The Trump is real

The-Donald
source. mashable.com

Avevo scritto che ritenevo Ted Cruz il favorito per vincere le primarie del partito repubblicano negli Stati Uniti, ma avevo scritto anche che i pronostici li sbaglio spesso. Dopo i risultato del “Super Tuesday” di due giorni fa,  possiamo dire che con ogni probabilità a correre per i repubblicani alle presidenziali di novembre sarà proprio lui: Donald Trump. Prima che iniziassero le primarie ci dicevano che i sondaggi contavano poco, dopo la sua vittoria nel New Hampshire che bisognava aspettare che vincesse in uno stato più grande, poi ha vinto in South Carolina nel Nevada e allora ci han detto che sarebbe stato il Super Tuesday a essere decisivo. Il Super Tuesday è passato, e lui è sempre in testa, come prima e più di prima. Dove c’erano sensazioni e sondaggi, ora ci sono i numeri, implacabili: fino ad oggi Trump ha conquistato 319 dei 2472 delegati che andranno a formare l’assemblea che eleggerà il candidato presidenziale, quindi circa un quarto dei 1.237 necessari per vincere con il 50%+1 dei voti totali (qui un breve ripasso di come funziona). Non sembrano molti, ma sono tanti se paragonati ai 226 di Ted Cruz e ai 110 di Marco Rubio, i due principali sfidanti.

L’avanzata impetuosa dell’ex boss di The Apprentice (il programma riproposto in Italia da Briatore, per intenderci) sta gettando nel panico il partito che fu di Abraham Lincoln, che ha puntato le sue fish sui candidati sbagliati. Jeb Bush si è rivelato un candidato debole, con poco carisma e schiacciato dal peso del proprio cognome, mentre Marco Rubio è giovane e si dice brillante, ma semplicemente fuori luogo in una campagna dove vince chi la spara più grossa. E il “mio” Ted Cruz? A guardare i crudi numeri non sembrerebbe messo poi così male, il problema è che si è già votato in molti stati del sud su cui ha puntato molto. Ha vinto in Texas (bene per lui, 99 delegati) ma si è fatto superare da “The Donald” in Arkansas, Tennessee, Alabama, Georgia e South Carolina. Insomma, non ci siamo.

Per fermare la marcia trionfale di Trump verso la nomination, il partito repubblicano potrebbe ricorrere ad un “estremo rimedio” con pochi o nessun precedente nella storia statunitense, ma ne parliamo più avanti. Rimanendo nell’ambito del possibile, la mossa immediata è un’imponente e disperata campagna pubblicitaria contro di lui messa in piedi da miliardari conservatori. Eh? Ebbene si, nella lunga lista dei nemici del tycoon figurano anche le élite conservatrici, che non si fidano di un candidato religiosamente ambiguo, che nel conflitto tra Palestina e Israele si manterrebbe neutrale e che persino è arrivato a spendere parole positive (o quasi) sull’Obamacare e Planned Parenthood, un’associazione no-profit nel mirino dei conservatori per fornire, tra gli altri, anche il servizio dell’interruzione di gravidanza. Sono posizioni che metterebbero in guai seri qualsiasi altro candidato repubblicano, ma non lui, e i conservatori “puri” lo odiano per questo. Da qui la decisione di bombardarlo. Mancano però solo 12 giorni alle decisive (questa volta davvero) primarie in Florida, da cui con ogni probabilità uscirà il nome del candidato in pectore. Questa la reazione immediata. Altri 2 sono poi i possibili sviluppi emersi sui media:

  • L’ammucchiata: tutti gli altri candidati tranne uno si ritirano e appoggiano quello rimasto in corsa. Improbabile. Ted Cruz in quanto momentaneo secondo classificato ha chiesto agli altri di farlo e sostenerlo, ma è odiato dall’élite del partito quasi quanto Trump. Marco Rubio? In questo momento è molto indietro, e non si vede perché Cruz dovrebbe appoggiarlo, perdendo tutto di un colpo la sua fama di duro e puro oppositore dell’establishment. Questa mossa non conviene insomma a nessuno dei due, che rischierebbero di bruciare tutto il proprio capitale politico in un’operazione che potrebbe anche fallire quando (carta d’identità alla mano) avrebbero tutto il tempo per riprovarci tra 4 o 8 anni;
  • Il salvatore della patria: Mitt Romney torna su un cavallo bianco, sconfigge il cattivo e riprova a conquistare la Casa Bianca. Si narra di più di una telefonata al candidato presidenziale del 2012 (sconfitto da Obama) per far uscire il partito dal vicolo cieco in cui si è infilato. Da definire i dettagli, trattandosi di poco più che voci di corridoio. Ritiro di Cruz, Rubio, Kasich e Carson per fargli spazio e regalargli tutti i loro delegati? Candidatura da indipendente tra Trump e Clinton? Non si sa, ma sicuramente il ritorno di Romney metterebbe ulteriore pepe su una campagna già saporita di suo.
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Mitt Romney, sconfitto da Obama nel 2012. Qualcuno ha invocato il suo ritorno per sconfiggere Trump. source: mashable.com

Queste alcune delle drastiche ma possibili soluzioni al problema Trump apparse sui media. Si tratterebbe di azioni clamorose, ma che impallidiscono di fronte a un’altra, ventilata quasi per esercizio di forma da tv e giornali. Si, è tempo di parlarvi dell’ “estremo rimedio” accennato in precedenza. Per attuarlo è necessaria una condizione: che Donald Trump non superi il 50%+1 dei delegati della convention. I delegati ancora da assegnare sono in tutto 1778, e gliene mancano 918 per raggiungere l’obiettivo. Difficile, ma non impossibile. Nel caso questo non accada, i delegati del congresso di partito potrebbero semplicemente dimenticarsi il nome che si sono impegnati a votare e convergere tutti su un candidato unico.

Bisogna ricordare infatti che i delegati hanno un mandato “sulla fiducia”: ti dicono chi si impegneranno a votare, ma tecnicamente una volta eletti possono votare chi vogliono. Con Trump sotto il 50%, se tutti i delegati che non lo appoggiano votassero per un candidato solo (che si chiami Cruz, Rubio o Romney non importa) questo diventerebbe il candidato alla presidenza del partito. Stiamo parlando di un fatto enorme, che manderebbe all’aria mesi di campagna elettorale, milioni di dollari e (più importante) la fiducia dell’elettorato, già seriamente compromessa. Il partito potrebbe forse liberarsi del problema Trump (fino a un certo punto, visto che potrebbe sempre candidarsi come indipendente), ma potrebbe non riprendersi più da un simile shock. Stiamo parlando di fantapolitica, uno scenario apocalittico praticamente impossibile che avvenga sul serio. Ma il solo fatto che sia stato evocato è indicativo di quanto sia il partito repubblicano sia terrorizzato da Donald Trump.

P.s: qui ho voluto parlare solo di chi nel partito e in area repubblicana è al momento contro Trump. Parte dell’establishment si è in realtà già abituata all’idea, e sta salendo sul carro del vincitore. L’ex candidato alle primarie ed ex governatore del New Jersey Chris Christie ha clamorosamente annunciato il suo sostegno, e si attende che altri lo faranno a breve. Mi sentirei di dire che anche sui media il clima sia leggermente cambiato. Un’eventuale presidenza Trump comincia a essere descritta in toni appena appena meno catastrofici, e si comincia a riflettere a cosa in concreto potrebbe portare. Forse è solo una sensazione, vedremo nelle prossime settimane.

P.p.s.: a questo link trovate il punto della situazione delle primarie repubblicane fino ad oggi: delegati conquistati, da conquistare e quant’altro. A questo, già che ci siamo anche quello dei democratici, di cui magari parlerò un’altra volta (riassunto velocissimo: vincerà Hilary Clinton).

P.p.p.s: nel caso vi foste persi la raccolta delle letture di febbraio (male per voi, nel caso), ripropongo questo articolo del Washington Post che spiega come il partito repubblicano abbia in realtà partorito dentro di sé quel mostro dalla bionda chioma che ora minaccia di distruggerlo.

ERRATA CORRIGE: al contrario di quello che ho scritto, i delegati al primo scrutinio sono tenuti a votare il candidato per cui sono stati eletti, anche nel caso il candidato in questione si fosse nel frattempo ritirato. Un’eventuale elezione di Romney o qualsiasi altro candidato che non abbia corso alle primarie (che ritengo comunque improbabile per tutti i motivi che ho scritto sopra) scatterebbe quindi solo al secondo scrutinio, a cui si accederebbe solo nel caso nessun candidato raggiungesse la maggioranza assoluta dei delegati. Questo scenario si chiama “brokered convention” e non si è mai verificato nella storia delle primarie statunitensi.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

3 thoughts on “The Trump is real”

  1. Non mi è chiaro come Romney potrebbe rientrare nella corsa alla Convention. Se Rubio e Cruz lasciassero, potrebbe entrare in corsa un altro candidato? e i due dimissionari potrebbero “passare” i propri delegati al subentrante?

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  2. Ciao Stefano. Intanto grazie per la regolarità con cui leggi e commenti i miei articoli, il mio blog è solo agli inizi e avere un lettore così affezionato non può che farmi piacere. Comunque, io stesso avevo frainteso il meccanismo, per questo ho scritto questa correzione in coda all’articolo, spero ti renda le cose un po’ più chiare:

    ERRATA CORRIGE: al contrario di quello che ho scritto, i delegati al primo scrutinio sono tenuti a votare il candidato per cui sono stati eletti, anche nel caso il candidato in questione si fosse nel frattempo ritirato. Un’eventuale elezione di Romney o qualsiasi altro candidato che non abbia corso alle primarie (che ritengo comunque improbabile per tutti i motivi che ho scritto sopra) scatterebbe quindi solo al secondo scrutinio, a cui si accederebbe solo nel caso nessun candidato raggiungesse la maggioranza assoluta dei delegati. Questo scenario si chiama “brokered convention” e non si è mai verificato nella storia delle primarie statunitensi.

    Ciao e a presto!

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