Libero, un giornaletto in crisi in cerca di visibilità

A poche ore dagli attentati di Parigi dello scorso 13 settembre, il quotidiano Libero ha deciso di aprire così. Inutile dire che un titolo del genere ha scatenato forti polemiche e liti furibonde nei salotti televisivi nostrani.

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La prima pagina di Libero del 14 novembre 2015

Poco da dire, il titolo è indifendibile, e la reazione di sdegno che ne è seguita sacrosanta. A mio avviso la colpa più grave di un’apertura del genere è la rinuncia a informare. Un titolo così parla alla pancia, non informa, solletica i peggiori istinti, non spiega. Insomma, al di là delle opinioni espresse (su cui ci sarebbe comunque da dire) questo non è giornalismo.

Nei giorni successivi, i commentatori si sono divisi tra chi ha attaccato la scelta del giornale di Belpietro, e chi invece l’ha difesa (c’è davvero bisogno che vi dica chi?). Per farvi un’idea, qui un pacato dialogo tra Massimo Cacciari e il giornalista di Libero Mario Giordano a Piazzapulita, e qui una replica di Moni Ovadia a Matteo Salvini a Ballarò.

Per una volta non voglio però scrivere di massimi sistemi, e mi limiterò a discorsi molto più terra-terra. Libero è un giornale in crisi. Penso che sapere questo aiuti a capire il perché di molte scelte “discutibili” fatte dalla redazione. Quel titolo non è la prima scelta di cattivo gusto di Belpietro e soci, benché indubbiamente spicchi tra le altre. Ecco una breve selezione di perle partorite dal quotidiano:

 

Mi fermo qui, ma vi assicuro che la scelta sarebbe molto ampia. Tanti titoli provocatori se non indecenti, puntualmente seguiti da un codazzo di polemiche. Polemiche di cui Libero ha bisogno come il pane per farsi notare, per continuare a far sentire la propria voce. Polemiche senza le quali forse a mala pena la gente sarebbe a conoscenza della sua stessa esistenza.

Ma andiamo al sodo. Quanta gente compra davvero Libero?

Secondo i dati Ads (Accertamenti diffusione stampa) del marzo 2015, Libero vende circa 35 mila copie al giorno. Certo, come gli altri subisce una crisi strutturale del mercato dei giornali, ma si tratta comunque di un numero basso, se confrontato con le vendite di giornali concorrenti. Tra i più noti, il più vicino in termini di vendite è il Fatto Quotidiano (36 mila copie giornaliere), mentre il Giornale (di simile orientamento politico) sovrasta a quota 78 mila. Per non parlare dei due colossi Corriere della Sera e la Repubblica, inarrivabili rispettivamente a quota 228 mila e 234 mila. Persino quotidiani locali e meno presenti nel dibattito nazionale come l’Arena o Nuova Sardegna vantano vendite simili se non superiori a quelle di Libero.

Numeri che certificano la crisi di un giornale che ha evidentemente scelto la via del sensazionalismo per restare a galla. Questo non giustifica un certo modo di fare informazione, sia chiaro, ma aiuta a mio avviso a capire il perché di alcune scelte meno “ideologiche” di quanto possa sembrare.

La tabella di Italia Oggi sulle vendite dei quotidiani italiani - marzo 2015
Tabella di Italia Oggi sulle vendite dei quotidiani italiani – marzo 2015

Ci si potrebbe interrogare a questo punto sul ruolo dell’Ordine dei giornalisti, che ha nel nostro paese il compito di tutelare la qualità e l’etica dell’informazione. Non voglio entrare nello specifico, dal momento che il suo funzionamento mi è in gran parte ancora oscuro. Ciò che mi sento di dire è che mi piacerebbe un dibattito più ampio e pubblico possibile, non limitato agli addetti ai lavori come troppo spesso appare oggi.

Il giornalismo oggi non sta affrontando una sfida epocale, ne sta affrontando molte contemporaneamente. Ogni titolo come questo è un’ulteriore mazzata alla sua credibilità, già quantomeno compromessa.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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