La stampa ignora il Tpp e il Ttip

Una breve sui siti web, nessuna traccia sulle prime pagine dei principali quotidiani, eppure l’accordo sul Tpp raggiunto lo scorso 5 ottobre ci riguarda tutti. Il Trans-Pacific patnership è un accordo commerciale che lega le 2 rive del pacifico, quella americana e quella asiatica. La zona coinvolta nell’accordo comprende 12 paesi che insieme coprono il 40% dell’economia mondiale. Secondo gli analisti, questa mossa consente all’America di legarsi in via privilegiata a un mercato in espansione, e di tagliare fuori la Cina. Per alcuni, il colosso asiatico starebbe infatti cercando accordi alternativi con i vicini, meno vincolanti nei confronti degli Usa. Secondo altri potrebbe invece firmare in un secondo momento. Dopo l’accordo raggiunto ad Atlanta, la palla ora passa ai parlamenti dei singoli stati. Negli Usa, Obama potrebbe incontrare qualche ostacolo da parte dei repubblicani, ma anche all’interno del suo stesso partito. Proprio ieri la candidata alle primarie dem Hilary Clinton si è dichiarata contraria, forse nel tentativo di rincorrere Bernie Sanders a sinistra.
Si, ma che c’entriamo noi, che viviamo dall’altra parte del mondo? C’entriamo. Gemello del Tpp è infatti il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Patnership), che riguarda i rapporti tra il Nord America e l’Unione Europea. In questo caso le operazioni vanno a rilento, ma la commissaria Ue Cecilia Malmstrom, dopo l’accordo sul Tpp, ha espresso ottimismo per un’accelerazione anche sul Ttip. Se e quando andrà in porto, il trattato avrà un impatto enorme su investimenti e commercio e di conseguenza su imprese e lavoratori. A parte un agguerrito gruppo di oppositori, in pochi però sanno di cosa si tratta. Il Ttip non trova infatti grande spazio sui media e non entra nel dibattito pubblico mainstream. La commissione europea a guida Junker si è impegnata a rendere il percorso il più partecipato possibile, mettendo grande enfasi sulla trasparenza. Uno degli aspetti che gli oppositori contestano è però proprio un scarso coinvolgimento democratico. Tra le fila del “no” ci sono anche economisti stimati a livello internazionale, per cui i trattati di libero scambio avranno conseguenze devastanti sulle piccole-medie imprese, sui lavoratori e sull’ambiente.
I media hanno il dovere di informare su quanto si sta decidendo in materia, di non limitarsi a mettere l’opinione pubblica di fronte al fatto compiuto. Una svolta storica di questa portata non può essere discussa solo da circoli di addetti ai lavori.
Per approfondire:
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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