Bouna Traoré e Zyed Benna, la rabbia delle banlieues e la Francia sempre più a destra

C’è un filo rosso che lega Clichy-sous-bois all’undicesimo arrondissement di Parigi, la cabina elettrica in cui 10 anni fa persero la vita Bouna Traoré e Zyed Benna alla redazione di Charlie Hebdo massacrata lo scorso gennaio. Un filo di rabbia. Una rabbia risvegliata dalla sentenza che lunedì notte ha assolto Stephanie Klein e Sebastien Gaillemin. La notte del 27 ottobre 2005, Gaillemin era tra i poliziotti di guardia che incontrano Traoré e Benna, 15 e 17 anni. I ragazzi scappano, e cercano rifugio in una cabina elettrica. “Se entrano in quella cabina non scommetto per la loro vita”, dice Gaillemin al telefono. Dall’altro lato della cornetta c’è la centralinista Klein. I due ragazzi muoiono, e i due poliziotti vengono indagati per omissione di soccorso. Dieci anni dopo vengono assolti: non potevano sapere che i due adolescenti fossero in pericolo di vita. Fuori dal tribunale 250 manifestanti protestano contro la protesta. Nel quartiere di Bobigny, dove 10 anni fa iniziarono gli scontri, una donna rimane ferita e i poliziotti sono costretti a chiamare rinforzi.

Quello delle periferie turbolente è un problema serio in Francia. Ciclicamente qualche banlieue di Parigi o di qualche altra grande città va a fuoco. Scarso seguito hanno avuto le iniziative dei governi socialisti che si sono succeduti sotto la presidenza Hollande. Nell’aprile 2014 la ministra dell’educazione Najat Vallaud-Belkacem annunciava un piano di 600 milioni per stimolare gli investimenti in quelle zone, ma il problema delle banlieues viene in genere affrontato solo dal punto di vista dell’ordine pubblico. Dieci anni fa, in un momento particolarmente “caldo”, il presidente Nicolas Sarkozy definiva racaille (feccia) gli autori dei disordini. Oggi esulta Marine Le Pen e tutto il Front National: “giustizia è fatta”.

Bouna Traoré e Zyed Benna facevano parte di una Francia che non ha partecipato alla “marcia dell’orgoglio repubblicano”. Una Francia che non si sente per niente Charlie, che conduce una vita a parte rispetto a quella dei francesi “bianchi”. Vivono in posti diversi, parlano in modo diverso, pregano in modo diverso e diversa è l’economia, che sfugge alle statistiche ufficiali. Questo dualismo tra francesi di serie a e di serie b ha radici profonde. In forte crisi demografica dopo la rivoluzione francese, Napoleone e la restaurazione, la Francia accoglie a braccia aperte la manodopera straniera per foraggiare l’industrializzazione. È in quel contesto storico che nasce il “modello francese”. Orgogliosa della propria unità nazionale che non ammette minoranze culturali, la Francia pretende in cambio dei diritti da cittadino la completa adesione ai valori dello Stato. Il modello va in crisi nel ‘900, quando la migrazione verso la Francia non riguarda più solo paesi cattolici non troppo lontani culturalmente, ma anche e soprattutto africani e asiatici provenienti dalle colonie. La Chiesa cattolica non è in grado di fare presa sui “nuovi cittadini” di religione musulmana, e l’indebolimento di tutte le altre agenzie di socializzazione (scuola, sindacati, partiti) non fa che rendere più difficile l’integrazione.

La presenza di “2 france” sempre più lontane ha alimentato negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso un’ondata di islamofobia sfruttata politicamente dal Front National di Jean Marie Le Pen, il cui testimone è oggi passato alla figlia Marine. Sentimenti diffusi però anche tra gli altri partiti, che per esorcizzare il Front National fanno proprie alcune tematiche tipiche della loro cultura politica. Se questo processo è evidente nell’UMP di Sarkozy, persino un Partì Socialiste in crollo di consensi non è del tutto immune a questa tendenza. C’è che ha letto il veto di François Hollande e del governo francese alla spartizione di migranti tra i paesi dell’Unione Europea come la ricerca di consenso di un presidente in crisi. Alcuni osservatori esperti del dibattito politico in Francia sostengono che lo scenario politico si sia “droitisée”, spostato a destra. Alle presidenziali 2017 c’è il forte rischio di ripeta lo scenario del 2002: un secondo turno tra la leader del Front National (Marine Le Pen) e quello dell’UMP (Sarkozy, giustizia permettendo), con i socialisti fuori dai giochi.

Uno scenario che non incoraggia a pensare un cambiamento nel modo di affrontare il problema delle banlieues. La prospettiva sarà sempre più quella della sicurezza e della necessità di inasprire controlli e repressioni. Difficilmente troverà spazio chi punterà il dito contro un modello sbagliato di integrazione, e chi spingerà per un maggior riconoscimento delle minoranze. Dopo la strage di Charlie Hebdo, il capo del governo Manuel Valls aveva parlato di apartheid, ponendo l’accento sull’abisso che separa le città francesi dalle loro periferie, ma le sue parole non hanno avuto seguito. Senza un cambio di rotta che sia prima di tutto culturale, i sobborghi francesi continueranno a sfornare nuovi fratelli Kouachi, carichi di risentimento e facili bersagli delle propaganda della jihad mondiale.

L’avvocato dei due ragazzi morti Jean-Pierre Minard, vicino al presidente Hollande, ha dichiarato che farà ricorso contro la sentenza. Ciò che dovrebbe far riflettere ancor più che la decisione dei giudici dovrebbe essere il clima di sfiducia permanente che questi cittadini francesi provano verso il loro Stato. Traoré e Benna non si fidavano dei poliziotti che li hanno inseguiti negli ultimi minuti della loro vita, la folla di 200 persone fuori dal tribunale non si fidava dei giudici che hanno emesso la sentenza. La cosa peggiore è che questa situazione viene data per scontata, come un’inevitabile conseguenza dello sviluppo multietnico dei grandi centri urbani. Non è solo la Francia a vivere questi problemi. Diverse città statunitensi tra cui Baltimora e Ferguson hanno recentemente visto esplodere casi di violenza delle forze dell’ordine verso la popolazione afroamericana, e riportato all’attenzione dei media la scarsa integrazione di molta parte di questa popolazione. Anche la Gran Bretagna conosce casi di scontri tra “centro” e “periferia”. L’attuale momento storico rimette in discussione i modelli di integrazione di molti stati occidentali.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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