La strage senza foto di Boko Haram

Lontano dalle telecamere e dai nostri smartphone, il gruppo terroristico Boko Haram sta massacrando interi villaggi nella Nigeria del nord. Un attacco dello scorso 8 gennaio contro la città di Baga avrebbe provocato centinaia di vittime. Amnesty International la definisce la più grave strage della storia del gruppo e la Bbc parla di 2.000 persone uccise, ma non c’è certezza sui numeri. In ogni caso, gli attacchi di Boko Haram sono proseguiti nei giorni successivi, con l’infame utilizzo di bambini a cui veniva legato dell’esplosivo per farli esplodere nei mercati o in altre zone frequentate, causando decine di vittime ad ogni attacco.

“Boko Haram” vuol dire “l’educazione occidentale è peccato” ed è il nome di un gruppo terroristico di fondamentalisti islamici. Il loro leader Abubakar Shekau ha giurato fedeltà all’autoproclamato califfo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi. I due gruppi hanno infatti in comune l’odio contro i valori occidentale e l’ambizione di creare un califfato su cui far valere le leggi della shari’a. Nel caso di Boko Haram, l’obiettivo sarebbe inglobare nei territori del nuovo califfato un’area che comprende l’attuale nord-est della Nigeria e i territori limitrofi del Camerun e del Ciad.

Questi i fatti essenziali di una storia che meriterebbe ben altro approfondimento. Un approfondimento che è difficile ritrovare nei principali media occidentali, nei quotidiani della carta stampata, nei telegiornali o nei siti web. Nei giorni del massacro di Boko Haram il mondo aveva gli occhi puntati sulla Francia, sulla strage nella redazione di Charlie Hebdo e su tutto quello che ne è seguito. Il 7, l’8 e il 9 gennaio abbiamo tenuto gli occhi morbosamente incollati allo schermo, trattenuto il fiato durante i sequestri al supermercato ebraico e al casolare dove erano nascosti i fratelli Kouachi e infine tirato un istintivo sospiro di sollievo al termine dei blitz. Alla strage di Boko Haram i telegiornali dedicano un breve servizio quando c’è, i quotidiani una pagina.

Non ci sono foto né video della strage di Boko Haram. Forse se ce ne fossero i social network ne verrebbero invasi, e le condivideremmo insieme ad un nuovo hashtag creato per l’occasione. Forse i telegiornali le trasmetterebbero come prima notizia avvisando che “potrebbero urtare la sensibilità di chi guarda”, e verrebbero spese ore di talk show sull’argomento. Non si tratta di fare una squallida gara di visibilità con quanto avvenuto in contemporanea in Francia, ma il diverso spazio riservato dai media ai 2 fatti dimostra quale forza e quale peso abbia oggi l’immagine nella comunicazione.

Il gusto della lacrima in primo piano di cui canta Giorgio Gaber in C’è un’aria è diventata una delle regole auree dell’informazione, insieme al gusto per la diretta e del commento. Per ovvi motivi è difficile avere foto e video in tempo reale da quanto accade in Nigeria, come sarebbe difficile averne da alcune zone dell’Asia o dall’Africa subsahariana. Anche per questo ciò che accade in quelle zone del mondo rimarranno sempre notizie di serie b. Basti pensare che persino i media nigeriani hanno dedicato più spazio ai fatti di Parigi rispetto a quello che avveniva all’interno dei loro stessi confini.

La forza delle immagini, insomma, sta imponendo il proprio dominio nel mondo dell’informazione. Non basta raccontare il fatto, bisogna mostrarlo il più da vicino possibile, e possibilmente in tempo reale, altrimenti non ne vale la pena. In un mondo in cui si fa confusione tra il reale e il virtuale, ciò che non colpisce, non è visibile e commentabile non interessa. Non avviene.

Per una maggiore comprensione di ciò che sta avvenendo in Nigeria, consiglio la lettura di questo articolo:

Perché la Nigeria è indifesa di fronte a Boko Haram

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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