L’insostenibile leggerezza della mafia grillina

Due giorni fa abbiamo ricordato il ventiduesimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari. Uccisi dalla mafia, quella vera.

Non certo quella affascinante descritta da Alessandro Di Battista, aitante deputato del Movimento Cinque Stelle, che intervistato lunedì scorso da Mentana ha proclamato: “la mafia è Civati che sta in un partito che non gli piace, la mafia è Cuperlo che cita Berlinguer e poi vota le porcate del suo partito, dopo un anno di parlamento ho capito che la mafia è tutto il sistema”. Punto. Sguardo sicuro e voce che non tentenna nemmeno un secondo nell’accostare la parola “mafia” ai nomi di Civati e Cuperlo, che poi ha definito “brave persone” (e menomale vah…) solo intrappolate in un pessimo partito.

Dichiarazioni passate sotto silenzio, ma secondo me gravi più di molte altre raccontate e ripetute allo sfinimento. Dichiarazioni che sono espressione di un pensiero debole, superficiale e qualunquista, benché espresso con toni bassi e beneducati, lontani da quelli di Beppe Grillo. Usare un termine come mafia a sproposito significa banalizzare un problema complesso, che macchia la coscienza della nostra nazione col sangue di chi la mafia l’ha combattuta concretamente, e che soffoca interi settori della nostra economia. Mettere tutto ciò sullo stesso piano di un tuo avversario politico può essere una buona mossa elettorale nel breve periodo, ma rischia innescare un gioco pericoloso, perché anche le parole che si usano hanno un loro peso.

Certo, di parole in questa campagna elettorale se ne sono usate troppe, anche se pochissime riguardo all’Europa. Ogni volta che l’incauto giornalista di turno ha provato a spostare l’attenzione sulle tematiche europee, il lesto politico di turno si è affrettato a scappare dall’argomento. Lo stesso Di Battista nel corso della già citata intervista ha liquidato la questione con poche battute. L'”esperto di questioni internazionali” (così è definito) ha proposto di “minacciare” (si, ha detto così), i paesi che possiedono il nostro debito (i soliti cattivoni francesi e tedeschi) che noi si esce dall’euro se non si fa come si vuole noi. Facile, no?

Ma alzi d’altronde la mano chi in un qualsiasi talk-show ha sentito parlare esaurientemente di trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, della questione ucraina, di modalità di pagamento del debito, di mercato del lavoro europeo o di autosufficienza energetica. Tutto liquidato in una manciata di #hastag, come se tutto ciò non ci riguardasse. Ma tutto ciò pesa eccome, che ci piaccia o no. Pesa di più delle nostre beghe casalinghe, delle nostre zuffe tra larghe intese e grillini, del nostro scandalizzarci davanti a chi minaccia di vivisezionare Dudù, dei nostri insulti. Citando Crozza, durante questa campagna elettorale più che di Schulz e Juncker si è parlato di Hitler. C’è il rischio che qualcuno voti per lui.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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