Come stanno andando le primarie negli Stati Uniti

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source: guardianlv.com

Dall’ultima volta in cui mi sono occupato di vicende statunitensi su queste pagine, Donald Trump ha vinto in 10 sui 16 stati in ballo per i repubblicani, mentre Hillary Clinton in 8 su 14. I due favoriti hanno conquistato rispettivamente 359 e 504 delegati, avvicinandosi ulteriormente alla vittoria delle rispettive convention (qui un piccolo ripassino su come funziona il sistema elettorale statunitense).

I democratici

A dirla tutta, in campo democratico i giochi sono praticamente fatti. L’ex first lady ed ex Segretario di Stato ha raccolto fino ad oggi 1.223 delegati, contro i 920 di Bernie Sanders. Il distacco diventa ancora maggiore se si contano i “superdelegati”, ovvero delegati piazzati alla convention dal partito, senza passare dalle elezioni primarie. Dei 493 complessivi, 467 stanno con Clinton, e solo 26 con Sanders. Calcolatrice alla mano, contando i loro voti, Hillary vola a 1690, vicina ai 2636 voti necessari per vincere la nomination.

Qui un chiaro riassunto stato per stato di come stanno andando le primarie democratiche.

È vero, il peso dei superdelegati è spesso sopravalutato. È difficile immaginare che con i loro voti ribaltino la volontà dei propri elettori. Per intenderci, se a vincere dovesse essere Bernie Sanders, è probabile che i superdelegati del partito passerebbero in massa dalla sua parte, avvallando la volontà popolare. È sempre stato così. Anche nel 2008, Clinton è partita con un maggior numero di superdelegati dalla propria parte, salvo poi vederli saltare sul carro del vincitore, Barack Obama.

Questa volta, però, per quanto Sanders abbia fatto molto meglio del previsto, la sua candidatura sembra non aver fatto presa in categorie che qualsiasi democratico deve necessariamente avere dalla propria parte: i neri e gli ispanici, per esempio. Se il senatore del Vermont attira soprattutto la classe lavoratrice bianca delusa dalla crisi economica e i giovani, la candidatura di Hillary Clinton sembra essere più trasversale nella società. In due parole: più forte.

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Hillary Clinton durante un comizio, con forte presenza afroamericana. source: nytimes.com

I repubblicani

Come ormai ci siamo abituati a dire, la situazione in casa repubblicana è più complessa. Il fatto più importante del mese è stato il ritiro di Marco Rubio. Il giovane senatore di origini cubane si è ritirato il 15 marzo, dopo la sconfitta incassata dal solito Trump nel proprio stato natale: la Florida. Una batosta da 99 delegati, finiti tutti a rafforzare il tycoon, ma ancora più pesante dal punto di vista simbolico. Se non si riesce a vincere nello stato che ti ha eletto al Senato, vuol dire che non è aria.

Chi ha vinto invece in casa propria è il governatore dell’Ohio John Kasich, che resta in corsa con 143 delegati. Il ruolo dell’inseguitore è però di Ted Cruz, che con 465 voti è il più vicino ai 739 di Trump.

Qui un chiaro riassunto stato per stato di come stanno andando le primarie repubblicane.

Se stessimo parlando di una corsa normale e di candidati normali, non avremmo problemi a dire che con ogni probabilità Donald Trump diventerebbe il candidato repubblicano per le presidenziali di novembre. È vero, qui non ci sono superdelegati, e pur vincendo Trump potrebbe non raggiungere la maggioranza assoluta (la soglia è a 1237), ma dacché esistono le primarie (più o meno gli anni ’70 del ‘900), i partiti hanno sempre eletto il candidato più votato dai propri elettori, con o senza maggioranza assoluta. Tuttavia, forse ve ne sarete accorti, Donald Trump non è un candidato normale.

Secondo un sondaggio condotto dalla rivista Politico su un campione piuttosto rappresentativo di membri del partito, 6 repubblicani su 10 sostengono che la convention dovrebbe eleggere qualcun altro, nel caso Trump non dovesse raggiungere la maggioranza assoluta. Secondo loro, avere un personaggio del genere come candidato alla Casa Bianca vorrebbe dire perdere a novembre, nonché uccidere la credibilità del Grand Old Party. I 4 su 10 che invece sostengono il contrario, dicono invece che il vero suicidio sarebbe disattendere la volontà espressa dagli elettori, per quanto sgradevole o assurda possa apparire.

Se dovesse realmente passare la prima linea, si avrebbe una “brockered” o “open” o “contested” covention, il cui funzionamento avevo già spiegato – correggendomi – in questo articolo. Un possibile nome di candidato alternativo che è girato per un po’ è stato quello di Mitt Romney, ma ora i media statunitensi puntano gli occhi sullo speaker della Camera, Paul Ryan. Giovane brillante e moderato, è più o meno il contrario di Trump. Recentemente ha twittato “L’America è la sola nazione a essere fondata su un’idea, non su un identità” e dichiarato “La politica può essere una battaglia di idee, non di insulti”. Parole che sembrano fare da contraltare a tutto ciò che Trump rappresenta. Uno dei suoi ispirati Tweet è stato rilanciato da John Kasich, l’unico candidato moderato rimasto in campo, che ha recentemente dichiarato “è evidente che ci stiamo avviando verso una contested convention”. Un indizio? Chissà..

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La nota trash 

Per farci un’idea del livello dello scontro, un SuperPac vicino a Ted Cruz ha diffuso in rete questa foto:

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source: winningdemocrats.com

Protagonista dello scatto è Melania Trump, terza e attuale moglie di Donald, con un passato da modella. Passa poco tempo, e il magnate twitta che sarebbe pronto a “svuotare il sacco” su Heidi, ovvero la moglie di Ted Cruz, manager della Goldman Sachs e consigliera di George W. Bush. A quel punto Ted sente risvegliarsi il cow-boy che è in lui e twitta che l’immagine non è stata diffusa da loro (i SuperPac in teoria agiscono in modo autonomo rispetto ai candidati che sostengono) e che se Trump dovesse tirare in mezzo Heidi sarebbe “ancora più codardo di quanto pensasse”.

Insomma, come hanno scritto in molti la corsa repubblicana assomiglia sempre più a un reality show. Un format in cui Donald Trump ha dimostrato di sapersi muovere molto bene.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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