Presto e male

Su Barack Obama si può pensare bene o male, ma una cosa che non si può negare è che l’ex presidente degli Stati Uniti sia uno che sa vedere lontano. Prendere decisioni non considerando solo gli effetti che queste produrranno nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, o addirittura decenni. Per me questa è stata una caratteristica della sua presidenza assolutamente positiva. Ad altri, invece, questa tendenza (direi personale, prima che ancora che politica) dell’ex boss dà decisamente sui nervi. Mi spiego meglio.

Nell’aprile 2016 Obama rilascia a Jeffrey Goldberg, dell’Atlantic, una chilometrica intervista che molti considerano il suo testamento per quel che riguarda la politica estera. A un certo punto dice che “l’Isis non è una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti” mentre “il cambiamento climatico è potenzialmente una minaccia per il mondo intero se non facciamo qualcosa al riguardo”.  Solo poche settimane prima, tre bombe targate Stato Islamico erano esplose a Bruxelles e in quel momento ancora si faceva sentire forti e chiaro l’eco degli attentati di Parigi del novembre 2015 e, negli Stati Uniti soprattutto, quello di San Bernardino di dicembre, sempre dell’Isis. Il terrorismo islamico era decisamente al centro dell’attenzione dei media e dei governi. Da più parti si metteva in dubbio la possibile convivenza pacifica tra religioni e si blaterava di scontro di civiltà.

Cosa si deve pensare del leader dello stato più odiato dall’islamismo radicale che, in mezzo a tutto questo casino, ha la faccia tosta di dire che ci sono problemi più importanti? Secondo il mio personale parere, che ha una visione del mondo nitida e precisa, che non si fa influenzare dall’emotività e l’isteria indotta dagli eventi. Secondo molti altri, probabilmente, che vive sulla luna. Molti americani ed europei che hanno ascoltato o letto queste sue parole avranno pensato che il loro comandante in capo preferisce occuparsi di un po’ di ghiaccio che si scioglie al polo nord piuttosto che di un esercito di fuori di testa barbuti pronti a farsi esplodere in casa loro.

E poi è arrivato Donald Trump. Una voce chiara, finalmente, dopo tanta filosofia. Uno che non ti dice che il mondo è complesso. Macché. Il mondo è semplice, semplicissimo, chi dice diversamente ha qualcosa da nascondere. Batteremo l’Isis velocemente. Che ci vuole, sono due beduini nel deserto e noi siamo l’esercito più potente del mondo no? Riporteremo tutto il lavoro negli Stati Uniti e fingeremo che la globalizzazione non sia mai esistita. Basta annullare i trattati no? Tranquilli, siamo a inizio ‘900, ve lo giuro.

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Donald Trump firma un ordine esecutivo

Quasi ovvio che il nuovo presidente degli Stati Uniti, al cambiamento climatico dica di non credere. È una cosa complessa, quindi chiaramente meglio buttarla in caciara. Ma si, diciamo che è un complotto dei cinesi per rendere meno competitivi gli Stati Uniti. Suona bene no?

Se è vero che, come diceva De Gasperi, “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”, i problemi posti dal riscaldamento globale sono un ottimo banco di prove per la classe dirigente transnazionale dei giorni nostri. Per distinguere i politici dagli statisti, appunto. Perché, nonostante gli allarmi della comunità scientifica, ancora non colpisce l’opinione pubblica come il terrorismo o la disoccupazione, anche se le sue conseguenze sul lungo periodo potrebbero essere più gravi di entrambi. Perché dichiarargli guerra non porta voti e non solletica lo spirito patriottardo come dichiarare guerra a un paese o a una religione. Perché non si può nemmeno fingere di avere per esso una soluzione rapida, che arriverà (se arriverà) solo con un lavoro sottotraccia di informazione, prevenzione, ricerca e misure probabilmente spiacevoli. Un lavoro, insomma, che non attira le luci della ribalta. Quelle luci che Donald Trump dimostra di apprezzare, almeno quanto le soluzioni semplici e apparenti.

Prendiamo il cosiddetto “muslim ban” , per esempio, uno dei primi ordini esecutivi firmati dal neo presidente, che di fatto vietava per 90 giorni l’ingresso negli Stati Uniti di persone provenienti da Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen. Ebbene, questo provvedimento di rara umanità e lungimiranza era stato elaborato talmente bene che in pochi giorni è stato di fatto smantellato da un paio di sentenze: una che ha sospeso i rimpatri di persone appena sbarcate da uno dei paesi canaglia e uno che, infine, ha sospeso del tutto l’ordine esecutivo, che in quanto tale non ha ancora la forza di una legge votata dal Congresso. Nel frattempo, il governo prima sosteneva che si applicava anche ai possessori di green card per poi affermare il contrario dopo la sentenza del giudice, aumentando ulteriormente il carico di confusione e incertezza negli aeroporti del Paese, pieni di persone che non sapevano esattamente cosa sarebbe stato di loro e di funzionari che non sapevano esattamente cosa fare.

Con un altro ordine esecutivo, Trump ha decretato l’uscita degli Stati Uniti dal Tpp, l’accordo di libero scambio fortemente voluto da Obama che avrebbe legato gli Stati Uniti a diversi paesi dell’est asiatico. Una decisione coerente con il protezionismo economico promesso in campagna elettorale, ma che dal punto di vista strategico rischia, nel medio periodo, di consegnare questi Paesi alla sfera d’influenza della Cina, che era esclusa dall’accordo.

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Obama durante un incontro con il presidente cinese Xi Jinping

C’è probabilmente un ché di arrogante nella pretesa obamiana di rincorrere ossessivamente la propria visione del mondo, soprattutto in tempi confusi come i nostri. Lo scorso 16 gennaio, Mattia Ferraresi scriveva sul Foglio un articolo molto critico sull’era Obama in cui, per esempio, si sosteneva che il ritiro calcolato degli Stati Uniti dal medio oriente (l’ex presidente, che voleva spostare il perno americano verso est, da qui il Tpp) avrebbe contribuito a generare il caos attuale. Guardare alla Siria, dove ad Assad venne fissata una linea rossa da non superare (l’uso di armi chimiche sui civili) che il dittatore ha invece superato restando però impunito. Oggi in Siria decidono di fatto Russia e Iran. Il medio oriente, semplicemente, non rientrava nei piani a lungo termine del presidente, che su questo si è trovato più volte in contrasto con parti più o meno estese della propria amministrazione. Trovandosi talvolta ad avvallare anche decisioni non sue, come l’intervento per rovesciare Gheddafi in Libia, di cui grande sponsor fu Hillary Clinton, insieme ad alcuni stati europei.

Quello che ci troviamo oggi è l’opposto. Non più un presidente-filosofo che rincorre freddamente il mondo che ha disegnato nella propria testa, ma uno spericolato uomo d’affari, convinto di poter ottenere ciò che vuole semplicemente in virtù della propria sbandierata capacità di concludere accordi vantaggiosi. La politica estera statunitense nell’era Trump (al di là del lavoro costante, sotterraneo e onnipresente delle varie agenzie governative) non si muoverà seguendo un progetto complessivo, ma per risolvere le strette contingenze del momento.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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