Sarà Donald vs Hillary, salvo trucchetti

Foto di abcnew.go.com

Donald Trump e Hillary Clinton non sono mai stati più vicini di oggi a vincere la nomination dei rispettivi partiti, e a diventare i candidati per le presidenziali di novembre.
Trump ha stravinto a New York con il 61% dei voti lo scorso 19 aprile, e una settimana più tardi ha dominato anche in Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania e Rhode Island. Anche Hillary Clinton ha vinto largamente a New York, e dei cinque stati in cui si è votato ieri ha concesso al rivale Bernie Sanders solo il piccolo Rhode Island. Non abbastanza per mettere in discussione una vittoria più sofferta del previsto, ma su cui il partito puntava con forza sin dall’inizio della campagna elettorale. Come già scritto in precedenza sulla pagina, l’unica incognita per Clinton sarà vedere se Sanders sarà disposto davvero a fare campagna elettorale per lei, spostando su di lei l’entusiasmo e i voti dei tanti elettori giovani (oltre ai bianchi della classe media) che lo hanno sostenuto in questa sua incredibile avventura elettorale.
Tutt’altra storia per i repubblicani. Qui, il ciclone Donald Trump ha ridotto in frantumi i progetti di un partito che si preparava a riconquistare il potere dopo 8 anni di era obamiana. Un partito pronto a portare alla Casa Bianca il terzo Bush, o al limite il giovane Marco Rubio, e che invece si è ritrovato a ospitare un duello tra un ex iscritto alle liste di elettori del Partito Democratico senza uno straccio di linea politica coerente (Trump) e un ultra-conservatore che in anni normali sarebbe considerato “impresentabile” per un’elezione presidenziale (Ted Cruz).
Un duello finito ufficialmente dopo le primarie di New York, quando per il texano Cruz è diventato matematicamente impossibile vincere la convention. Un duello finito nel peggiore dei modi, con la bionda chioma del magnate a svettare trionfante sulle macerie del partito che fu di Abraham Lincoln. Un partito che ha le sue colpe, sia chiaro, ma su questo torneremo un’altra volta.
A nulla è servita la santa alleanza con cui Cruz e John Kasich (il terzo candidato rimasto in gara con lo scopo dichiarato di portare il partito a una brokered convention) hanno tentato in extremis di fermare il nemico comune. Anzi, se possibile l’accordo alla luce del sole (io faccio votare per te qui, tu fai votare per me lì) non ha fatto altro che aumentare la sensazione di un Trump “solo contro il sistema” portando così ulteriore acqua al mulino di The Donald.
Davvero difficile immaginare che ora il nostro non racimoli i 287 delegati necessari per arrivare a quota 1237, che garantisce la maggioranza assoluta e la vittoria automatica nella convention di partito. Undici sono gli appuntamenti rimasti, 530 i delegati ancora in palio. Salvo sorprese, Trump sarà il candidato alla presidenza dei repubblicani. E se per qualsiasi motivo la soglia della maggioranza assoluta non dovesse essere raggiunta, la responsabilità che il partito si prenderebbe sconfessando la comunque palese volontà dei propri elettori sarebbe enorme, probabilmente fatale in vista di novembre. È improbabile che qualcuno in quel partito a pezzi abbia voglia di assumersi tale rischio.
Cosa succederà dopo, è difficile da prevedere. O meglio: è facile prevedere che, da candidato presidenziale, Trump proverà in qualche modo a smorzare toni estremi. Proverà, insomma, a dimostrare di poter sedersi allo Studio Ovale senza provocare un disastro nucleare. Interessante sarà vedere in che modo avverrà la transizione dal Trump pazzo scatenato al Trump statista rassicurante, e soprattutto se sarà in grado di convincere gli elettori (che saranno in gran parte diversi da quelli che hanno votato alle primarie) in un tempo così ridotto. Nel caso, saremmo di fronte a un fenomeno.
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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