La peggior campagna di sempre

Ora come ora, stanno tutti mentendo. Non è vero che chi vota Si al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre vota per porre fine alla democrazia parlamentare in Italia, non è vero che chi vota No è un inguaribile corvo del malaugurio che vuole che nel nostro Paese non cambi mai più niente. Se dovesse vincere il Si, il 5 dicembre non sarà il giorno 1 di una nuova dittatura renziana con il Pd partito unico del regime, se dovesse vincere il No non assisteremo a terremoti geopolitici in stile Brexit o Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Nulla di tutto questo è vero, ma è quello che ci dicono. Ogni giorno. In tv, su internet, sui giornali, nelle piazze, nelle direzioni di partito. In continuazione. Più o meno esplicitamente.

Enrico Mentana (si, sempre lui) ha scritto su Facebook che quella in corso potrebbe essere “la peggior campagna elettorale dei nostri tempi”. Difficile dirlo con decisione, viste le ormai innumerevoli pessime campagne elettorali, fuori e dentro i nostri confini. Certo, diventa un po’ più facile crederci se, per un secondo, ci fermiamo a riflettere sull’oggetto del quesito referendario. La nostra Costituzione. La legge fondamentale dello Stato. L’insieme dei principi che ci definisce come Nazione, insieme alle indicazioni dateci dai padri costituenti per renderli effettivi. Ne stiamo e ne stanno parlando come di un televoto di un reality show di serie b.

I fautori del “Si” si lamentano spesso del fatto che si parla poco del merito effettivo della riforma, usata come arma dalle opposizioni per indebolire se non far fuori l’attuale Presidente del Consiglio. C’è anche del vero. Il problema è che quando prendono la parola, e hanno l’occasione di esporre alla popolazione i luminosi effetti della loro creatura, tutto quello che sanno dire è che verrà ridotto il numero dei politici e si risparmieranno dei soldi. Con un linguaggio che solo pochi anni fa veniva accostato alla peggior “antipolitica”. Intendiamoci, anche tagliare i costi è importante, se vogliamo. Solo, non credo sia la prima cosa da dire quando si parla di riformare la Costituzione. Invece, è immancabilmente il primo punto toccato dagli alfieri del Si. Spesso l’unico.

Ora, dietro a tutto ciò c’è chiaramente lo zampino di qualche guru della comunicazione, di qualche spin doctor strapagato per piazzare al meglio il prodotto. Ciò che proprio non piace a questi figuri è la complessità. Chiunque faccia comunicazione, oggi, dice che per una campagna efficace è meglio puntare su pochi messaggi. Meglio ancora, su uno solo. Peccato che una riforma della Costituzione difficilmente può essere riassunta in uno slogan o in un tweet. Se si vuole spiegarla davvero, certo. Altrimenti gli slogan e i tweet vanno benissimo.

Questo modo di comunicare in politica – l’unico modo rimasto in campo, in pratica – parte dal presupposto che la cittadinanza non abbia molta voglia di informarsi, che si debba quindi bombardarla con principi generalissimi e condivisi da tutti (chi non è d’accordo col tagliare i costi della politica?) senza scendere troppo nei particolari. Vale soprattutto quando si comunica in televisione o sul web, i due grandi regni della brevità e delle frasi a effetto.

L’effetto collaterale è un’immensa confusione, una zuffa ininterrotta in cui il punto della contesa va inevitabilmente a perdersi.

Una confusione a cui partecipano con grande soddisfazione anche i partigiani del No. Tutti d’accordo sul fatto che la riforma sia pessima, tutti fermamente intenzionati a non spiegarti esattamente il perché. “È la riforma della casta e dei poteri forti…” Si, ma… “E poi è stata scritta insieme a Verdini” (ndr è un gioco stupido come dire che chi vota No vota come Caspound. Uguale.); Va bene, ma che mi dici di… “E poi Benigni è un venduto, e questo Governo è illegittimo perché non è stato eletto da nessuno. Ok.

Tra il fuoco di fila del Si e del No sta il povero giornalista di turno che, quando va bene, prova ingenuo a porre una domanda sul merito, solo per restare soffocato dalla marea di palle dei concorrenti di turno (vedere Lilli Gruber, Otto e mezzo, una sera qualsiasi), quando va male alimenta la baraonda con evidente soddisfazione (vedere un sacco di altri casi).

Al momento, tra i profeti dell’apocalisse di entrambi le parti, la mia simpatia tende ad andare verso gli indecisi. Quelli che ammettono di aver bisogno di tempo per pensarci su. Sono tanti, e saranno decisivi.

referendum-costituzionale-c18b8
Dati di settembre, dall’ultimo che ho visto l’indecisione è più bassa e Si e No sono cresciuti, con il No sempre avanti di 2-3 punti. Fonte: Tgla7
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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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