Destra e sinistra nel 2016

Foto di Politico.com

In un articolo uscito qualche giorno fa su Politico Magazine, il 2016 viene descritto come un anno di forte rottura nella scena politica statunitense. Gli elettorati dei due principali partiti (democratico e repubblicano) si stanno infatti mescolando, schierandosi in base a principi che non sono più quelli del passato.

Non l’hanno capito i candidati repubblicani, che hanno impostato una campagna per le primarie fondata sui “sacri valori” del partito: libero mercato, stato minimo e conservatorismo religioso. Tutti tranne uno, Donald Trump, che infatti alla fine ha vinto.

Colui che diventerà presto candidato ufficiale alla presidenza (pur con tutte le contraddizioni del caso) ha accennato tra le altre cose ad aumentare il salario minimo e ha trattato solo di striscio l’argomento religione. Bestemmie, rispetto al sacro verbo conservatore-repubblicano, ma bestemmie che hanno funzionato.

Il magnate e showman newyorkese ha fatto le proprie fortune elettorali sulla classe lavoratrice bianca, in particolare quella del mid-west, particolarmente colpita dalla crisi economica. Eppure, gli operai bianchi un tempo votavano in massa per il Partito Democratico. L’allontanamento di quella classe sociale dal partito dell’asino va avanti ormai da tempo, ma è diventato palese a questa tornata elettorale. Moltissimi di loro hanno votato per Trump alle primarie repubblicane, e pare abbiano tutte le intenzioni di votarlo anche a novembre.

È vero, molti di loro hanno scelto anche Bernie Sanders, il candidato “socialista” che in campo democratico sta dando filo da torcere a Hillary Clinton. Il voto della classe lavoratrice bianca a Sanders dimostra che il passaggio di questa classe sociale sul fronte repubblicano non è ancora del tutto concluso. Tuttavia, la tendenza è piuttosto evidente.

Com’è successo?

Facciamo un passo indietro. Il partito repubblicano più o meno lungo tutto l’arco del ‘900 è stato anche e soprattutto il partito delle classi sociali più elevate, dell’alta finanza e del mondo degli affari. Il liberismo nel suo senso più classico è stato il pensiero economico a lungo dominante nel partito. Stato sociale minimo o inesistente, nessuna influenza dello stato federale nella vita dei cittadini. E frontiere aperte e libera circolazione delle persone, anche, perché (secondo la teoria liberista classica), al pari delle merci e dei capitali, persone libere di circolare senza impedimenti vanno ad allocarsi nel modo più efficiente possibile sul mercato, contribuendo ad abbassare il costo del lavoro.

Pensate a Donald Trump, e alla sua proposta di costruire un muro al confine con il Messico, e capirete quanto sia stato profondo il cambiamento in questo 2016.

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Donald Trump racconta la favola del successo ai lavoratori bianchi (io la interpreto così..). Source: nationalreview.com

Gli operai bianchi che un tempo votavano il Partito Democratico perché garantiva qualche “protezione” dal mercato, oggi si sentono traditi da quello che per decenni è stato il loro partito di riferimento. Sotto le presidenze di John F. Kennedy e il suo successore Lyndon Johnson (parliamo degli anni ’60), i democrats sono stati autori di riforme che hanno implementato di molto lo stato sociale americano. Poi c’è stata una lunga stagione repubblicana (Nixon – Reagan e Bush padre), intervallata dall’unico mandato del democratico Jimmy Carter, che ha contribuito a smantellare molte delle conquiste sociali ottenute nel dopoguerra. I democratici riescono a tornare al potere per due mandati consecutivi negli anni ’90, con Bill Clinton, ma con caratteristiche diverse rispetto al passato. Se Reagan è considerato il corrispettivo statunitense di Maragret Thatcher, Clinton può considerarsi il cugino americano di Tony Blair. La sua idea di stato sociale si discosta infatti solo di poco da quella dei repubblicani liberisti e conservatori.

Eppure, anche in era Clinton, i lavoratori bianchi costituivano una componente importante del voto democratico. A spingerli con maggior decisione tra le braccia del nemico è, nel 2008, l’elezione alla Casa Bianca del senatore dell’Illinois Barack Obama.

La carnagione del nuovo inquilino della Casa Bianca è sufficiente per spaventare i settori più conservatori dell’elettorato dem. Ma la questione è anche di sostanza. Le cosiddette “minoranze etniche” degli Stati Uniti (afro-americani, asiatico-americani e latino-americani) ormai costituiscono circa il 50% della popolazione, e si apprestano a diventare maggioranza. La politica dell’apertura di Obama nei loro confronti fa sentire ampi settori dell’elettorato bianco abbandonato a sé stesso.

Per questo, l’attuale campagna elettorale si sta caratterizzando anche come uno scontro “etnico”, con i bianchi delle classi lavoratrici che votano per Trump (e in misura minore per Bernie Sanders) e le “minoranze” che votano per Hillary Clinton.

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Hillary Clinton seguita da una folta platea di afroamericani, forse il settore di elettorato in cui va meglio. source: aaihs.org

Ricapitolando:

  • Il Partito Democratico è passato da essere partito di lavoratori con tendenze “protezionistiche” a partito della globalizzazione e delle “minoranze”, oltre che dei giovani benestanti e delle élite liberal delle grandi città, del tutto a proprio agio in un mondo globalizzato. Questa tendenza è rappresentata piuttosto bene da Hillary Clinton, favorita per diventare la candidata dem alle presidenziali. Con questa componente convive ancora (in modo a volte conflittuale) la parte di classe operaia bianca non ancora passata al nemico, (forse quella meno ostile nei confronti dell’immigrazione), incarnata da Bernie Sanders (che comunque va forte anche tra i giovani e gli studenti “globalizzati”).
  • Il Partito Repubblicano, con un leader come Donald Trump, si sta trasformando da partito delle classi “forti” a quello degli esclusi dalla globalizzazione, che hanno visto le fabbriche in cui lavoravano trasferirsi all’estero e che rispondono ai cambiamenti della società con un ripiegamento su loro stessi.

Se osserviamo le posizioni dei due partiti rispetto al rapporto con la “globalizzazione”, assistiamo quasi a uno scambio di ruoli, con i dem che oggi si mostrano molto più entusiasti dei repubblicani rispetto al mondo globalizzato.

Uno sguardo in Europa

Fin qui ci siamo concentrati sullo scenario statunitense, ma tendenze simili si riscontrano anche in Europa. Non è un caso che le voci più critiche nei confronti dell’Unione Europea (simbolo di mercato unico e globalizzazione) nascano e crescano nell’humus della destra o dell’estrema destra, mentre tocchi spesso ai partiti di centrosinistra fare la parte degli europeisti, spesso rischiando così di alienarsi la componente “operaia” del proprio elettorato.

Pensiamo alla Gran Bretagna, dove il referendum per la permanenza nell’Unione Europea è stato promesso e promosso da un governo conservatore, e dove ora a fare campagna per la Brexit c’è l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, che si candida a guidare il Partito Conservatore dopo l’attuale leader Cameron. Oppure restiamo in casa nostra, dove il principale partito di centrosinistra (il Pd) è ormai l’unica tra le grandi forze politiche ad abbracciare del tutto l’idea di un’Europa unita, mentre quello che era il centrodestra scivola sempre più verso l’euroscetticismo. Esempi simili (pur ognuno con qualche variante) si possono fare con la Germania e la Francia.

Insomma, nel 2016, in molti paesi occidentali ad essere in crisi è la destra liberale e liberista, che sta sostanzialmente scomparendo. Molti di quegli elettori stanno passando alla sinistra moderata e pro-globalizzazione, convivendo in modo a volte conflittuale con la parte dell’elettorato della classe lavoratrice che ancora non si è buttata “a destra”.

La ruota della storia, nel 2016, forse sta ruotando un po’ più velocemente del solito.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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