Che cos’è una brokered convention

Mitt Romney chiude la convention repubblicana
Mitt Romney durante la convention del 2012. source: IlPost.it

Come mi è già capitato di scrivere, la convention dei repubblicani di quest’anno potrebbe essere una brokered convention. Non è infatti detto che Donald Trump riesca a conquistare la maggioranza assoluta dei delegati, e moltissimi esponenti del partito sono pronti a dargli battaglia con tutti i mezzi possibili. Si, ma che cos’è di preciso una brokered convention? Provo a spiegarlo in questo post, nel modo più chiaro possibile.

Come nasce una brokered convention

I candidati alla presidenza di entrambi i partiti statunitensi non vengono eletti direttamente dai cittadini che partecipano alle primarie, ma dai delegati che formano le rispettive convention di partito. Tramite le primarie e i caucus statali, gli elettori eleggono i delegati, che si impegnano poi a votare per questo o quel candidato.

Alla convention repubblicana partecipano in tutto 2.472 delegati, a quella democratica addirittura 4.764. Se uno dei candidati raggiunge la maggioranza assoluta dei delegati (quindi il 50%+1), la convention è una formalità, poco più di uno show elettorale al servizio del candidato vincitore, che correrà per il partito alle presidenziali. Qualora invece nessuno dei candidati in campo raggiungesse la fatidica soglia, ecco che andrebbe in scena la brokered convention, detta anche “open” o “contested”.

Cosa succede se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta alla prima votazione

Semplicemente, si vota di nuovo, finché non viene raggiunta uno dei nomi in campo non raggiunge la maggioranza. Constatata l’impossibilità di tirar fuori un candidato con i semplici voti espressi con le primarie, a questo punto vanno in scena trattative, accordi e accordicchi per spostare i voti dei delegati.

I vari stati regolano in modo diverso la “fedeltà” che i delegati sono tenuti ad avere verso il proprio candidato. Molti stati costringono a votare il candidato per cui ci si è impegnati solo al primo scrutinio, altri estendono questo obbligo anche al secondo o al terzo. Ci sono poi i casi estremi come l’Iowa, che costringe i delegati a votare il proprio candidato anche se questo nel frattempo si è ritirato, e la Pennsylvania, che non vincola in alcun modo i propri delegati. Per intenderci, un delegato di lì che si è fatto eleggere dicendo: “votatemi, e alla convention voterò per Trump”, potrebbe andare alla convention e votare serenamente per Cruz o chiunque altro voglia. Figo, no?

Cosa succede di solito in questi casi e cosa potrebbe succedere questa volta

Da quando esistono le primarie nel senso moderno del termine (quindi più o meno dagli anni ’70 del ‘900), in genere al candidato che è andata la maggioranza relativa sono stati forniti i voti per vincere anche senza avere quella assoluta. In questo modo si è comunque legittimato il vincitore (benché relativo), senza andare contro la volontà espressa dai propri elettori. È successo nel 1976 al repubblicano Gerald Ford e nel 1984 al democratico Walter Mondale. Entrambi si sono presentati alla convention con pochi voti in meno rispetto a quelli necessari per ottenere la nomination, ma la cosa si è risolta nel giro di pochi scrutini.

Quest’anno c’è la possibilità che le cose vadano diversamente. Molti repubblicani considerano Donald Trump il male assoluto per il partito, e per loro varrebbe quindi la pena di estrometterlo anche con questo metodo poco ortodosso. Come riportato dal blog di Arnaldo Testi (assolutamente da seguire per gli appassionati di storia americana), per giustificarsi gli anti-Trump hanno tirato in ballo persino Lincoln, che nel 1860 vinse la convention repubblicana con un numero di delegati molto inferiore a quello del rivale, grazie a manovre di palazzo e accordi di corridoio. Dall’altra parte, molti altri sostengono che non sia una bella idea far infuriare la base disarcionando il candidato vincitore a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

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Abraham Lincoln, mito bipartisan della storia statunitense, nel 1860 vinse la convention di partito con la minoranza dei delegati. source: realclearpolitics.com

Chi vuole la brokered convention e chi no

Secondo un sondaggio condotto dalla rivista Politico su un campione rappresentativo di eletti del partito, 6 repubblicani su 10 sostengono che se Trump non raggiungesse la maggioranza assoluta, la convention dovrebbe scegliere qualcun altro.

La pensa come loro John Kasich, candidato alle primarie insieme a Cruz e Trump. Kasich ha fino a qui raccolto solo 143 delegati. Per lui vincere è matematicamente impossibile, se resta in gioco è solo per erodere più voti possibili a Trump e andare verso la convention aperta. Un altro a pensarla così è lo speaker della Camera Paul Ryan, da molti indicato come nome “candidabile” in caso di brokered convention. Non è detto, infatti, che la convention di partito voti necessariamente uno dei partecipanti alle primarie. Anzi, un “esterno” potrebbe essere persino meglio rispetto a un volto fresco di sconfitta. Secondo il New York Times, Ryan starebbe conducendo una campagna parallela, con tanto di nome: “Confident America”. Inoltre, John Kasich ha recentemente rilanciato un suo tweet. Visto che la convention oltre che il candidato presidente indica anche il vice, non è detto che Ryan e Kasich non si presentino “in ticket”. Ma sono solo ipotesi…

Contrari alla brokered convention sono invece gli altri due candidati: Trump e Cruz. Se per Trump è piuttosto ovvio, Cruz si dice contrario in quanto convinto di poter ancora vincere. Non impossibile, ma piuttosto improbabile. Nel caso dovesse perdere non è detto che non cambi idea. Su questa posizione (almeno per ora) sono di conseguenza anche i candidati che si sono ritirati nel corso della campagna che ora li appoggiano: Ben Carson e Chris Christie per Trump e Jeb Bush e Carly Fiorina per Cruz.

È probabile che succeda?

L’esperienza storica sembrerebbe dire di no, ma queste elezioni stanno infrangendo molte delle regole di una normale campagna elettorale. Certo, anche qualora Trump non dovesse ottenere la maggioranza assoluta, gli ostacoli non mancherebbero. Cruz non è infatti un nome che possa unire tutti gli altri candidati in quanto odiato dal partito quasi quanto Trump. Inoltre, il senatore texano ha basato la propria carriera sulla lotta alle élite di Washington, e non è per niente detto abbia voglia di partecipare a quella che i suoi fans vedrebbero come una manovra di palazzo in pieno stile Washington. Alla fine, anche gli anti-Trump più accaniti potrebbero trovarsi costretti a ingoiare la pillola.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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