"Vieni a ballare in Puglia", ma senza ritornello

“Vieni a ballare in Puglia” (dall’album: “Le dimensioni del mio caos” – 2008) è una canzone che andrebbe cantata senza ritornello. Poche volte capita di sentire in musica parole che raccontano un territorio in modo così sofferto e implacabile. Michele Salvemini (in arte Caparezza) mette tutta la graffiante capacità critica di cui è capace per cantare i mali della propria terra, dall’inquinamento ambientale al caporalato nei campi di pomodori. Eppure l’anno in cui uscì, la canzone divenne un tormentone tra i tanti.

La cantavamo tutti, ma solo il ritornello. “Colpa” di un ritmo e di una melodia che ti entrava nelle orecchie e non voleva più uscirne. Ridevamo cantando “…tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più..” o “tieni la testa alta quando passi vicino alla gru, perché può capitare che si stacchi e venga giù..”. Nessuno cantava la strofa. Le parole di uno dei testi di denuncia più profonda di Caparezza si sentivano di continuo. Nei negozi, nei bar, in discoteca. Anziché fare presa, però, questa sovraesposizione del testo ha portato all’effetto opposto. Le parole hanno perso la loro forza, al punto da confondersi col paesaggio e scivolare via come una qualsiasi hit estiva.

Negli anni successivi scoppiava lo scandalo Riva dell’Ilva di Taranto. Oggi torna d’attualità il tema del caporalato nei campi, e il governo promette un decreto d’urgenza. Probabilmente anche loro di “Vieni a ballare in Puglia” conoscevano solo il ritornello.

Oggi propongo l’ascolto di questa canzone che probabilmente già conoscete. Cantate pure il ritornello se volete, ma ascoltate bene la strofa.

E subito penso che potrei morire senza te. E subito penso che potrei morire anche con te.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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