Il fascino di Vladimir Putin

“Fare come in Russia” era una delle parole d’ordine dei socialisti massimalisti europei negli anni successivi alle rivoluzioni del 1917. In quegli anni l’Impero che si trasformava in Unione Sovietica era un modello per quanti sognavano la rivoluzione internazionale. La fascinazione per Mosca torna in auge anche a quasi un secolo di distanza, in un contesto storico completamente mutato. Russia non è più terra di rivoluzione, casomai di tradizione e risposta reazionaria alla democrazia liberale e alla modernità. Per questo a guardarla con ammirazione è soprattutto la destra, non più la sinistra. La linea russa ha però trovato nuovi sostenitori nelle ultime settimane, dopo la dichiarazione di sostegno al presidente siriano Bashar al-Assad e l’inizio dei bombardamenti in Siria, al fianco di Iran e Hezbollah. Scopo dichiarato è sconfiggere lo Stato Islamico, ma sotto le bombe russe finiscono spesso e volentieri anche gli altri gruppi in opposizione al regime siriano.
Eppure, la Russia di Vladimir Putin è sempre più vista come la potenza che ha saputo reagire, che magari fa qualche errore ma che almeno fa qualcosa. Questa sensazione è aumentata dall’apparente inerzia degli Stati Uniti sulla questione siriana. La scelta di Barack Obama di non sostenere in nessun modo Assad, significa inevitabilmente rinviare l’azione, adottare di fatto un (apparente) soft power quanto mai fuori luogo.
Putin passa invece da difensore dell’occidente. Invocando una coalizione internazionale contro lo Stato Islamico “come quella contro il nazismo” fa passare per ideologia una scelta dettata da interesse. Ci spaccia Assad come unico in grado di mantenere l’ordine, quando il dittatore controlla ormai solo una parte del territorio siriano, e quando una sua riconferma andrebbe inevitabilmente a perpetuare la tensione anziché stemprarla. Eppure, nell’immaginario collettivo ne esce vincitore, e riabilita la propria immagine e quella della Russia. Pur di uscire dall’isolamento internazionale e possibilmente dalle sanzioni economiche per i fatti d’Ucraina, è disposto a rischiare una guerra che potrebbe rivelarsi un rompicapo difficile da sciogliere. Per il momento, si accontenta di vincere la guerra mediatica contro il miglior nemico Obama.
Per approfondire:
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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