Ci stiamo svegliando dal sogno europeo?

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Lo scorso settembre il primo ministro della Slovacchia Robert Fico aveva detto che, secondo lui, l’Unione Europea avrebbe dovuto sì accogliere i profughi siriani, ma solo pochi e a patto che fossero di fede cristiana (avevo scritto qualcosa al riguardo qui).

Erano i giorni del dibattito sulla distribuzione di quote di migranti, a cui il paese di Fico e altri si stavano opponendo con le unghie e con i denti. L’uscita del primo ministro slovacco provocò critiche bipartisan. Gianni Pittella, in qualità di capogruppo del Partito Socialista Europeo, arrivò a chiederne la sospensione dal gruppo.

Passano pochi mesi. Lo stesso Robert Fico ripete più o meno le stesse cose, ma questa volta la reazione non c’è.

Cosa è successo? Un po’ di tutto. Gli attentati di Parigi a novembre e le violenze di capodanno a Colonia hanno lasciato il segno, cambiando innanzitutto il nostro modo di parlare di sicurezza, immigrazione ed Europa.

I fatti di Parigi hanno sdoganato il termine “guerra”, dopo i fatti di Colonia non si fa più brutta figura a pensare che la convivenza pacifica tra le religioni sia impossibile, o quantomeno problematica. Se ne sono accorti Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere e il neo direttore Maurizio Molinari sulla Stampa, giornali che pure hanno lodato la politica di accoglienza di Angela Merkel.

In un contesto del genere, le parole di Fico non suonano più come un fulmine razzista a ciel sereno, ma come una logica conseguenza del clima generale.

Robert Fico
Il primo ministro slovacco Robert Fico

Un altro esempio? Non si parla più di “egoismi nazionali” quando uno o più stati dell’Unione decidono di reinserire i controlli alle frontiere. L’hanno fatto recentemente Svezia e Danimarca, in barba al trattato di Schengen, che stabilisce la libertà di circolazione dei cittadini all’interno della zona europea. Una carta fino a poco tempo fa motivo d’orgoglio, nonché tra i principali argomenti usati per convincere gli euroscettici.

Oggi non è più così. Il trattato di Schengen è sempre più messo in discussione, chi lo difende (su tutti il presidente della Commissione Juncker) è sempre più isolato. Anche sui media, il trattato sembra aver perso molta della sua intoccabilità sacrale. La notizia del ritorno delle frontiere tra Svezia e Danimarca, e tra Danimarca e Germania è stato per lo più commentata in tono neutro, come una misura necessaria. Nicolas Sarkozy può dichiarare che “Schengen è morto” senza che si sollevi nemmeno un timido “speriamo di no” di risposta.

Il clima che si sta così creando ha delle conseguenze molto concrete, basti vedere alla decisione del Governo italiano di fare retromarcia sulla depenalizzazione del reato di clandestinità. L’ha ammesso candidamente il ministro dell’interno Angelino Alfano: la decisione è stata presa per motivi sostanzialmente psicologici. Non è il momento giusto insomma, non trasmette la giusta sensazione, e oggi la sensazione è tutto. Tacendo di un Governo così succube dell’emotività del momento (altro che velo pietoso) e che pure ammette di esserlo (questo forse è persino peggio), non pare comunque di vedere reazioni significative, se si esclude quella della magistratura.

Di “sogno europeo”, insomma, si parla sempre meno. Oggi percepiamo come debolezze quelli che pensavamo essere punti di forza, in un mondo che non sta andando secondo i nostri piani. L’Unione Europea sta ripensando alcuni dei suoi principi fondanti, ma sembra in difficoltà nell’offrire una nuova prospettiva per il futuro, credibile e soprattutto desiderabile.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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