Parigi, i media e il web

I social network rispondono (o danno l’illusione di rispondere) a una necessità insita nella natura umana: la condivisione. Normale che quando succede una tragedia, a essere condivisi siano i sentimenti di sgomento o di rabbia che ne seguono. I grandi eventi del nostro tempo sono commentati in diretta live in tutto il mondo. Così è successo dopo gli attentati dello scorso 13 novembre a Parigi. Io stesso, d’altronde, appena ho saputo quanto successo mi sono istintivamente connesso a Twitter.

Si può ormai dire che esista un protocollo da seguire in situazioni come questa, che rende estremamente prevedibili molte delle reazioni, tanto del sedicente “popolo del web” quanto dell’informazione che si pretende professionale. E della politica, naturalmente, che oggi non può permettersi di farsi percepire assente sui fatti dell’ultimo minuto. Ma i politici-politicanti in questo caso possiamo inserirli senza problemi nel marasma del web, senza distinzione alcuna tra loro e gli altri. Molti di loro, per primi, non sembrano percepire la differenza di responsabilità pubblica tra sé stessi e gli altri profili che abitano la rete. Differenze tra un Salvini (buonisti=complici), un Gasparri (l’Isis si batte in un quarto d’ora se si vuole) e dotte esternazioni di persone molto meno note (e quindi meno responsabili, e quindi meno pericolose) non se ne vedono molte. Stessa grossolaneria, stessa smania di farsi notare. Quindi, per una volta, non concediamo alla politica il privilegio di essere categoria a parte.

Reazioni prevedibili, dicevamo, prevedibilissime. In questa categoria stanno “bastardi islamici-mussulmani ecc.”, “chiudiamo le frontiere”, “bombardiamo tutto” e così via. Solo un pelo meno scontati i “oggi tutti a piangere per Parigi, ma nessuno pensa a…” (questo pezzo del Post secondo me centra appieno il punto).

Non che tutto ciò che è scontato sia male, intendiamoci. È scontato esprimere solidarietà a Parigi e la Francia, magari anche colorarsi la foto del profilo, e non c’è niente di male in tutto ciò. E non c’è niente di male nemmeno in non scrivere niente e non colorarsi la foto. Ci pensano già i signori Facebook e Google a indirizzare le nostre scelte ogni giorno. Ci dicono cosa comprare e su cosa indignarci. Non c’è alcun bisogno che ci mettiamo anche noi a dire agli altri cosa condividere e su cosa piangere. Che poi, quello che condividiamo sia influenzato dai media è tutta un’altra storia.

Detto delle reazioni scontate, altre sono state decisamente più particolari, o strettamente legate al caso in questione.

La notizia di aprile

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Un’immagine della strage in Kenya dello scorso aprile

Sui social è circolata molto la notizia dello scorso aprile di una strage del gruppo Al-Shabaab in un college di Nairobi, in Kenya, dove persero la vita 147 studenti. Chi condivideva la notizia, dava per scontato fosse successo in questi giorni, e spesso accusava gli altri di essere insensibili, di pensare solo a Parigi e non a quello che succede lontano da casa e così via. Non è chiaro come sia nato questo tam-tam. Il Post parla di “siti particolarmente inaffidabili” che avrebbero rimesso in circolo la notizia, ma non ne ho trovato traccia. Possiamo considerarlo come una sorta di esperimento sociale (benché probabilmente non voluto), che ha evidenziato 3 cose.

  1. Chi si pretende portatore del dolore del mondo spesso non ricorda fatti successi qualche mese prima;
  2. Gli stessi si mostrano interessati a ciò che accade solo quando succede una tragedia vicino a noi (e accusano gli altri di fare lo stesso);
  3. Siamo tutti influenzati da quello che condividono altri, che siano media o altri utenti dei social network.

L’attacco della Francia a Raqqa

Il giorno dopo gli attentati, l’aviazione francese ha bombardato Raqqa, città siriana considerata strategica per lo Stato Islamico. La stampa italiana ha scritto di “reazione”, “risposta” della Francia all’affronto subito, senza curarsi di sottolineare che la Francia è attiva in Siria dallo scorso settembre. Gli attacchi di venerdì notte hanno influenzato la scelta militare francese? Sicuramente. Ma messa solo in questo modo la notizia è monca. Si dà l’idea di una reazione d’orgoglio e partorita al momento, si spiega la politica internazionale come fosse un far west e non si contribuisce a spiegare meglio cosa stia effettivamente succedendo.

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I missili dell’aviazione statunitense lanciati su Raqqa. La foto si è poi rivelata essere un fotomontaggio.

Ciliegina sulla torta, i giornali italiani non si sono fatti mancare la nota trash. Per qualche ora è circolata come vera la notizia che sulle bombe i soldati statunitensi avrebbero scritto “From Paris with love” prima di sganciarle dall’aereo. La notizia poi si è rivelata una bufala. Penso che ogni commento sia superfluo.

Il brutto della diretta

La smania della velocità ad ogni costo porta inevitabilmente a fare degli errori, che amplificati dalla rete danno una visione distorta di quanto accade. Succede ormai regolarmente, ma da parte dei media non sembra intravedersi la volontà di cambiare di rotta. Anzi, raccontare i fatti “minuto per minuto” è ormai un imperativo assoluto, e motivo d’orgoglio per siti web, tv e radio. Niente di male, se non si dimentica la buona pratica della verifica della notizia, che sembra ormai diventata roba per nostalgici.

Anche nel caso degli attentati di Parigi mezze notizie e vere e proprie bufale non sono mancate. Il giornale francese Le Monde ha raccolto e smentito alcune delle false notizie circolate online (tradotte qui in italiano su Internazionale).

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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