. E se state pensando a Trump, no, la cosa è un po’ più complessa di così.

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