Che mondo ci lascia Barack Obama?

Secondo Barack Obama, negli Stati Uniti ci sono 4 grandi scuole di pensiero in politica estera: l’isolazionismo, il realismo, l’interventismo di sinistra e l’internazionalismo. A quale scuola appartiene l’attuale presidente? Di sicuro non è un isolazionista (“il mondo non fa che rimpicciolirsi, e isolarsi è improponibile”, ha detto a The Atlantic) e nemmeno un’interventista “di sinistra”, in quanto non pensa che gli Stati Uniti abbiano il dovere morale di intervenire ovunque nel mondo per “esportare la democrazia” e i diritti umani. Crede nelle organizzazioni internazionali e negli accordi multilaterali, Obama, e questo lo spinge nella famiglia degli internazionalisti, ma al tempo stesso si considera un realista perché non crede che gli Stati Uniti “siano in grado, sempre e comunque, di salvare il mondo dalla propria miseria”.

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foto di slate.com

Alla fine di 8 anni di presidenza Obama, possiamo chiederci in quale dei 4 gruppi sia più giusto inserire l’attuale commander in chief, oppure possiamo chiederci più semplicemente “Che mondo ci lascia Barack Obama?”. Il titolo di questo post riprende quello di un numero di Internazionale del mese di maggio, in cui veniva riportata una lunghissima chiaccherata del presidente con Jeffrey Goldberg, del mensile The Atlantic. Nell’articolo vengono snocciolate tutte le principali sfide che gli Stati Uniti hanno affrontato negli ultimi anni sullo scacchiere internazionale.

Anche Cose Americane, nel suo piccolo, ha provato in questi giorni a tracciare un bilancio della politica estera “obamiana”, con uno speciale intitolato #DontDoStupidShit, che è la massima che si dice guidi il presidente in ogni sua decisione. Nel corso dell’ultima settimana alcuni dei punti trattati nell’articolo (non tutti) sono stati analizzati, letti e discussi.

Ora è il momento di rispondere, con tutta l’umiltà del caso, alla domanda del titolo: “Che mondo ci lascia Obama?”.

L’impressione che si ricava dall’articolo di Goldberg è quella di un presidente che ha ben chiara la direzione da prendere, ma che è stato trascinato dagli eventi ad occuparsi di cose di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Il medio oriente, per esempio, non era nella lista delle priorità di Obama. Nel 2008 si fece eleggere promettendo un disimpegno degli Stati Uniti dalla regione, ma le contingenze l’hanno spinto a rivedere almeno in parte i suoi propositi. Le primavere arabe e le loro conseguenze in Siria e in Libia hanno costretto Washington a intervenire, con gli aerei e le bombe su Tripoli e con truppe mandate ad addestrare i ribelli di Assad nel caos siriano.

Nel progetto di Obama, sarebbe toccato all’Europa di occuparsi del medio oriente (e in particolare della Libia), se non altro per questioni di vicinanza geografica. Sfortunatamente, l’Unione Europea si è dimostrata incapace di azioni corali, chiusa tra una profonda crisi economica e il riemergere di egoismi nazionali incomprensibili per chi li vede dall’esterno. “Scrocconi” è il giudizio, sprezzante, che Obama dà di noi europei nella sua intervista. Un termine che per la sua durezza ha stupito molti osservatori, ma che riflette una convinzione oggi piuttosto diffusa negli Stati Uniti: l’Europa ha goduto fin troppo della protezione degli Stati Uniti, ed è il momento che pensi a difendersi da sé. Anche Donald Trump, con tutte le differenze di stile del caso, ha espresso più o meno lo stesso concetto.

Ma allora, di cosa si sarebbe occupato Obama negli ultimi otto anni, se per assurdo non avesse avuto la zavorra mediorientale a complicargli i piani?

L’ha detto chiaramente: di rafforzare i rapporti con l’Asia orientale, una regione che, secondo Obama, rappresenta il futuro. “Fai un confronto (del medio oriente) con il sudest asiatico – ha detto nell’intervista – che ha ancora problemi immensi ma è pieno di persone energiche e ambiziose che ogni giorno si danno da fare per creare imprese, avere un’istruzione, trovare lavoro e costruire infrastrutture…non pensano a come ammazzare gli americani…il contrasto è piuttosto netto”.

In quest’ottica va letto il Tpp, un accordo di libero scambio firmato il 4 febbraio 2016 dagli Stati Uniti e molti paesi dell’Asia orientale, oltre al Canada, il Cile e l’Australia, che comprende il 40% dell’economia mondiale. Un accordo letto da molti in funzione anti-cinese. Intensificare i rapporti con quei paesi significa infatti (oltre che rafforzare la propria presenza in un mercato immenso) anche portare nella propria orbita tutti i paesi intimoriti dalla nuova aggressività del colosso cinese.

La Cina è infatti il “nemico” che Obama teme di più. In perfetto stile obamiano, però, anziché mostrare i muscoli il presidente stringe alleanze con i suoi rivali nel continente, e dice di sperare che il gigante rosso continui la sua ascesa pacifica perché “dobbiamo temere una Cina indebolita e minacciata più che una Cina prospera e in ascesa”.

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Internazionale – Che mondo ci lascia Obama? – Copertina

Quello che Obama lascerà sarà dunque soprattutto un modo nuovo di intendere la potenza statunitense (che, sia chiaro, non è affatto detto che il suo successore abbia voglia di portare avanti, che vinca Trump o Clinton). Simbolo di questa nuova “filosofia” sono soprattutto gli accordi internazionali stretti con alcuni nemici storici della nazione americana. Due su tutti: l’accordo sul nucleare con l’Iran (che ha fatto imbestialire più di un alleato della regione, Israele in primis) e la fine dell’embargo verso Cuba. Accordi che gli hanno causato opposizioni furibonde dai conservatori in patria, ma che sono in generale benvisti dagli alleati.

Anticipandolo sui tempi, Obama (che è pure un fan dichiarato di Game of Thrones) ha fatto sua una massima di Tyrion Lannister: “la pace si fa con i nemici”. Si tratta di un atteggiamento spesso poco appagante dal punto di vista “emotivo”, che non solletica l’orgoglio della nazione americana, e che punta a risultati spesso verificabili sul lungo termine, quindi spesso poco compresi dall’opinione pubblica.

Come abbiamo accennato, il rischio (o la speranza, a seconda dei punti di vista) è che chi diventerà presidente a novembre non segua la rotta indicata da Obama. Donald Trump, quando parla di politica estera, non scende troppo nei dettagli, ma imposta il discorso su un mix di isolazionismo e aggressività. Hillary Clinton, dal canto suo, si è spesso trovata su posizioni molto più interventiste di quelle di Obama, e si dice che in privato sia molto critica nei confronti del modo “obamiano” di intendere le relazioni internazionali.

Insomma, nei libri di storia il presidente Obama potrebbe essere ricordato come colui che indicò una via che nessuno seguì.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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