I Panama Papers non sono “uno scandalo”

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source: Indianexpress.com

“E ora torniamo allo scandalo dei Panama Papers”. Questa mattina ero sveglio da pochi minuti, la tv era accesa sul canale del notiziario più per abitudine che per altro, le notizie scorrevano senza che mi ci soffermassi più di tanto. Eppure, persino nel torpore della colazione, l’accostamento dei due termini mi ha fatto un certo effetto. “Scandalo” e “Panama Papers”.

Per chi si fosse perso qualcosa negli ultimi giorni, i cosiddetti Panama Papers sono dei documenti che un impiegato della Mossack Fonseca ha passato al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, più di un anno fa. Il quotidiano tedesco ha condiviso i dati (che si riferiscono al periodo 1977-2015) con il Consortium of Investigative Journalism, una rete internazionale di giornalisti e testate di cui fa parte anche L’Espresso. La Mossack Fonseca è una società con sede a Panama che si occupa di gestire le società dei propri clienti nel modo più vantaggioso possibile. Ciò significa spesso trasferire le sedi legali delle società in questione nei cosiddetti “paradisi fiscali”, ovvero paesi con tassazioni particolarmente basse come le Isole Vergini Britanniche, la Svizzera, le Seychelles o la stessa Panama. Si tratta di operazioni ai confini della legalità. Se infatti avere soldi in un “paradiso fiscale” è sulla carta lecito, spesso queste operazioni vengono fatte per nascondere denaro al fisco di un certo paese. Le società off-shore (ovvero quelle con sede legale in un posto diverso da quello in cui svolgono l’effettiva attività) sono accusate da un lato di sottrarre risorse al paese in cui operano non pagando le dovute tasse, dall’altro di non produrre ricchezza nei paesi in cui hanno le sedi legali, dove la loro presenza in genere si limita a un ufficio vuoto.

Sono cose spiacevoli, ma note. I Panama Papers stanno facendo rumore perché, negli 11,5 milioni di documenti mandati al Süddeutsche Zeitung ci sono diversi nomi di alti funzionari, celebrità e persino capi di stato e di governo.In tutto sono coinvolti circa 200 paesi, Italia compresa. Il pesce più grosso di tutti finito nella rete è il presidente russo Vladimir Putin. Il suo nome non compare mai, ma compaiono quelli di uomini a lui molto vicini, che avrebbero occultato un patrimonio di circa 2 miliardi. Sono colpiti in modo più o meno forte dalla vicenda anche il leader cinese Xi Jinping (i media cinesi evitano accuratamente di dirlo) e i vertici della Fifa, tra cui il presidente fresco di nomina Gianni Infantino. Gli uomini politici coinvolti sono in tutto 143, di questi 11 sono o sono stati capi di stato o di governo. Il primo ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson non ha saputo rispondere alla stampa che lo incalzava a proposito di un’azienda a lui legata nell’elenco dei papers, e ieri ha dato le dimissioni.

Tutto questo mi sembra qualcosa di più di uno scandalo.

La Treccani online definisce scandalo un “turbamento della coscienza e della serenità altrui, provocato da azione, contegno, fatto o parola che offra esempio di colpa, di male o di malizia” o “Fatto o situazione che ha aspetti contrarî ai principî morali o sociali correnti, e che desta l’interessamento dell’opinione pubblica o di un determinato ambiente”.

Ecco, i Panama Papers a mio avviso non sono qualcosa “che turba la coscienza e la serenità” o che “va contro i principi morali correnti”. Sono un problema, o meglio, fanno luce su un problema. Grosso, enorme, concreto. Una distorsione del nostro mondo globalizzato che fa si che con una semplice firma patrimoni enormi vengano messi in cassaforte anziché essere opportunamente tassati. Tasse con cui si potrebbero costruire scuole o ospedali (lo so che è l’esempio che si fa sempre, ma rende bene l’idea), investire in ricerca e sviluppo, saldare debiti pubblici, aiutare paesi in difficoltà o quello che volete voi. Lo so, la sto facendo un po’ semplice, ma grossomodo è così.

Descrivere i Panama Papers come “uno scandalo” vuol dire limitarsi ad affermare “guarda che brutto” senza spiegare davvero il problema in tutta la sua complessità e importanza. I giornali e i telegiornali più importanti in questi giorni si stanno inondando di elenchi: gli italiani coinvolti, i politici coinvolti, le celebrità, i calciatori eccetera. Molto meno spazio è dedicato alla spiegazione del fenomeno nella sua complessità.

Nella mia rassegna mensile di gennaio, avevo introdotto un articolo a proposito della necessità di un giornalismo “di contesto”, ovvero che si prenda la briga di spiegare in modo semplice ma accurato la cornice in cui avvengono i fatti, senza limitarsi a rincorrere la novità dell’ultimo minuto. La complessità di un fenomeno come quello messo in luce dai Panama Papers mi ha convinto ancora di più di questa necessità, e il modo in cui la stampa mainstream lo sta raccontando suggerisce che la strada in questo senso è ancora molto lunga.

Alcuni esempi positivi vengono dal tanto bistrattato web. Personalmente ho trovato esaustivo e di facile comprensione questo articolo pubblicato su Vice, oppure il solito spiegone del Post, un giornale online in espansione, e che ha fatto le proprie fortune proprio sugli articoli “che spiegano”.

Non posso che augurarmi che questi esempi vengano seguiti, e che la “spiegazione” entri a pieno titolo tra le funzioni del giornalismo, anche di quello mainstream. In un mondo che si sta maledettamente complicando, a volte abbiamo un gran bisogno di uscire per un attimo dal turbine di breaking news e dichiarazioni dell’ultimo minuto in cui siamo costantemente immersi, e di provare a capirci qualcosa.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

2 thoughts on “I Panama Papers non sono “uno scandalo””

  1. Ciao Luca,

    io credo che i nostri media utilizzino il termine “scandalo” perché l’Itala sta perdendo terreno anche nel malaffare.

    Nei Panama Papers sono implicati Putin, Xi Jinping, i parenti della famiglia reale inglese, della Thatcher e di Cameron, Strauss Kahn, Poroshenko e per l’Italia… Barbara D’Urso.

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