Il nemico si chiama clickbait

La settimana scorsa ho scritto della gara dei titolisti italiani a imitare il sito di satira Lercio, scrivendo titoli simpatici ma spesso inopportuni (l’articolo è linkato in fondo). Una tendenza alla lunga fastidiosa, ma che impallidisce rispetto al grande male del nostro tempo: il clickbait.

L’Oxford Dictionary definisce clickbait “contenuto il cui scopo principale è attrarre attenzione e incoraggiare i lettori al click su un link verso una particolare pagina web”. Se così fosse, beh, tutti faremmo clickbait, me compreso. Nessuno scrive un articolo nella speranza che non venga letto, ed è legittimo che il titolo incuriosisca il lettore. C’è però un confine tra incuriosire e gonfiare all’inverosimile la notizia, o addirittura dare un’idea del tutto fuorviante del contenuto dell’articolo. E l’internet abbonda di siti che questo confine l’hanno ampiamente superato.

Simbolo del clickbait a livello globale è BuzzFeed, sito web statunitense che ha fondato la propria immensa fortuna anche su contenuti leggeri (frivoli, dicono i critici) e titoli decisamente ammiccanti. Non bisogna però uscire troppo dal cortile di casa per trovare degli esempi. Vado sulla pagina Facebook di Tze Tze, sito web di informazione (si fa per dire) vicino al Movimento Cinque Stelle. Dopo una brevissima ricerca mi ritrovo un link come questo:

Screenshot (3)
Mi scuso per la qualità dello screenshot, ma non sono molto pratico a farli con Windows. Se qualcuno volesse indicarmi nei commenti un modo per farli meglio gliene sarei grato 🙂

“Oddio, che sarà mai successo al povero Fedez?”, si chiede giustamente il lettore, che altrettanto giustamente clicca per accertarsi delle condizioni di salute del giovane rapper. E quello che trova è questo:

Screenshot (5)

Per carità, la censura è una brutta cosa, ma l’annuncio sopra alla foto non fa pensare a qualcosa di ben peggiore? Potrei andare avanti a lungo a postare immagini simili, pescando da diversi tipi di siti online. Tze Tze è solo il primo che mi è venuta in mente, ma una citazione la merita anche Fanpage. “Ricordate il piccolo Draco di Harry Potter? Oggi quel ragazzino è un uomo, e non crederete ai vostri occhi! FOTO:”, leggo or ora sulla pagina Facebook del sito, che vanta la bellezza di 4,7 milioni di “mi piace”. Inutile dire che le foto nell’articolo non hanno niente di eccezionale.

Eppure Facebook e Google ce la stanno mettendo tutta per contrastare il fenomeno. Non è un mistero che siano entrambi molto interessati al settore notizie (vedere link in fondo all’articolo), e se a essere premiati fossero i contenuti più scadenti la loro credibilità ne uscirebbe ridimensionata. L’anno scorso il social network fondato da Mark Zuckemberg ha ideato un algoritmo che consente di valutare la qualità di un articolo dal tempo medio di lettura e dal numero di condivisioni, oltre che dal numero di ingressi. Questo perché contenuti di scarsa qualità in genere invogliano al click ma non all’effettiva lettura, né alla condivisione. Quest’anno Google si è invece affidato all’algoritmo Knowledge-based trust, che consente di verificare la veridicità dei contenuti degli articoli, paragonandoli con l’immensa quantità di dati nel database Knowledge Vault.

Sia Facebook che Google si sono mossi sotto la pressione delle segnalazioni degli utenti, stanchi di vedersi la bacheca invasa dalle bufale o da articoli di bassa qualità. È il segno che la gente si è stufata e che bufale e titoli sensazionalistici faranno presto parte del passato? Molti commentatori credono di si, ed evidenziano come abusare del clickbait potrebbe essere una strategia svantaggiosa sul lungo periodo. Non possiedo dati certi al riguardo, ma mi sento di avanzare qualche dubbio. Se il clickbait non fosse vantaggioso, perché in così tanti continuano a usarlo? Ritengo improbabile che siti web di grosse dimensioni non tengano conto dei gusti dei propri lettori.

Mark Zuckemberg, presidente e amministratore delegato di Facebook. Il social network ha dichiarato guerra al clickbait
Mark Zuckemberg, presidente e amministratore delegato di Facebook. Il social network ha dichiarato guerra al clickbait

Cosa ritengo più probabile è una sorta di “britanizzazione” (scusate il neologismo) dell’informazione online. In Gran Bretagna c’è una netta differenza tra “quality press” (giornali come il Guardian o l’Economist, con contenuti di qualità), e la “popular press”, i famosi tabloid come il Sun, che vivono sulle 3 s: sesso, soldi e sport. Nella carta stampata la distanza tra le due categorie si sta accorciando, perché la crisi delle vendite spinge i quotidiani a una maggiore competizione. Nel web questa distanza potrebbe accentuarsi. È sempre arduo fare previsioni, tanto più in un contesto in continua evoluzione come il web. Diciamo che non mi stupirei di vedere in un futuro piuttosto prossimo un internet a due velocità. Da un lato i siti “di qualità” che, pressati da lettori più esigenti, eliminano del tutto il clickbait. Dall’altro siti che diventerebbero l’equivalente online dei tabloid, a gareggiare per il titolo più gonfiato e la bufala più assurda.

L’unico cambiamento che ho notato recentemente in Tze Tze, Fanpage o altri siti del genere (che evidentemente continuano a considerare il clickbait una strategia vincente), è che il contenuto acchiappa-click si è spostato dal titolo vero e proprio dell’articolo al commento d’accompagnamento, al link e alla foto. Come vediamo nell’immagine messa a esempio, il titolo effettivo dell’articolo è più inerente al testo e meno clamoroso, probabilmente per fuggire all’algoritmo di Google. Facebook sta cercando di incentivare la pubblicazione del link “compatto” piuttosto che della foto con il solo link testuale sopra, ma evidentemente l’incentivo non è forte abbastanza.

Se sono evidenti gli effetti negativi del clickbait sulla qualità dell’informazione, la natura dei social network rende il loro effetto distorsivo ancora più devastante. Facebook, Twitter e compagnia sono come un flusso enorme di notizie a cui il lettore sceglie di esporsi. Non è possibile leggere tutti gli articoli su cui si posa l’occhio, ergo il più delle volte il titolo è la sola cosa che si legge. Saggezza suggerirebbe di non farsi un’opinione su un titolo, ma è noto che molti ritengono sia sufficiente, come testimoniano articoli con più “mi piace” o commenti che visualizzazioni. Quindi là fuori ci sono persone che formano la propria idea del mondo su titoli gonfiati, senza nemmeno la verifica della lettura del testo. Paura, eh?

Unici baluardi a opporsi a questa deriva sono rimasti i colossi del web, interessati da un lato a vendersi come paladini della qualità dell’informazione, e dall’altro a non perdere i cosiddetti lettori “forti”. Questi spendono in media molto più tempo nella lettura dell’articolo, qualche intrepido arriva persino fino in fondo. Guardano per più secondi le pubblicità, accettano più cookie. In due parole, sono acquirenti migliori, migliori target per le pubblicità su misura del web. Sono troppo cinico? Forse. Devo riconoscere che nel penalizzare il clickbait Facebook e Google fanno cosa gradita. Ma, dopo i ringraziamenti, dovremmo riflettere sul fatto che stiamo consegnando loro la chiave per decidere cosa sul web è accettabile e cosa no. Oggi il clickbait, domani chissà.

Sullo stesso argomento ho scritto anche:

Titoli sul web, Lercio ha fatto scuola

Facebook e Google alla conquista dei giornali

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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