Si può intervistare davvero uno come Donald Trump? E altre cosette pre-elettorali

Mercoledì mattina ci sveglieremo e sapremo se il presidente degli Stati Uniti sarà Hillary Clinton o Donald J. Trump. Magari qualcuno si farà la notte per non perdersi il bello della diretta. Mi sembrava d’uopo, a tal proposito, scrivere qualcosina prima dello storico appuntamento. Questa campagna elettorale, come molti voi sapranno, l’ho seguita con particolare interesse. Prima ho iniziato a scriverne con una certa frequenza su questo blog, poi ho messo su una pagina Facebook al riguardo (con risultati non entusiasmanti, ma ne parlo un’altra volta) e infine, per non farmi mancare nulla, ho deciso di dedicare a uno dei due candidati la mia tesi di laurea. Insomma, mi ci sono un po’ affezionato, a questa grossa grassa corsa alla Casa Bianca, e se penso a martedì mi sento un po’ come un liceale che aspetta l’ultimo giorno di scuola.

Visto che per vostra fortuna non pubblico quotidianamente aggiornamenti sulla mia tesi, a dire il vero ultimamente mi avrete visto scrivere meno di prima a proposito di elezioni statunitensi. Ho avuto da fare, che volete. Tra le altre cose, ho guardato la prima stagione di The Newsroom, una serie, per farla breve, imperdibile per chiunque si interessi di giornalismo. Ora quindi ve ne parlerò un po’, e penserete che non c’entra niente con il titolo di questo post, ma abbiate fede e tra qualche riga capirete che invece si.

Will McAvoy riuscirebbe a intervistare Donald Trump?

Più o meno in tutta la seconda parte della prima stagione, la redazione televisiva della Acn (dove si svolge la serie) lavora duramente per poter ospitare un dibattito tra i candidati alle primarie del Partito Repubblicano del 2011-2012. Il direttore e conduttore, nonché protagonista della serie, è Will McAvoy (interpretato da Jeff Daniels), scorbutica prima donna divenuto negli anni anchorman di enorme successo, ma che ora (spinto dal suo produttore esecutivo, che è anche una sua ex) vuole tornare a fare “vero” giornalismo, nella convinzione che un elettorato ben informato sia la base di una democrazia sana. “Missione civilizzatrice”, la chiama.

Will, da dichiarato elettore repubblicano, inizia una battaglia contro il Tea Party, ala estremista sempre più influente nel partito (che esiste anche nella realtà) le cui posizioni, però, si basano spesso su mezze verità o vere e proprie menzogne. Nelle intenzioni di Will e della sua squadra, il dibattito deve essere un po’ il momento in cui i candidati vengono messi di fronte a domande scomode e incalzanti, e vengono costretti a spiegare le proprie posizioni oltre i soliti slogan. In pratica, il contrario di quelli veri. Per farvi un’idea, questa è la simulazione, con i giornalisti a interpretare i candidati, del dibattito che Will aveva in mente (c’è solo in inglese, scusate):

Ed eccoci tornare a bomba su Trump e soci. Visto che quando uno è fissato è fissato, non ho potuto fare a meno di chiedermi se più giornalisti come il signor McAvoy avrebbero reso più difficile la scalata del candidato repubblicano. Del resto, i siti statunitensi pullulano di analisi e articoli gonfi di sensi di colpa su quanto il sistema mediatico abbia aiutato l’ex conduttore di The Apprentice. “Se si fosse trovato di fronte a giornalisti con le palle, anziché a rotocalchi che non vedevano l’ora di riportare fedelmente ogni sua sparata – sembrano pensare in molti – il mostro non sarebbe mai esistito”.

Personalmente, ho qualche dubbio, e vi spiego perché.

Quando il protagonista di The Newsroom interroga le proprie “vittime”, arriva sempre il momento in cui, messe all’angolo, queste o cercano di aggiustare il tiro o si ritrovano spiazzate o incapaci di di rispondere. “Dice che Obama ci sta togliendo le libertà? Mi citi 3 libertà che aveva prima dell’elezione di Obama e che ora non ha più”. È una domanda a cui è obbiettivamente impossibile rispondere in modo sensato. Ed è proprio qui il punto: a Donald J Trump non importerebbe un fico secco. A una domanda del genere potrebbe rispondere di conoscere “un tale che ha perso tutto per colpa di Obama”, e se venisse incalzato potrebbe rispondere accusando a sua volta il giornalista di qualcosa, tipo di essere un tossicodipendente, o che il presidente Obama “sad to say”, è il padre dell’Isis. Che non c’entrerebbe niente, ma chissenefrega.

Un approccio del genere, con uno come Trump, rischierebbe insomma di degenerare in rissa. E mettersi a fare a cazzotti con uno che per anni si è dilettato con il wrestling probabilmente non conviene.

excited yes donald trump cheering hell yeah

Visto che c’entrava?

Due cose rapide sull’ultima parte di campagna

Visto che il presente articolo sarà senz’altro l’ultimo prima delle elezioni, mi sento in dovere di scrivere qualcosa a proposito delle ultime settimane. Da quello che ho capito io, Hillary Clinton aveva praticamente vinto fino a circa 10 giorni fa, poi è venuta fuori un’altra storiaccia di email e così ora Trump starebbe recuperando, secondo molti sarebbe addirittura avanti.

Calma e gesso.

Che Trump stia beneficiando della situazione degli ultimi giorni, è molto probabile. Che questa abbia il potere di rovesciare un risultato già scritto, dubito fortemente. Se Trump vincerà, evidentemente Clinton non è mai stata così avanti nei sondaggi come ci raccontavano. Quindi, il mio consiglio spassionato è il seguente: fidatevi dei sondaggi, ma fino a un certo punto. Anzi, se potete, non fidatevi dei sondaggi. Per due ragioni:

  1. Negli Stati Uniti non si vota su base nazionale, ma statale. Vuol dire che ogni stato assegna un numero di delegati in proporzione alla popolazione, che vanno a formare un’assemblea che a sua volta elegge il presidente. Nel 2000, per dirne una, Al Gore aveva più voti popolari di Bush, ma perse le elezioni, perché Bush aveva vinto più delegati. Com’è possibile? Fate finta ci siano tre stati: uno da 100 abitanti e due da 40 ciascuno. Chi vince nello stato da 100 abitanti guadagna 5 delegati, i due da 40 valgono ciascuno 3. Ora, fate conto che il candidato A ottenga tutti i voti dello stato da 5: A avrà 100 voti popolari e 5 delegati. B, invece, viene votato da tutti i cittadini degli altri due stati: 80 voti popolari e 6 delegati, e B vince le elezioni. Tutto questo per dire che, i sondaggi a livello nazionale valgono quel che valgono. Meglio piuttosto andare a vedere quelli stato per stato, che dicono qualcosa in più;
  2. Di sondaggi ce ne sono una marea, usano metodi di rilevazioni diversi e arrivano a risultati diversi. Capita che i giornali o i siti citino solo quelli che gli servono per fare il titolo più accattivante, tipo SORPASSO DI TRUMP anche quando il magnate è dato avanti da un sondaggio su 7. Se proprio sentite il bisogno di guardare i sondaggi nazionali, almeno leggeteli su Real Clear Politics, che fa la media tra tutti quelli principali.

Ciao, alla prossima. Con un nuovo presidente. Paura eh?

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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