Lyndon Johnson, una grande canaglia e un grande presidente

In tutta la sua vita, Lyndon Baines Johnson ha perso una sola elezione.
1941: Johnson è un deputato di 33 anni e vanta una forte vicinanza con il presidente Roosvelt, ma perde le primarie del Partito Democratico del Texas per un posto al Senato contro un certo Wilbert Lee O’Daniel.
“Mai più”, deve essersi detto subito dopo. Quando gli ricapita l’occasione, sette anni dopo, colui che diventerà il 36° presidente degli Stati Uniti non esita infatti a rubare tutti i voti che servivano per battere il nuovo rivale, Coke Stevenson. Alla fine, 200 schede con il suo nome scritto sopra comparirono dal nulla, e lui entrò al Senato grazie a uno scarto di 87 voti. Robert Allan Caro, giornalista che gli ha dedicato una monumentale biografia, commenta così quel passaggio: “Lyndon Johnson aveva provato a comprare uno Stato e, nonostante avesse pagato il prezzo più alto nella storia del Texas, aveva fallito. Quindi, ora era il tempo di rubarlo” (fonte: Limes – Texas L’America Futura, 8/2016).

Il furto dei voti, così come la capacità di crearsi le giuste reti di relazioni, sono pratiche che Johnson impara, giovanissimo, in Texas, in quegli anni centro nevralgico del potere a stelle e strisce al Congresso monopolizzato dal Partito Democratico. Politico pragmatico e spregiudicato, nella sua scalata al potere ha fatto cose che ricordano il Frank Underwood dei giorni nostri. Capiva, Johnson, che le migliori intenzioni fanno poca strada senza i voti, che sono l’unica cosa che consente di metterle in pratica. E voleva, più di ogni altra cosa, diventare Presidente degli Stati Uniti. Sin dall’inizio. Leggenda vuole che, nella scuola di Cotulla (città vicina al confine messicano) dove insegnava, dopo aver scoperto i suoi studenti che gli facevano un’imitazione, disse “come potete prendermi in giro? Davanti a voi c’è il futuro Presidente degli Stati Uniti”. E Presidente lo diventerà davvero, com’è noto, il 22 novembre 1963, a poche ore da quei colpi di fucile che, a Dallas, uccisero John Fitzgerald Kennedy.

Johnson è tra i presidenti la cui vita viene maggiormente studiata da biografi, giornalisti, storici e altri addetti ai lavori. Lo stessa fortuna, però, non c’è nell’immaginario collettivo. Messo in ombra, probabilmente, dalla luce accecante della leggenda del predecessore. Eppure, se a Kennedy va la fama, è Johnson ad aver firmato le riforme che generano la cosiddetta Great Society statunitense. Riforme che favorirono l’immigrazione, che allargarono il diritto all’assicurazione sanitaria (un tema, questo, di bruciante attualità negli Stati Uniti) e, soprattutto, la riforma dei diritti civili, il cui altro grande protagonista fu il movimento guidato da Martin Luther King. La riforma, in particolare, mirava a garantire il diritto di voto ai “negri”, in teoria già riconosciuto ma nei fatti impedito, in particolare nel sud segregazionista. Proprio quel sud da cui proveniva Johnson, e dove il Partito Democratico godeva di consenso quasi egemone. Quel sud che, da un lato, fu fondamentale al Presidente Roosvelt per far diventare realtà il New Deal ma che, dall’altro, fu altrettanto decisivo nel far si che lo stesso Roosvelt non si azzardasse ad estendere i diritti civili. Proprio la sua provenienza dal sud consentì a Johnson di essere scelto da Kennedy come vice, nonostante i rapporti personali tra i due fossero tutt’altro che idilliaci. Dal sud provenivano anche i “padri” politici di Johnson: Sam Rayburn e Richard Russell, tra gli altri.

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Lyndon Johnson e Richard Russell. commons, wikimedia

Un sud in cui il razzismo era un fatto della natura, considerato necessario alla pacifica convivenza tra i bianchi e le razze inferiori. Un sud in cui il governatore dell’Alabama George Wallace lasciava alla polizia mano libera nel massacrare i manifestanti di colore di King e si candidava alla presidenza nel 1968 (non a caso, al termine dell’era Johnson) al grido di “segregazione ieri, segregazione oggi, segregazione domani”.

A questo sud, in cui era cresciuto imbevuto di tutti i suoi valori, Johnson seppe voltare le spalle con gran tempismo storico. Non fu una scelta facile, né dettata da forti valori personali. Nel film sulla sua vita di Jay Roach, “All the way”, la tensione tra le radici sudiste e la volontà di passare alla storia come un riformatore si colgono con evidenza. L’approvazione della legge sui diritti civili avrà ripercussioni più a lungo termine. Iniziò così, infatti, l’allontanamento del sud dal Partito Democratico, che nei decenni successivi smetterà di essere il partito del sud razzista e ostile a Washington. Antica eco della Guerra Civile (in cui, ricordiamo, erano i repubblicani a essere nordisti e anti-schiavisti) che in quegli anni andò ad infrangersi contro un nuovo scoglio della storia. Oggi il sud, e in particolare il Texas, è per lo più repubblicano. Il Partito Democratico, dal canto suo, è il partito delle minoranze e delle grandi metropoli (fino a ieri lo era anche degli stati operai, ma Trump potrebbe aver cambiato le cose), mentre il Gop è quasi egemone nei rurali stati centrali. Oltre, ovviamente, al sud.

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Lyndon Johnson e Martin Luther King. commons, wikimedia

Nonostante lo strappo, il Presidente riesce a farsi eleggere nel 1964 con una delle vittorie più larghe nella storia del Paese. Aiutato, probabilmente, anche dall’estremismo dell’avversario, il repubblicano ultraconservatore Barry Goldwater. Lyndon Johnson chiuse il suo mandato nel 1968, dopo altri 4 anni di importanti riforme ma in forte calo di popolarità, soprattutto a causa dello sviluppo della guerra in Vietnam. Rinunciò a candidarsi per un secondo mandato e morì nel 1973.

P.s. Se questo articolo ti è piaciuto, ti consiglio di leggere anche questo, che racconta per filo e per segno il giorno in cui Johnson divenne presidente:

Il giorno che Johnson diventò presidente

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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