Matteo Renzi, ribelle in ritardo

Conferenza stampa a margine del Consiglio dei Ministri
source: blitzquotidiano.it

La polemica tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e le istituzioni europee (in particolare la Commissione) si trascina ormai da qualche settimana. L’ultima puntata della telenovela è andata in onda dalla lontana Argentina, dove il premier ha lanciato l’ennesima frecciata. Più o meno ha detto questo: le politiche fatte in Usa da Obama sono state giuste, quelle fatte dall’Europa sono state sbagliate. Si riferisce a quel mix di contrazione della spesa pubblica e aumento delle tasse reso necessario dalle stringenti regole comunitarie sul bilancio ormai conosciuto come “austerità” o austerity, per gli amanti degli anglicismi. Un comportamento economico ormai a detta di molti co-responsabile delle difficoltà dell’Europa di superare la crisi. L’amministrazione Obama ha al contrario incentivato investimenti pubblici sostenuti da una politica monetaria più rilassata, che hanno consentito agli Stati Uniti di riprendersi più rapidamente dal crack del 2008.

L’ammirazione di Renzi per Obama non è una novità. Più  spiazzante è il suo recente atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea. È vero, il superamento delle politiche di austerità è sempre stato uno dei punti dell'”agenda europea” del Segretario del Pd, ma questo mai si era tradotto in attacchi così diretti e ripetuti alle istituzioni dell’Unione. Attacchi che sono sfociati quasi nel personale, quando nel mese di gennaio c’è stato un violento scambio di accuse con il presidente della Commissione Jean Claude Juncker. Matteo Renzi si è presentato sulla scena europea come un innovatore, ma sempre nel recinto ben definito delle regole comunitarie. Del resto, nel momento in cui lo scontro tra i falchi dell’austerità e chi ha provato a cambiare le regole del gioco si è fatto più drammatico, lui si è schierato con i primi.

Ricordi greci 

Ho in mente un momento ben preciso. L’estate scorsa il Governo greco guidato da Alexis Tsipras era impegnato in una lunga ed estenuante trattativa con l’Unione Europea. L’obiettivo era ristrutturare parte del debito greco, o almeno ammorbidire le condizioni per ottenere il prestito necessario a tenere in piedi le finanze del paese. Non solo Tsipras non trovò alcuna sponda nel Governo italiano, ma Renzi si affrettò ad unirsi al coro dei “le regole vanno rispettate”, pur lasciando alla Germania il compito del poliziotto cattivo. La Grecia venne lasciata sola nella sua battaglia, e (anche) da lì derivò la sostanziale resa di Tsipras, le dimissioni del Ministro Yanis Varoufakis (che fin lì aveva condotto i negoziati su una linea oltranzista) e l’acquisizione di un piano di austerità che sta ulteriormente facendo sprofondare la situazione sociale ed economica in Grecia.

tsipras-varoufakis
Il premier greco Alexis Tsipras con l’ex ministro Yanis Varoufakis, protagonisti del duro negoziato dell’estate scorsa per allentare la morsa dell’austerità sulla Grecia. source: nextquotidiano.it

Da dove viene dunque l’atteggiamento bellicoso di queste settimane? Tattica, dicono i bene informati, puri e banali calcoli politici. Su quali siano però i motivi per scegliere questa strategia e gli obiettivi del premier italiano, le interpretazioni sono diverse.

Il fronte esterno

Soprattutto nelle prime settimane del 2016, quando la polemica con Junker aveva raggiunto l’apice, si sentiva dire che Renzi stesse sfruttando un quadro europeo favorevole per accrescere la propria influenza. Erano i giorni immediatamente successivi al capodanno di Colonia, e Angela Merkel sembrava avere per la prima volta dei seri problemi di consenso in patria. Merkel è forse il più potente leader europeo, nonché volto dell’austerità.

Renzi, dal canto suo, è leader del più grande partito socialdemocratico europeo (alle europee del 2014 prese il 40%, ricordate?), e i socialisti europei sostengono la Commissione del popolare (in quanto esponente del partito popolare europeo) Juncker. Con la principale leader pro-austerity in leggero affanno – si diceva – Renzi cerca di approfittarne per “far pesare” il proprio fondamentale sostegno a Juncker, e per alzare l’asticella delle richieste all’Europa per l’Italia.

Personalmente questa lettura mi convince poco. Il fatto che Merkel debba affrontare qualche problema di consenso in Germania (dove resta comunque il personaggio politico più popolare insieme al suo ministro Wolfgang Schäuble) non ne sminuisce il peso in Europa. Inoltre, a inizio 2017 in Germania si andrà a votare, e più passeranno i mesi più è probabile che la cancelliera si mostrerà intransigente nei confronti degli stati spendaccioni del sud. È sempre stata la sua strategia elettorale, e fino ad oggi è funzionata molto bene. Visto in questo modo, l’atteggiamento battagliero dell’Italia potrebbe persino farle comodo.

Il fronte interno

Altre cause dell’improvviso bellicismo di Renzi sono state individuate nella situazione politica italiana. In primavera ci sarà un’importante tornata di elezioni amministrative, in cui si sceglieranno (tra gli altri) i nuovi sindaci di Roma e Milano. Un atteggiamento più aggressivo nei confronti dei “burocrati di Bruxelles” sarebbe quindi uno dei tanti capitoli del libro della propaganda renziana. A questo si aggiungano i sondaggi d’opinione, che nel 2015 hanno dimostrato un forte calo della fiducia dei cittadini italiani nei confronti dell’Unione Europea. Secondo l’istituto demopolis, nonostante solo il 28% degli italiani abbia fiducia nelle istituzioni europee (nel 2010 erano il 48%), solo il 31% sarebbe favorevole ad abbandonare la moneta unica, mentre il 59% vorrebbe restare nell’Unione ma invertire le politiche di austerità. Ed è proprio a quel 59% che si rivolge Renzi.

Il capo del Governo italiano si è già dimostrato politico più che abile ad accumulare consenso. Un’altra cosa in cui il nostro premier non ha bisogno di lezioni è il come muoversi nel sistema dei media, e come tirare fuori le proprie battaglie politiche nei momenti più propizi.

Questa volta, tuttavia, potrebbe aver sbagliato i tempi della polemica. Se l’obiettivo era sfruttare lo slancio della battaglia con i burocrati europei per presentarsi così alle amministrative, potrebbe aver iniziato troppo presto. Dopo più di un mese di polemiche e di dichiarazioni al vetriolo, sembra esserci da parte dei media una certa stanchezza nel raccontare la polemica renziana. Lo scontro mediatico con Juncker dello scorso gennaio ha perso molta della sua attrattiva. Anche le istituzioni europee sembrano essersi stancate di rispondere pubblicamente alle sparate del leader italiano. Paradossalmente (nonostante il titolo di questo post dica il contrario) da un punto di vista strettamente strategico Renzi potrebbe essersi mosso troppo in anticipo.

Papa Francesco in visita a Strasburgo
Renzi insieme a Junker. I due sono stati al centro di una dura polemica lo scorso gennaio. source: glistatigenerali.com

Opposto il discorso da un punto di vista politico, dove appare evidente il ritardo del nuovo corso anti-austerity del Pd di Matteo Renzi. Ammesso che l’obiettivo di sia davvero superare le politiche di austerità, Renzi si è lasciato sfuggire il treno della crisi greca dell’estate scorsa, che avrebbe potuto compattare il fronte dei paesi del Mediterraneo (accomunati da debiti pubblici molto alti) in una battaglia politica contro il rigore caro ai paesi del centro e nord Europa. Sposare la causa della solidarietà dopo essersi schierato con gli aguzzini di Atene è un comportamento curioso per un leader che dice di voler cambiare verso all’Europa.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

2 thoughts on “Matteo Renzi, ribelle in ritardo”

  1. Aggiungerei un’ulteriore possibilità: le politiche portate avanti da Renzi in questo anno mezzo, che non hanno agito su un taglio sostanziale della spesa pubblica e non hanno contribuito in alcun modo al miglioramento del debito pubblico, otterranno presumibilmente dei warning dalla Commissione. Giocare sulla flessibilità per “nascondere” i mancati tagli all’amministrazione pubblica (in particolare quella centrale, non i Comuni che ormai sono tutti sotto acqua) potrebbe ricevere il cartellino giallo e quindi Renzi si presenterebbe agli italiani dicendo: vedete? io non ho voluto alzare le tasse, vi ho tolto la TASI, se la devo rimettere è solo perchè l’Europa ci costringe.

    Personalmente, ritengo che cancellare la TASI sia stato poco intelligente. Avrei preferito ottenere un ok convinto dall’Europa piuttosto che fare di tutto per mantenere Alfano dentro la maggioranza.

    Vedremo cosa succederà alla Amministrative, ma fossi in Renzi, comincerei a preoccuparmi seriamente.

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