La zappa sui piedi

Al vertice Asia-Pacifico di due giorni fa Barack Obama ha detto ai leader di Russia, Cina e Giappone che gli Stati Uniti favoriranno l’apertura dei mercati a livello globale, ma non la “corsa al ribasso” sui diritti. Oggi il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker si è presentato alla stampa per giustificare gli accordi che il suo Lussemburgo ha concluso numerose imprese, che hanno di fatto reso possibile un imponente rete di elusione fiscale. C’è qualcosa che stride tra questi due fatti.

L’elusione fiscale è uno degli effetti malefici della globalizzazione. In assenza di leggi al riguardo, con semplici spostamenti di capitale o di sedi fiscali in paesi dalla tassazione bassa, colossi che fatturano miliardi all’anno versano alle casse dello stato ospitante cifre irrisorie, o non ne versano affatto. Clamoroso il caso della Apple, che spostando la sede fiscale in Irlanda avrebbe risparmiato circa 74 miliardi di tasse nel triennio 2009-2012, senza esportare nell’isola dei trifogli benefici né tantomeno posti di lavoro. L’Irlanda è uno dei tanti paradisi fiscali europei, come il Lussemburgo amministrato per 18 anni da Juncker. Il fisco ultra-leggero di questi stati è un boccone troppo invitante per aziende globali come la Apple, il cui comportamento in base alle leggi attuali risulta del tutto legale. Il caso Apple è finito sotto la lente dell’Ue in quanto “aiuto di stato” (quelli si, vietati dal regolamento comunitario) ricevuto dall’Irlanda.

Un obiettivo anti-elusione a lungo termine dell’Unione è l’armonizzazione fiscale tra gli stati membri, che dovrebbe porre fine all’esistenza di veri e propri paradisi fiscali come l’Irlanda, il Lussemburgo, l’Olanda o l’Austria. Può guidare un processo del genere colui che da Primo Ministro del Lussemburgo avrebbe sottratto miliardi alle casse europee? No, hanno risposto con nettezza Bloomberg e altri media del mondo anglosassone, da sempre piuttosto ostile a Juncker. Lui dal canto suo non pensa a dimissioni, e la maggioranza che lo sostiene non sembra intenzionata a mosse a sorpresa.

C’è probabilmente molto di strumentale nelle accuse indirizzate al capo della Commissione, non si scopre certo oggi che il Lussemburgo sia un paradiso fiscale. La sfida della parificazione fiscale e la lotta all’elusione partono però con un ostacolo in più. Se può brindare il Regno Unito (sempre contrario a qualunque cosa vada oltre una collaborazione di tipo economico) e gli stati che da questa situazione traggono vantaggio, per chiunque aspiri ad un’Europa davvero unita questa vicenda è una zappa sui piedi di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

Il tema è tanto importante quanto poco raccontato dai media. A esso dovrà necessariamente dedicare ampio spazio il Trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, se davvero i primi non appoggiano la “corsa al ribasso sui diritti” e gli altri intendono impedire che l’elusione fiscale diventi sistemica. Il rischio è di vivere solo gli affetti negativi della globalizzazione. Uffici vuoti, nessun posto di lavoro e miliardi di dollari invisibili che corrono sopra le nostre teste, senza che nemmeno una goccia di essi cada sulle nostre teste.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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