La Turchia sotto i riflettori

La Turchia è per vari motivi al centro dell’attenzione da qualche settimana. Il paese è infatti coinvolto in una serie di incontri con vari leader dell’Unione Europa per discutere una strategia comune sui migranti. A causa della sua posizione geografica, costituisce un punto d’accesso all’Europa per i profughi in fuga dalla Siria. Lo scorso 10 ottobre, poi, l’esplosione di due bombe in occasione di un corteo pacifista ad Ankara ha provocato circa 100 morti, e gettato un’ombra sulle già fosche elezioni del prossimo 1 novembre.
Le trattative con l’Europa
 
Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha ricevuto ieri la visita della cancelliera tedesca Angela Merkel. Tema dell’incontro le politiche per regolare il flusso di profughi in fuga dalla Siria. Merkel ha chiesto alla Turchia di fare di più, di istituire campi per trattenere più siriani all’interno del territorio, di non limitarsi a fare di porta d’accesso al continente. In cambio ha promesso sostegno da parte dell’Europa, e si è detta pronta a impegnarsi per accelerare l’iter per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. L’ingresso di Ankara nell’Unione è una questione che va avanti da tempo, complicata dalla ripetuta violazione dei diritti umani da parte del regime di Erdoğan. La posizione strategica del paese lo rende però un alleato che l’Europa ritiene indispensabile per fronteggiare la crisi dei profughi e anche per la lotta allo Stato Islamico. Recentemente Erdoğan è stato ricevuto a Bruxelles dal presidente del parlamento europeo Martin Schulz, sempre nell’ottica di una maggiore collaborazione.
 
L’attentato di Ankara
 
A seguito dell’attentato dello scorso 10 ottobre, il governo turco ha dichiarato una più intensa lotta al gruppo Stato Islamico, considerato colpevole della strage. L’opposizione ritiene però che il vero obiettivo del presidente siano i curdi, e che anzi il regime abbia più o meno volontariamente sfruttato l’Isis. I curdi sono infatti impegnati in una lotta senza quartiere contro i cosiddetti tagliagole, e la Turchia non si è mai schierata con loro, abbandonando città di confine come Kobane al proprio destino. Le ossessioni anti-turche di Erdoğan sono aumentate dopo le elezioni dello scorso giugno, quando il partito “Giustizia e sviluppo” (Akp) del premier ha perso la maggioranza assoluta dei seggi, e la prerogativa di governare da solo. Inoltre per la prima volta è entrato in parlamento il Partito Democratico del Popolo (Hdp), di sinistra e filo-curdo. La soglia di sbarramento per ottenere dei seggi al parlamento turco è del 10%, l’Hdp ha raccolto più del 13% dei voti. Non si tratta dunque di una forza politica marginale. Nell’impossibilità di formare una coalizione, la Turchia è attualmente retta da un governo ad interim, e si appresta ad andare a nuove elezioni il prossimo 1 novembre. Gli ultimi mesi sono stati segnati da un escalation di violenza, in particolare contro il partito curdo dei lavoratori, il Pkk, che il governo considera organizzazione terroristica. Vittime di violenza sono state anche però organizzazioni curde più moderate, come lo stesso Hdp. 
 
Le elezioni dell’1 novembre
 
Secondo molti analisti, sin dal giorno dopo la mancata vittoria alle ultime elezioni, Erdoğan ha dato il via a una pericolosa strategia della tensione, per presentarsi come unico tutore dell’ordine e della stabilità, riconquistare la maggioranza assoluta dei seggi e cambiare la costituzione in senso presidenzialista, accentrando più potere nelle proprie mani. Per questo le elezioni del prossimo 1 novembre sono un evento cruciale per la Turchia e l’Europa.
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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