Considerazioni riguardo il dibattito sul nulla tra Hillary Clinton e Donald Trump

Democrazia dello spettacolo, democrazia dei mass media, postdemocrazia. In qualunque modo vi piaccia chiamarla, il dibattito di ieri sera tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump e Hillary Clinton è stato un esempio calzante di quella roba lì. Si stima che circa 100 milioni di persone in tutto il mondo si siano collegate per assistere in diretta al primo incontro ufficiale tra i due nella veste pretendenti alla Casa Bianca, rendendo quello tra Hillary Donald il confronto presidenziale più visto della storia. Negli States erano le 9 di sera, in Italia, per il fuso orario, le 3 del mattino.

Tra quei 100 milioni ho rischiato di esserci anch’io, poi ho optato saggiamente per andarmene a dormire. Perché, diciamocelo chiaro, vedere due tizi che fingono di litigare su cose che per lo più non faranno e programmi che non vedranno mai la luce è uno dei modi più creativi per buttare via il proprio tempo.

Poi me lo sono visto stamattina. Tutto. Perché si, un dibattito presidenziale è inutile ma anche fondamentale. Non vale forse una notte di sonno come si deve, ma 90 minuti davanti a un computer si. Vero, le cose che han detto sono grossomodo quelle che dicono da mesi, i concetti triti e ritriti, le risposte studiate e recitate a memoria. Epperò, osservare gli sforzi che fanno i leader politici per accumulare consenso è interessante per capire in che tipo di mondo viviamo. Non parlo del mondo reale, ma di quello descritto dai consulenti d’immagine e gli esperti di comunicazione, quelli che sussurrano nelle orecchie degli aspiranti potenti le frasi giuste da dire, il modo e il momento in cui dirle. Quelli, insomma, che da dietro le quinte tracciano i lineamenti delle nostre democrazie contemporanee, con i risultati che vediamo.

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Di consulenti, Donald Trump, per parecchio tempo non ne ha avuti. O meglio, li aveva, ma la filosofia dominante è stata a lungo let Trump be Trump – lasciare che Trump facesse Trump. L’ex conduttore del talent show The apprentice forse credeva davvero, da addetto ai lavori, di poter curare in quasi totale autonomia la propria immagine. Poi si è reso conto che non sarebbe stato possibile, e lo scorso agosto (complice anche uno scandalo legato al proprio ex presidente del comitato elettorale Paul Manafort) ha cambiato completamente la squadra al proprio seguito, piazzando persone con un po’ più d’esperienza politica.

Da quel momento il candidato repubblicano ha smesso di fare (troppo) il matto, è andato a fare visita al presidente del Messico senza fare troppi danni ed eccovi servita la “normalizzazione” del tycoon. Gli stessi media che per mesi hanno seguito ogni dichiarazione scandalistica di The Donald, oggi ci vendono la “svolta presidenziale” dello stesso. Poco importa che le cose che dice siano grossomodo le stesse di prima, basta che smetta di vantarsi pubblicamente delle dimensioni del proprio pene per parlare di una svolta. Non è anche questo significativo di come i media mainstream si lascino inesorabilmente abbagliare dal come senza però spiegare bene il cosa?

Il dibattito

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Lo stesso è successo ieri. Davvero, Donald J Trump non ha detto niente di nuovo. Bisogna riportare il lavoro in America, portare legge e ordine nelle strade e abbassare di brutto le tasse a tutti. Certo è mancato un pezzo importante della retorica trumpista: il muro al confine con il Messico, al momento sfumato in un più vago rafforzamento dei confini. Per il resto, è stato il solito Donaldcome l’ha affettuosamente chiamato Clinton per l’intera durata dello show, solo con espressioni un po’ meno buffe e un ghigno un po’ meno strafottente.

Il dibattito si è diviso in 3 parti: la prima sull’economia, la seconda sulla sicurezza e la questione razziale e la terza sulla politica estera. Credo che la prima sia stata la più interessante, quella che da fuori seguiamo meno, ma che dall’interno in genere muove più voti delle grandi strategie internazionali. È stato anche, credo, il punto su cui le posizioni dei due sono più definite. Trump si è lanciato all’attacco dei trattati commerciali firmati negli anni passati, a cominciare dal Nafta, l’accordo di libero scambio con il Canada, la cui colpa sarebbe del “Segretario Clinton” e di tutti i politici come lei. Inoltre, propone un drastico piano di riduzione delle tasse per tutti, “il più grande dai tempi di Reagan”.

Dal canto suo, la candidata democratica ha criticato aspramente il piano fiscale del rivale, proponendo anzi un aumento delle tasse per i più ricchi a beneficio della classe media. La stessa reazione è invece mancata sui trattati internazionali, di cui invece si fa vanto l’attuale presidente Barack Obama. Qualche spin doctor deve averle suggerito di non impegnarsi troppo a difesa di una causa persa. Non a caso, agli albori della campagna delle primarie contro Bernie Sanders, la stessa Clinton aveva improvvisamente cambiato idea sul Tpp, il trattato tra Stati Uniti, Canada e diversi paesi asiatici. In ballo, dopo tutto, c’è il voto della classe lavoratrice bianca, fino ad oggi vera base elettorale di Trump, che dalla globalizzazione ha fino a qui ottenuto solo problemi. L’aumento delle tasse sui più ricchi può essere un buon argomento per raccattare voti da quelle parti, la difesa del libero scambio internazionale decisamente no.

Altri spunti interessanti

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In ordine sparso, ulteriori cose che mi pare d’aver colto dal dibattito di ieri sera, e altri passaggi degni di nota:

  • Uno dei primi attacchi di Clinton al rivale è stato dipingerlo come un figlio di papà dalla vita facile, che ha ereditato la ricchezza di cui si vanta, mentre lei stessa proviene dalla classe media. Trump ha un po’ stentato a rispondere, e forse per la prima volta  si è vista vacillare la figura dell’outsider che lotta contro il sistema (che comunque, per inciso, è ridicola per chiunque conosca un minimo la vita del personaggio in questione);
  • Trump ha nominato più volte il Michigan e l’Ohio, stati che sono decisivi per la vittoria finale e in cui il tycoon è dato dai sondaggi più o meno alla pari con la rivale;
  • Il candidato repubblicano, com’è noto, non fornisce troppi dettagli su come intenda mettere in pratica quello che promette. Ieri, ha provato a trasformare ciò in un punto a proprio favore, criticando Clinton per aver messo sul proprio sito internet un piano troppo dettagliato su come sconfiggere l’Isis, fornendo informazioni strategiche al nemico. Scontata la contro-accusa di non avere davvero un piano per sconfiggere l’Isis.

In conclusione, cos’è stato il dibattito di ieri sera? Sostanzialmente un grosso rito collettivo, questa volta reso particolarmente interessante da candidati molto diversi tra loro, di cui uno particolarmente sopra le righe. Sostanza, come detto, pochina, ma chi si interessa di comunicazione non può non guardare alle forme e ai simboli, sempre più importanti nella politica e nell’informazione di oggi. Piaccia o non piaccia.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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