Cacofonia europea

Che cosa ha voluto dire il popolo greco con il referendum di ieri? No all’euro? No all’Europa? Oppure no a questa Europa ma si a un’Europa diversa? Ognuno interpreta i fatti greci a proprio uso e consumo. A farlo per primi sono i leader europei. Mai uniti su nulla, per una volta si sono ritrovati compatti sul sostegno al “si”, al di là delle dovute dichiarazioni di “rispetto” della volontà popolare degli ellenici. Il presidente del Consiglio italiano Renzi è stato netto nel definire la consultazione una scelta tra l’euro e la dracma. I tedeschi hanno allo stesso modo voluto drammatizzare l’esito del voto, anche a urne chiuse. Tra le prime reazioni europee, spicca infatti per chiarezza quella del leader della Spd tedesca Gabriel, per cui il no è la chiusura di tutti i ponti tra Europa e Grecia. Non proprio un ramoscello d’ulivo. Più convincente per i greci è stato però Alexis Tsipras, per cui il no significa il rilancio per una diversa impostazione dell’Europa. Mai infatti il Primo Ministro greco ha parlato di grexit, ipotesi che invece pare inizi a non dispiacere ad alcuni dei creditori.
Le tappe di avvicinamento alla giornata di ieri dimostrano una volta di più quanto la narrazione europea sia strettamente legata ai contesti nazionali. Per i popoli del mediterraneo è evidente che questa Europa non funzioni. Lo vivono ogni giorno sulla propria pelle. Per questo sui canali televisivi italiani gli esponenti politici di tutti i colori sostengono la necessità di un cambiamento nella linea economica europea. Ciò che è ovvio per i mediterranei, non lo è invece per i paesi del nord Europa. Per loro la situazione attuale va più che bene, e non ci pensano neanche a venire incontro a paesi che non sono stati in grado di ridurre il debito e fare le riforme necessarie (per loro). Diverso ancora il discorso dei paesi dell’est Europa, allineati alla cancelliera Merkel per ragioni geopolitiche.
Ogni nazione ha insomma la propria idea di quello che sta succedendo. Ogni “opinione pubblica” nazionale si informa sui propri mezzi d’informazione, e di conseguenza trova semplicemente incomprensibile il punto di vista altrui. Il risultato è una cacofonia in cui capire è impossibile. Un sempre minor affetto nei confronti dell’Unione Europea è la logica conseguenza. Chi parla della necessità di una maggiore integrazione europea spesso dimentica la necessità di un linguaggio europeo comune, senza il quale gli europei continueranno a giudicare ciò che accade dall’altra parte del continente in base a quello che succede nel cortile di casa.
Tornando alla domanda iniziale: che cosa hanno voluto dire i greci con il “no” di ieri? Difficile leggere un risultato univoco che vada oltre una forte volontà di rivalsa verso le élite europee. L’ambiguità abita innanzitutto nel fronte del “no”. Insieme ai sinceri sostenitori di Tsipras che hanno votato davvero per un’Europa diversa hanno votato i greci che vogliono invece tornare alla dracma. Nazisti di Alba dorata, sostenitori dei “Greci indipendenti”, del Kke o dell’ala dura interna alla stessa Syriza, hanno dato un significato del tutto diverso al loro “no”. Il risultato non è inoltre per niente plebiscitario. Al di là del fatto che 4 elettori su 10 hanno detto “si”, 4 cittadini greci su 10 non sono andati a votare.
Quello che succederà nei prossimi giorni dipenderà molto dall’atteggiamento dei paesi creditori europei. Se è vero che sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico, è vero anche che una punizione magistrale della Grecia rafforzerebbe tutti i partiti e i movimenti euroscettici o anti-europeisti del sud, e allargherebbe il fossato tra l’area mediterranea e il resto d’Europa. Il referendum greco ha avuto in ogni modo il merito di aver spostato il dibattito dall’economia alla politica. Quello che è stato forse il più serio attacco alla politica del rigore potrebbe paradossalmente essere davvero il primo passo verso un cambiamento in positivo dell’Unione Europea. Dipenderà dalla volontà delle parti in causa di iniziare davvero a parlare la stessa lingua.
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

3 thoughts on “Cacofonia europea”

  1. Alcune precisazioni dovute. Per quanto riguarda il KKe se i suoi elettori hanno seguito le direttive della dirigenza , non ha dato mandato di votare NO ma anzi ha distribuito finte schede pre-compilate dove vi era da barrare no alla domanda sul memorandum e no per restare in Europa, mettendo in rischio addirittura la vittoria del No. Per quanto riguarda i politici italiani io finora, a parte qualche personaggio o partito piccolo, ho sentito che la Grecia deve pagare i debiti, salvo dire il contrario dopo il referendum. Non condivido neanche il fatto che ogni nazione abbia la propria idea. Dipende se con nazione intendi il popolo o lo Stato/classe dirigente; infatti in molti paesi ci sono state manifestazioni molto partecipate di solidarietà con il popolo greco a dimostrazione che l'opinione pubblica non si fa più inciuciare dai media nazionali istituzionali. Le persone sono stufe di spaccarsi la schiena e vedere che esiste una classe dirigente che fa gli interessi della finanza, non sono stufe dell'Europa come territorio. La dimostrazione è stata data dai francesi che continuano ad andare a Ventimiglia ad aiutare i migranti mettendo in luce quella stronzata amministrativa che è la frontiera. Il senso umano c'è nelle persone ma viene traviato da chi trae beneficio dalla lotta tra poveri.

    Sinceramente, hai fatto analisi migliori. Anche l'articolo lo trovo un insieme di notizie senza un legame forte tenendo conto che abbozzi un'analisi sociologica senza approfondirla a dovere 🙂 mi perdoni la tua professoressa di questo appunto di analisi politica.

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  2. Per quanto riguarda la questione del Kke, riconosco di non conoscere nel dettaglio le posizioni dei partiti greci (nemmeno di Alba Dorata né degli altri partiti), che tra l'altro non era nemmeno il punto centrale dell'articolo. Non era mia intenzione nemmeno fare un'analisi sociopolitica per il semplice motivo che non parlo tutti i giorni con tedeschi, francesi o altri europei.

    Semplicemente ho scritto come la politica e i media mainstream dei vari paesi descrivono le dinamiche europee con le lenti di casa propria. Secondo me è per questo che i partiti italiani prendono voti dicendo di voler superare l'auterity mentre quelli tedeschi prendono voti dicendo che è giusto che i paesi del sud paghino i loro debiti (vedere alle dichiarazioni dell'Spd tedesca). Che i media e i partiti non rappresentino l'intera società è poi evidente.

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