Una notte a Parigi

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Mentre il terrore scendeva a Parigi, io ero a cena con un ragazzo e una ragazza della Repubblica Ceca e due ragazze francesi. I due cechi raccontavano dell’entusiasmo dei giovani del loro paese a girare il mondo, dopo decenni di chiusura durante il regime comunista. In quel momento stavamo condividendo dei biscotti. “Bad news from Paris”, dice all’improvviso una delle due ragazze francesi. Il tono è grave, e lei non staccherà quasi più gli occhi dal telefono per il resto della serata. Un attentato a Parigi, di nuovo. Notizie ancora confuse. Le due ragazze parlano in francese tra loro, io e i cechi non ci intromettiamo. Colgo qualcosa dal loro parlare fitto. “Dix-huit, “Trente”, “Soixante”, il numero delle vittime che cresce. Scambiamo ancora due parole, necessarie e di circostanza insieme. “Non credo c’entri la religione” mi dice l’altra ragazza francese, ma non ha voglia di parlarne e si vede. Dopo un po’ ci auguriamo la buonanotte, e ci ritiriamo ognuno con il proprio smartphone e la propria lingua.

Non so se ricorderò tutti questi dettagli, quanto tra qualche anno ripenserò alla notte del 13 novembre 2015. Di sicuro ricorderò che ero in Erasmus, in Islanda. Lontano, ma non abbastanza per fuggire, non abbastanza per ignorare. Gli aggiornamenti dei giornali, lo sbraitare di politici avvoltoi che non hanno manco atteso che si raffreddassero i cadaveri, i Tweet e gli stati su Facebook di chi ha capito tutto.

Sgomento e rabbia, senza alcun orgoglio. E tanti pensieri. Per la mia fidanzata, che a gennaio inizierà il suo Erasmus a Parigi. Per quello che vuol dire vivere lo stesso incubo 2 volte. Per la nostra Europa, che appare sempre meno una fortezza. Per cosa vedremo d’ora in avanti quando vedremo arrivare un barcone sulle nostre coste. Per cosa ci diranno di vedervi. Per quanto siamo stronzi ad accorgerci di quanto sia cattivo l’uomo solo quando uccide vicino a casa nostra. Ma anche di quanto sia irrimediabilmente così per tutti. Tutto questo ho pensato, la notte del 13 novembre 2015, mentre guardavo Parigi dal mio tablet.

Ho pensato molto se pubblicare questo post, decisamente diverso da quello che è il mio solito stile. Ho scritto uno sfogo, più che analisi. Non perché non abbia delle opinioni su quanto successo e su quanto dovrebbe (e soprattutto non dovrebbe) accadere ora. Solo ritengo avremmo tutti bisogno di prenderci del tempo in più per riflettere. Credo che questo sia ancora il tempo degli sfoghi, e ho deciso di considerare tali molte delle cose che ho letto in queste ore. Un abbraccio a Parigi e alla Francia.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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