La morte di Giulio Regeni dovrebbe aprirci gli occhi sull’Egitto di al-Sisi

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Il presidente egiziano al-Sisi. source: globalresearch.ca

La morte di Giulio Regeni ci ha mostrato chiaramente il vero volto dell’Egitto di al-Sisi.

La Repubblica egiziana è retta da un regime antidemocratico, e il suo presidente Abd al-Fattah al-Sisi è un dittatore. L’ex Capo di Stato maggiore ha preso il potere nel luglio del 2013 con un colpo di stato che ha rovesciato il presidente Muhammad Mursi, leader della Fratellanza Musulmana democraticamente eletto un anno prima, oltre che primo presidente della storia dell’Egitto moderno a non venire dalle fila dell’esercito. Una volta al potere, al-Sisi ha imposto un regime autoritario, violento e repressivo. Sono cose che grossomodo si sanno. Si sanno, ma non si dicono, o si dicono poco e piano.

Il fatto è che il regime di al-Sisi ci fa comodo. Il suo pugno di ferro ci rassicura, in un Nord Africa nel caos in molte sue parti. Per noi italiani, poi, l’Egitto è un patner economico troppo importante per abbandonarlo al disordine o a un presidente musulmano e più ostile all’occidente. Per questo, ben poche voci si sono levate contro il colpo di stato del 2013, la sospensione della Costituzione e la sistematica violazione dei diritti umani fatta in nome della lotta al terrorismo. Anzi. Intervistato da Al Jazeera, lo scorso luglio Matteo Renzi è arrivato a definire al-Sisi “un grande leader”. Il nostro presidente del Consiglio ha più volte ribadito la necessità di sostenere la lotta del presidente egiziano contro il terrorismo, e poco importa se questa diventa un pretesto per eliminare in massa l’opposizione.

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Per carità, la politica è anche e soprattutto l'”arte del possibile”, questo è quello che passa il convento e la Libia è lì a dimostrarci cosa succede quando ci impegniamo troppo a rimuovere dittatori sanguinari. Tutto vero. Quello che è decisamente fuori luogo è l’entusiasmo nei confronti del leader egiziano, che non è prerogativa solo del nostro premier. Qualche settimana fa ho sentito un commentatore dire in tv che “fortunatamente” l’esercito ha ripreso il potere in Egitto, perché quello di Mursi si avviava a diventare un regime altrettanto autoritario e (soprattutto) molto più pericoloso per noi. Può anche darsi che sia così, ma “fortunatamente” non è proprio un’espressione che userei in queste circostanze.

Oltre alla politica, anche la maggior parte dei mezzi di comunicazione si sono mostrati piuttosto timidi nel raccontare l’Egitto di a-Sisi. C’è voluta la morte di un nostro connazionale per far comparire anche su giornali mainstream analisi e critiche al regime egiziano. Ci sono volute le odiose bugie della polizia egiziana, per cui Regeni sarebbe morto in un incidente stradale, le sevizie e le bruciature da sigaretta sul cadavere di un ragazzo (italiano) di 28 anni. C’è voluto tutto questo per far emergere qualche timido ragionevole dubbio.

La stagione degli sguardi in cagnesco all’Egitto, però, durerà poco, se non è già finita. Troppi interessi in ballo, e un quadro troppo complesso per potersi permettere di aprire un nuovo fronte di tensione nel Mediterraneo. Chiedendo “chiarimenti” il Governo ha fatto il minimo sindacale. Al-Sisi continuerà a essere un alleato, forse darà ordine ai suoi sgherri di essere un po’ più gentili con gli occidentali per evitare altri incidenti in futuro, ma poco di più. Realpolitik, la chiamano. I giornali, però, dovrebbero ricordarsi che fanno un altro mestiere, e che una buona dose di realismo non dovrebbe impedir loro di raccontare e dare il giusto spazio ai fatti, anche quando sono scomodi e riguardano un paese alleato.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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