Come Donald Trump ha conquistato il Partito Repubblicano

Foto di Lifegate.com

Ora che è successo, è il momento di chiedersi come diamine è successo che Donald Trump abbia conquistato uno dei due schieramenti su cui si fonda il sistema politico degli Stati Uniti d’America: il Partito Repubblicano.

Prima, però, iniziamo con le ammissioni dolorose: ho cannato il pronostico. Come ricorderete, all’inizio delle primarie avevo profetizzato la vittoria del texano Ted Cruz. Non giocherò dunque a fare quello “che aveva previsto tutto”. Se a gennaio avessi dovuto puntare dei soldi, non li avrei puntati su Trump.

Certo, sarei stato in buona compagnia.

Quanti sondaggisti, sociologi, politologici, psicologi e astrologi ci hanno detto in tutti i modi che no, quello li non avrebbe mai vinto le primarie del Grand Old Party? Poi sono passate le settimane, e dalle previsioni (speranze?) di una su sconfitta elettorale si è passati a parlare di brokered convention. Poi ci sono state le primarie in Indiana, gli sfidanti rimasti in piedi Ted Cruz e John Kasich si sono ritirati, io ho definitivamente perso la mia scommessa e Donald J. Trump è diventato il candidato repubblicano per le presidenziali di novembre.

Non sto dicendo che tutti quelli che pronosticavano la sconfitta di The Donald siano degli incompetenti. Semplicemente, come segnalato in questo bell’articolo, il nostro si è fatto beffe di un sacco di “regole non scritte” della politica statunitense, mostrando al mondo che nelle scienze sociali le regole valgono fino a che decidiamo che valgono.

“I candidati non devono fare gaffe”

Ne ha fatte tante, tantissime, una marea. E ha vinto.
Qui prende in giro un giornalista disabile, per dire…

“I candidati devono trattare coi guanti le minoranze etniche”

Ha definito i messicani “criminali e stupratori” (vedere il video sopra, prima parte), ha invocato il bando totale dei musulmani dagli Stati Uniti. E ha vinto.

“I candidati non devono insultarsi a vicenda”

Serve che faccia esempi?

Insomma, di queste e molte altre convenzioni Trump ha fatto un aeroplanino di carta, e l’ha lanciato dall’ultimo piano di uno dei suoi grattacieli di Las Vegas. In fondo, come nota in conclusione Emily Thorson (che è professore di Scienze Politiche oltre che autore dell’articolo citato poc’anzi), la ragione dell’imprevisto successo di Trump non può essere una sola, e anche per questo la politica è interessante.

Chiudiamo con un piccolo cenno alle responsabilità dello stesso Partito Repubblicano, che solo adesso sta iniziando a riprendersi dallo shock e a compattarsi dietro al candidato indicato dai propri elettori (non tutti, a dire il vero). Un partito che negli ultimi anni si è fatto inondare dagli estremisti del Tea Party, che con la maggioranza in entrambi i rami del Congresso ha fatto ostruzionismo selvaggio all’amministrazione Obama, e che ha flirtato con quella parte dell’opinione pubblica che ritiene Obama “non del tutto americano” se non musulmano, non poteva che produrre un candidato come Trump. E, forse, gli è andata sin bene.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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