Erdoğan e Cameron: doppio schiaffo all’Europa

Le periferie premono ai bordi dell’impero, e colpiscono dove fa più male. Se la crisi ne ha messo in dubbio la tenuta economica, oggi l’Unione Europea è chiamata a difendere qualcosa di meno tangibile, ma altrettanto decisivo per la sua stessa esistenza. Sto parlando di alcuni dei valori fondanti l’idea stessa di Europa, quelli che animano la parte più visionaria e quasi utopistica del sogno europeo.

In Turchia il partito del presidente  Recep Tayyip Erdoğan ha stravinto le elezioni del primo novembre, e si avvia a trasformare il paese in un regime autoritario. I mesi precedenti al voto sono stati segnati da violenza e numerosi attacchi alle libertà fondamentali (ne ho scritto più in dettaglio qui). Negli anni passati l’Europa ha a più riprese respinto l’ingresso di Ankara nell’Unione, a causa del mancato raggiungimento di alcuni dei “Criteri di Copenhagen”, al cui rispetto sono tenuti tutti gli stati che fanno richiesta per entrare nel club Europa.

Oggi però la crisi dei profughi provenienti dalla Siria ha condotto l’Europa a più miti consigli. I leader europei si incontrano con Erdoğan per negoziare un maggior impegno turco sui profughi.  Angela Merkel si è persino detta pronta in cambio a dare una mano per il sospirato ingresso, nonostante la democrazia in Turchia abbia fatto vistosi passi indietro. Il commissario all’allargamento Johannes Hahn ha presentato il rapporto sul processo di adesione della Turchia solo dopo le elezioni, quasi per non rischiare di disturbare la vittoria del presidente. Le opposizioni turche hanno accusato i vertici europei di ipocrisia, e poco importa che nel rapporto l’Unione si sia dichiarata preoccupata per la libertà di stampa in Turchia. Per loro il rinvio della presentazione del rapporto è la fotografia dell’attuale sentimento di deferenza dell’Europa verso il sultano Erdoğan.

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Il presidente della Repubblica Turca Recep Tayyip Erdoğan, uscito vincitore dalle elezioni dello scorso 1 novembre.

Meno drammatiche, ma altrettanto decisive per il futuro dell’Unione Europea, le notizie provenienti dalla Gran Bretagna. I cittadini del regno saranno chiamati a votare in un referendum sulla permanenza nell’Unione Europea nel 2017. Il premier David Cameron è stato abile a sfruttare la tendenza euroscettica del proprio elettorato senza appiattirsi sulle posizioni dell’Ukip di Nigel Farage, che spinge per l’uscita immediata dalla casa europea. Pur promettendo il referendum, Cameron si è sempre detto favorevole a restare nell’Unione, ma solo a determinate condizioni. Con questa strategia si è assicurato un’ampia vittoria alle elezioni dello scorso maggio.

Due giorni fa, il premier britannico ha spedito una lettera al presidente del consiglio europeo Donald Tusk, con 4 condizioni all’Europa per scongiurare la “Brexit”, o almeno per garantirsi l’impegno di Cameron per evitarla al referendum. Maggiore competitività, tutela per i paesi che non hanno l’euro come moneta (la Gran Bretagna come sappiamo ha la sterlina), maggior potere ai parlamenti nazionali e possibilità di inserire dei limiti alla concessione di servizi di welfare a chi migra nel Regno Unito. Gli ultimi due punti, in particolare, se concessi darebbero un’impronta del tutto nuova all’evoluzione dell’Europa. Più potere agli stati membri significa bloccare il progetto di una maggiore integrazione politica europea. I limiti al welfare ai “migranti interni” significa invece ridimensionare uno dei tratti più distintivi del progetto europeo: la libera circolazione interna dei cittadini, oggi garantita dai trattati di Schengen.

È la visione che la Gran Bretagna ha sempre avuto dell’Europa, che per loro non deve essere altro che una zona di libero scambio o poco più. Una visione diversa da quelli degli stati europei centrali. Quegli stessi stati che la scorsa estate hanno mostrato i muscoli con la Grecia in nome dell’inviolabilità dei trattati, ma che ora si mostrano più concilianti. Eppure le modifiche chieste dal primo ministro non sarebbero di poco conto. Tutt’altro. E allora perché Angela Merkel non risponde che le regole vanno rispettate? Perché nessuno si strappa le vesti per il rischio di disintegrazione del “sogno europeo”?

Intanto perché la Gran Bretagna non è la Grecia, e questo lo capisce anche un bambino. Poi c’è dietro una questione puramente politica. Sull’irreversibilità dell’appartenenza all’Euro e all’Unione Europea sono state spese troppo parole. Un’eventuale “Brexit” darebbe nuovo vigore alle pretese di partiti euroscettici, che già godono di ottima salute in praticamente tutta Europa. Per questo la fuga di Londra va evitata ad ogni costo. Anche, eventualmente, quello di rimangiarsi parte della propria storia.

Il primo ministro britannico David Cameron. Due giorni fa ha scritto una lettera all'Europa con le condizioni per un suo impegno per evitare la
Il primo ministro britannico David Cameron. Due giorni fa ha scritto una lettera all’Europa con le condizioni per un suo impegno per evitare la “Brexit”.

L’Unione Europea è insomma in difficoltà su più fronti, e chi vuole ottenere qualcosa sa che è il momento di farsi avanti. La Turchia e il Regno Unito (anche se in contesti diversi) stanno mettendo in discussione alcuni dei suoi valori fondanti, oltre che la prospettiva di una maggiore integrazione futura. Sta ora alla politica europea decidere quanto della propria storia e dei propri principi mettere sul tavolo delle trattative. Concedere qualcosa all’autoritarismo di Erdoğan o alla pretesa di Cameron di ostacolare l’integrazione europea potrebbe aiutare a risolvere i problemi contingenti. C’è però da chiedersi, tolto questo, cosa resti dell’Europa se non regole e vincoli di bilancio. E, soprattutto, chi sarebbe ancora disposto a difendere un’Europa del genere.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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