Il bambino in prima pagina

Qualche giorno fa, la scelta di molti quotidiani di tutto il mondo di pubblicare la foto del corpo di Aylan aveva suscitato un acceso dibattito. Pubblicare o non pubblicare la foto di un bambino morto suscita interrogativi etici profondi sull’etica del giornalismo. “In che modo miglioro la qualità dell’informazione pubblicando questa foto?”. Questa dovrebbe essere la domanda che ogni redazione deve porsi quando decide di pubblicare un’immagine, in particolare quando si tratta di scatti “delicati” come quello in questione.
Praticamente tutte le redazioni che scelsero di mostrare quell’immagine giustificarono la propria scelta con la volontà di “smuovere le coscienze” dei lettori, e di far fare un passo avanti al dibattito sull’immigrazione in Europa.Una spiegazione che implica l’assoluta eccezionalità della foto, destinata a entrare nel pantheon delle immagini “storiche”.
Spiegazioni che vanno però in frantumi quando la foto al bambino diventa un cliché. Questa mattina i quotidiani “La Stampa”, “Il Secolo XIX”, “L’Unità” e “Avvenire” mostrano in prima pagina una bambina siriana in pigiama che gattona davanti ad agenti in tenuta antisommossa a difesa del confine tra Turchia e Grecia.
Fare continuo ricorso a immagini del genere significa spacciare pietismo, colpire l’emotività del lettore più che informarlo. Significa anche dare ragione ai cinici, per cui dietro a tutti quei paroloni sull’etica dell’informazione si nasconde la volontà di vendere qualche copia in più.
Noi lettori di oggi siamo bombardati di immagini 24 ore al giorno. Trovare qualcosa che possa sconvolgerci è sempre più difficile. Quando saremo ormai assuefatti anche alle foto di bambini morti sarà difficile trovare qualcosa che possa ancora colpirci.
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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