Cosa ho capito del caso Fbi-Apple

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source: itechmania.it

Mercoledì scorso (17 febbraio) ho fatto una cosa che non dovrei fare, soprattutto in quanto aspirante giornalista: ho commentato una notizia in modo istintivo, senza avere le competenze per farlo. Dopo aver letto del rifiuto del Ceo Apple Tim Cook di fornire assistenza tecnica all’Fbi per sbloccare l’iPhone 5 dell’attentatore della strage di San Bernardino, ho criticato aspramente l’atteggiamento dell’azienda fondata da Steve Jobs. Ma come, le istituzioni democratiche di uno stato sovrano fanno una richiesta a un’azienda privata per indagare su un caso di interesse nazionale e l’azienda privata in questione si rifiuta di dar loro una mano? Chi dà a Apple l’autorità per opporsi al governo degli Stati Uniti?

Questo, in sintesi, il pensiero che ho espresso sul mio profilo Facebook. In realtà la questione è un po’ più complicata di così. Intendiamoci, non ho radicalmente cambiato idea in meno di una settimana. Semplicemente, leggendo un po’ qua e là ho scoperto alcuni aspetti della vicenda che in un primo momento non avevo considerato.

Gli aspetti tecnici, innanzitutto, sui quali la mia ignoranza è assoluta. Nel comunicato stampa che annunciava la decisione della Apple, Cook diceva che anche dare la chiave per esporre un singolo dispositivo può comportare dei rischi. “Bella scusa, Tim – ho pensato leggendo per la prima volta la notizia – sicuramente è una scusa di quei maledetti della Apple per giustificare la propria posizione”. Leggendo cose scritte da chi se ne capisce molto più di me ho però imparato che il rischio potrebbe esserci eccome.

Questo è quello che ho capito io, e mi scuso in anticipo coi nerd che mi stanno leggendo (che ovviamente possono sentirsi liberi di correggermi nei commenti):

  • Quando nel 2014 Edward Snowden rivela una rete di collaborazione tra le grandi aziende tecnologiche e i servizi segreti statunitensi, Apple per recuperare credibilità con i propri clienti decide di rendere i messaggi scambiati dai suoi dispositivi indecifrabili persino per l’azienda stessa. Quindi, ad oggi, una chiave per entrare in un qualsiasi iPhone non esiste;
  • Non si può rubare qualcosa che non esiste. Il fatto che una chiave venga creata la rende potenzialmente rubabile, e finire in altre più pericolose mani.

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Queste motivazioni in realtà mi convincono fino a un certo punto. Apple è in questo senso un’azienda privilegiata, ed è consapevole di esserlo. Su Repubblica di ieri un ingegnere della Apple spiega a Federico Rampini che “l’intercettazione delle telefonate riguarda le telecom, che sono delle utility, dei servizi di pubblico interesse, anche quando sono private”. Le telefonate e le comunicazioni tra Telecom non sono forse “rubabili” tanto quanto quelle sui dispositivi Apple?

Da completo ignorante dei tecnicismi della sicurezza informatica, più che avere un’opinione precisa al riguardo tendo ad affidarmi a ciò che mi dicono gli esperti. E, gli esperti, su questo sono divisi. Proprio oggi è uscita un’intervista di Bill Gates sul Financial Times in cui il fondatore di Microsoft si schiera con l’Fbi. È stato il primo tra i volti noti della Silicon Valley, visto che Zuckerberg, il ceo di Google Sundar Pichai e tutti gli altri in blocco si sono schierati con Tim Cook.

A questo punto, però, la questione si è già spostata dal piano tecnico a quello politico. Come ben spiegato da Fabio Chiusi su Valigia Blu, Apple non dice mai che quello che gli chiede l’Fbi non sarebbe possibile, ma che non sarebbe opportuno. Qui sta il cuore della faccenda, almeno per come l’ho capita io. Negli Stati Uniti come in Gran Bretagna vige un sistema di common law. Ciò significa che le sentenze dei tribunali non si basano sull’applicazione di leggi scritte, ma su come si è deciso in casi precedenti. Ora, oggi può sembrare assolutamente ragionevole che alla Apple venga chiesto di decriptare il telefono di un terrorista, ma così facendo domani qualsiasi tribunale potrebbe chiedere all’azienda di fare lo stesso su qualsiasi altro dispositivo. Per questo Tim Cook ha parlato di “precedente pericoloso”, e per questo la Silicon Valley quasi al completo si è schierata dalla sua parte. Una sentenza del genere toglierebbe loro un’arma importante per difendere i dati dei loro clienti.

Tra l’altro, proprio in questi giorni WikiLeaks ha rivelato come dal 2002 in poi i sevizi di Intelligence statunitensi abbiano sistematicamente origliato le conversazioni di molti leader alleati e persino di alcune figure di punta delle Nazioni Unite. La cosa, tra l’altro, ci riguarda da vicino, visto che a finire nel “grande orecchio” sono state anche le conversazioni del nostro allora Primo Ministro Silvio Berlusconi, dal 2008 fino alla sua caduta nel 2011, quando erano in molti a guardare con preoccupazione alla situazione politica ed economica italiana. Con un tempismo singolare, Wikileaks sembra dirci che, se può, l’Fbi usa senza farsi troppi problemi i dati che ha a disposizione per spiare amici e nemici.

Comunque vada a finire, questa vicenda è rappresentativa di quello che è uno dei grandi temi dei nostri tempi: fino a che punto, nel nome della lotta al terrorismo, i governi possono permettersi di invadere la privacy dei cittadini? È una domanda enorme, a cui non pretendo di dare una risposta. Se lo chiedete a un qualsiasi esponente politico, in particolare negli Stati Uniti post 11 settembre, vi risponderà molto probabilmente che i governi devono fare di tutto per proteggere i propri cittadini, anche ahimè spiare le loro conversazioni private. La commissione Intelligence del Congresso statunitense sta a questo proposito lavorando a una legge bi-partisan per rendere comportamenti come quello della Apple illegali in futuro.

Dall’altra parte della barricata ci sono i giganti dell’i-tech, ben decisi a difendere i dati dei propri clienti per non perdere la loro fiducia. Come ha notato amaramente Edward Snowden in un tweet, “l’Fbi sta creando un mondo in cui i cittadini si rivolgono ad Apple per difendere i propri diritti“. Da qui la seconda domanda, che riprende quello che ho scritto qualche giorno fa sul mio profilo Facebook: è giusto che siano aziende private a proteggere la nostra privacy? ed è giusto che abbiano il potere di opporsi a istituzioni democraticamente costituite?

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Anche in questo caso molte più risposte che domande, e bisogno di approfondire quello che è uno dei grandi temi del nostro tempo. In questo post ho provato a buttare giù quello che, fin’ora, ho capito al proposito. In quanto profano della materia, oggi più che mai sono curioso di sapere la vostra, in particolare se doveste segnalarmi qualcosa che non ho scritto o che ho scritto male. Commentate gente, commentate!

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

3 thoughts on “Cosa ho capito del caso Fbi-Apple”

  1. AGGIORNAMENTO: Bill Gates ha detto che il Financial Times ha distorto il senso delle sue dichiarazioni, che non volevano essere di mero appiattimento sulla posizione dell’Fbi. Il fondatore Microsoft pur continuando a sostenere che sbloccare un singolo dispositivo è possibile, ha definito il rifiuto di Tim Cook una scelta “garantista”, volta ad analizzare con più attenzione il caso dal punto di vista legislativo e creare un precedente che sia poi d’esempio anche per i casi futuri.

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