L’India dell’hi-tech e la carne delle mucche

L’India è un gigante di 1 miliardo e 250 milioni di abitanti, secondo per popolazione solo alla Cina. Decimo stato per Prodotto Interno Lordo, si prevede che nel 2017 il suo tasso di crescita economica supererà quello cinese. Tra i motivi del sorpasso, un maggior tasso di crescita della popolazione, che lo porterà a essere il paese più popolato del pianeta nel giro di una ventina d’anni. L’altro fattore è un’impetuoso e costante sviluppo tecnologico, reso possibile da un alto di livello di scolarizzazione in ambito scientifico. Caratteristiche che rendono l’economia indiana più dinamica di quella cinese. Si prevede che col tempo il tasso di crescita di entrambi i colossi asiatici comincerà a ridursi, fino ad allinearsi a quelli delle “mature” economie occidentali. Quando questo succederà, secondo molti l’India sarà un attore di primissimo piano nello scacchiere internazionale.

Può sorprendere che in un paese con queste caratteristiche, nel 2015 venga vietata la carne di manzo per motivi religiosi. La dottrina Indù applicata nel modo più rigoroso vieterebbe il consumo di qualsiasi tipo di carne. La paura provata dall’animale al momento della macellazione si imprimerebbe nelle sue carni, e conferirebbe tratti animaleschi a chi le consuma. Inoltre le mucche in India sono considerate sacre per antica tradizione. È del marzo scorso la firma da parte del presidente della Repubblica Pranab Mukherjee di una legge (in sospeso da 20 anni) che vieta la macellazione del manzo nello stato centrale del Maharashtra. Inoltre, per i 4 giorni della festa indù del Paryushan non è stato consentito vendere o consumare quel tipo di carne, a prescindere dalla religione individuale. La questione è dunque di estrema attualità. In molti stati amministrati dal partito conservatore Bjp, i governatori sembrano facciano a gara a imporre le misure più restrittive, a tutela della cultura nazionale. Il Times of India ha scritto che “..in India i tabù alimentari stanno diventando l’equivalente della blasfemia in Pakistan”, e come sia “..in corso una strisciante invasione della vita privata e delle scelte individuali”.

Il Bjp è lo stesso partito del premier indiano Narendra Modi, e costituisce un mix di pragmatismo economico e tradizionalismo. Modi ha infatti vinto le elezioni del maggio 2014 promettendo uno stato moderno, e una volta in carica ha avviato un’agenda economica di stampo liberista. Dall’altro lato, si erge a paladino della cultura tradizionale indiana, e da qui iniziative positive come la prima “Giornata internazionale dello yoga” o insensate e anti liberali come il divieto di macellare carne di manzo. Dinamismo economico da un lato e tradizionalismo dall’altro sono un binomio che descrive anche la nazione indiana.

Un tale tipo di nazionalismo in un paese destinato a giocare un ruolo fondamentale nel mondo globalizzato dovrebbe essere un campanello d’allarme per la comunità internazionale. Ci piace cullarci nell’idea che ad avere successo siano solo stati rispettosi dei diritti individuali, e attenti allo sviluppo economico dello stato oltre che alla sua mera crescita. Ma non è così. Lo sviluppo oltre che aspetti economici comprende anche fattori sociali e culturali, tra cui la tutela dei diritti fondamentali. In certe parti dell’India in nome della tradizione si giustifica lo stupro di gruppo di donne scoperte a tradire il marito, e in nome della religione lo Stato non concede il sacrosanto diritto di scegliersi liberamente la cena. In questo contesto non c’è da sorprendersi che l’India stia vivendo una stagione di crescente intolleranza religiosa.

Qui l’editoriale del “Times of India”, critico nei confronti del divieto di consumare carne rossa.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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