La stretta della Turchia sui media

Fino a non troppo tempo fa, la Turchia era citata a esempio come paese in cui una forza islamista era arrivata al potere e poi aveva mantenuto un regime democratico, con regolari elezioni e quant’altro. Se tra i principi di una sana democrazia mettiamo la libertà di stampa, oggi possiamo dire senza paura di essere smentiti che non è più così. Più si avvicinano le elezioni dell’1 novembre, più il presidente Recep Tayyip Erdoğan censura gli organi di stampa che esprimono critiche a lui o al governo.
 
Ieri mattina la polizia ha preso il controllo delle emittenti Bugun Tv e Kanalturk, entrambe del gruppo Koza-Ipek, che è lo stesso dei quotidiani Bugun e Millet. L’editore è accusato di fare propaganda per l’imam Fethullah Gulen, un tempo alleato di Erdoğan, ora tra i suoi più temuti oppositori. L’occupazione è avvenuta in diretta televisiva. Nelle settimane scorse sono stati chiusi 7 canali legati all’opposizione, mentre il partito Giustizia e Sviluppo (di cui fanno parte sia Erdoğan che il primo ministro Ahmet Davutoğlu) monopolizza gli spazi televisivi e lascia le briciole alle opposizioni, in particolare ai curdi del Partito Democratico del Popolo (Hdp).
 
La “svolta autoritaria” in Turchia è in atto ormai da tempo. Già dallo scorso anno sono stati banditi dal paese social network come Youtube e Twitter, che avevano amplificato l’eco delle proteste al presidente. Le elezioni parlamentari dello scorso 7 giugno hanno impresso al processo una brusca accelerataErdoğan sperava in una consueta larga vittoria del proprio partito, per poter governare da solo e cambiare la costituzione in senso presidenziale. Meno di un anno prima, il popolo turco lo eleggeva presidente con il 51,79% dei voti, ma lo stesso successo non si ripete. L’Adp si ferma al 40%, lontano dalla maggioranza assoluta. In parlamento entrano per la prima volta i curdi dell’Hdp, che riescono a superare la proibitiva soglia di sbarramento del 10%. Nessuna forza accetta di collaborare con il partito di Erdoğan, che d’altronde l’accordo non lo vuole. Si instaura così un governo ad interim, guidato da Davutoğlu, e si fissano nuove elezioni per l’1 novembre.
 
Gli ultimi mesi in Turchia sono stati all’insegna della violenza. Gli scontri tra il governo e il Partito dei Lavoratori Turco (Pkk, considerato gruppo terrorista dal governo) sono tornati all’ordine del giorno. Alcuni media e le opposizioni accusano Erdoğan di essere lui stesso a perseguire una strategia della tensione, per potersi poi presentare come unico possibile tutore dell’ordine e vincere le elezioni, oltre che per colpire i curdi. Oltre che gli estremisti del Pkk, sono stati bersaglio di violenza anche l’Hdp e le altre forze d’opposizione. La censura sui media è solo uno dei volti che ha assunto questa violenza di Stato, il cui drammatico epilogo sono state le due bombe che lo scorso 10 ottobre hanno causato la morte di circa 100 persone a un corteo pacifista, ad Instanbul.
 
Dall’occidente arrivano parole di condanna per le azioni contro i media nei giorni precedenti le elezioni. Ma non sono voci troppo convinte. Particolarmente spuntate le armi dell’Unione Europea, impegnata a cercare un accordo con la Turchia per la gestione dei profughi dalla Siria, e nell’eterna trattativa per far entrare la Turchia nella comunità degli stati europei. Lo scorso 18 ottobre la cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta pronta a impegnarsi per accelerare il procedimento, in cambio di un impegno sui migranti. Come il regime di Erdoğan  sia compatibile con i valori fondanti dell’Unione, è però difficile da capire.
 
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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