Eni, Report e la fuga dalle grinfie dei giornalisti

Report
Milena Gabanelli, conduttrice di Report

Fermi tutti: ieri sera è andata in onda (e in rete) una piccola rivoluzione.

È domenica sera e come ogni domenica sera su Rai3 c’è Report, programma di inchieste giornalistiche condotto da Milena Gabanelli. Tema della puntata, l’acquisto da parte di Eni della licenza per sondare i fondali marini in Nigeria per l’estrazione del petrolio.

Premessa: non ho visto la puntata e non so niente sul tema, quindi non mi esprimerò sul merito della questione.

Quello che ci interessa è quello che succede in rete, per la precisione su Twitter. A puntata iniziata, è la stessa azienda a cinguettare così:

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Il primo Tweet di Eni in risposta alla puntata di ieri sera

In 140 caratteri c’è tutto: autodifesa, messa in dubbio della professionalità della controparte e contro-documentazione.

Da lì è nata una serie di botta e risposta online tra Eni e Report, che hanno coinvolto anche il responsabile comunicazione dell’azienda Marco Bardazzi e il direttore di Rai3 Andrea Vianello.

In breve: Bardazzi scrive che Report avrebbe dovuto invitarli in diretta per “un vero contraddittorio”, Gabanelli tramite profilo Report scrive che in realtà hanno provato a invitarli per più di un mese, e più tardi vengono pure pubblicate le e-mail. Vianello scrive invece che la trasmissione non prevede ospiti in diretta, e che per fornire la propria versione basta rispondere alle domande. Ancora Bardazzi gli risponde che l’hanno fatto, ma che le loro risposte sono andate in onda tagliate (non è la prima volta che Report viene accusata di qualcosa del genere).

Un po’ di screenshot:

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Immaginate la sorpresa dei responsabili online del programma, che si sono per la prima volta trovati a rispondere alle accuse a puntata ancora i corso. L’intuizione di Eni è stata tanto semplice quanto geniale: rispondendo a distanza mi creo il mio contraddittorio, senza la scocciatura delle domande del giornalista.

Al di là del merito, Eni e Internet hanno vinto questo round contro il giornalismo televisivo. Hanno brutalmente scavalcato l’autorità del giornalista, non riconoscendolo in quanto interlocutore valido. Da oggi possiamo attenderci che le vittime di Report non aspetteranno più inermi gli strali domenicali della Gabanelli, ma prepareranno per tempo una contro-strategia online.

È evidente che tutto ciò comporta delle nuove responsabilità per il giornalismo d’inchiesta, che ora si ritrova a dover rispondere in diretta a una controparte agguerrita e preparata, che si crea da sé le proprie regole del gioco.

Se quanto successo ieri sera non rimarrà un caso isolato, potrebbe andare in crisi il modello di “informazione televisiva” che abbiamo visto affermarsi negli ultimi anni. Annozero, Ballarò e compagnia hanno decretato il successo del talk show, in cui ospiti fisicamente presenti si scambiano opinioni. Elementi di “talk” sono entrati piano piano anche in altri tipi di trasmissione, da quelle sportive fino persino ai telegiornali. Sempre più spesso capita di vedere ospiti anche dove non strettamente necessari, e se ci scappa la litigata tanto meglio.

Elemento costante della “talk tv” è il ruolo assolutamente centrale del giornalista, vero e proprio dominus del programma che decide chi parla e per quanto tempo. Gli ospiti in genere accettano di sottostare alla sua autorità perché sanno che la televisione è troppo importante. Il politico deve stare in tv per farsi conoscere, lo scrittore per vendere il proprio libro. Diverse ricerche dimostrano che nel nostro paese la televisione è ancora il media più usato per informarsi.

Ieri Eni si è ribellata alla dittatura dei conduttori televisivi, scommettendo su un mezzo ancora meno potente della tv, ma destinato a crescere. Ha creato un precedente interessante, che potrebbe essere presto imitato da altri. La presenza fisica dei protagonisti del programma potrebbe rendersi sempre meno necessaria. Il dibattito potrebbe svincolarsi dai confini imposti dall’etere, perdere la consistenza della presenza fisica e liquefarsi nel web. Ennesima prova (se mai ce ne fosse stato bisogno) della pervasività di questa rivoluzione chiamata internet sul modo di intendere il giornalismo.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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