La guerra dei giornali statunitensi

Circa 2 mesi fa sul New York Times usciva un’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori ad Amazon. Turni massacranti dal punto di vista fisico e psicologico, dipendenti spinti a giudicarsi tra loro e sostanzialmente a farsi la guerra a vicenda, altri malati di cancro che vengono licenziati. Questo il quadretto dipinto da Jodi Kantor e David Streitfeld sull’azienda di Jeff Bezos, descritto come una sorta di robot senza sentimenti.
Dopo poco più di 2 mesi arriva la risposta ufficiale dell’azienda, affidata ad un post su Medium di Jay Carney, vice presidente del Global corporate affairs di Amazon. Il New York Times è accusato di non aver verificato le fonti, oltre che di essersi affidato alle dichiarazioni di ex dipendenti rancorosi e decisamente poco affidabili, come quel Bo Olson che si era licenziato dopo essere stato scoperto a truffare i venditori. Insomma, il New York Times è accusato di non aver fatto del buon giornalismo.
Amazon non ha però realmente aspettato 2 mesi per rispondere all’inchiesta del quotidiano di New York. Una delle prime reazioni è uscita sul Washington Post lo stesso 17 agosto, data di pubblicazione dell’inchiesta. Il titolo “È davvero così duro lavorare ad Amazon” non nasconde nulla delle intenzioni del quotidiano: smontare quanto scritto dal Nyt, o almeno infondere qualche dubbio nei lettori, che nel frattempo avevano iniziato a invadere i social network di messaggi contro Amazon. Il Washington Post è stato acquistato da Jeff Bezos nel 2013. Solo sapendolo diventa chiaro il perché di una risposta così pronta all’inchiesta da parte del giornale.
Ognuno può avere i propri giudizi sulla veridicità della storia raccontata dal New York Times, o sul modo di concepire il lavoro che Amazon condivide con altre grandi multinazionali. Ciò che è indispensabile per formarsi l’opinione è conoscere la natura dei mezzi che raccontano i fatti al pubblico. Il Washington Post ha difeso Amazon perché sostanzialmente è l’azienda che gli consente di esistere? Oppure è il New York Times che ha fatto lo sgambetto a un giornale concorrente? “Si” potrebbe essere la risposta a entrambe le domande.
È il giornalismo di oggi, legato sempre più strettamente ai grandi gruppi di potere economico. Negli Stati Uniti è realtà ormai da tempo, in Europa lo diventerà molto probabilmente presto. Al di là di decidere se questo ci piaccia o no, bisogna prendere atto che è un giornalismo che richiede una più attenta capacità di critica da parte dei lettori. Non esiste più la pappa pronta di quotidiani che offrono una visione del mondo, nel bene e nel male. Esistono ancora le notizie, ed esiste ancora chi le racconta. Solo diventa un po’ più complicato leggerle.
Per approfondire:
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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