L’analfabetismo funzionale nasce a scuola?

Ormai lo sappiamo, l’Italia è terra di sole, mare e analfabetismo funzionale. Vi sarà capitato di leggerlo su qualche link condiviso su Facebook dall’amico un po’ intellettualoide: una buona percentuale di italiani è in grado di leggere un testo, ma non di comprenderlo realmente. Secondo l’Ocse sono così il 50% dei nostri concittadini adulti, secondo altri il 70% e secondo altri ancora il 30%. Seguono, in genere, considerazioni allarmate su dove andremo finire, sull’effettiva capacità di questi individui di essere soggetti effettivamente inseriti nella società (in una parola: cittadini), sul destino della democrazia e sul ruolo distruttivo di internet.

Quando l’analisi vuole andare un po’ oltre le mani nei capelli, l’indignazione dei colti verso il popolino ignorante e i sospiri di rassegnazione, in genere viene tirato in ballo il sistema scolastico del nostro Paese. Visto che sono abbastanza convinto che sia giusto guardare li se si vorrà, sul lungo periodo, risolvere il problema, vi racconterò la mia esperienza di ex studente di liceo classico. Una scuola che, almeno in teoria, dovrebbe offrire una formazione a prova di ogni forma di analfabetismo. E che in genere lo fa, per intenderci. Però…

I temi

Una volta al mese veniva, implacabile, il giorno del tema in classe. Diverse le tipologie proposte: saggio breve/articolo di giornale (indovinate un po’? la mia modalità preferita), tema storico, tema scientifico, tema libero e infine lei: l’analisi del testo. Dall’antologia che avevamo studiato fino a quel momento veniva estratto un brano, a cui seguivano delle domande per verificare che il brano si fosse effettivamente capito.

Tutto bene, tutto giusto, se non fosse che le domande, spesso, si riducevano a chiedere risposte nozionistiche e ben delimitate, in genere facilmente reperibili sul libro di testo (magari anche opportunamente aperto sulle ginocchia durante lo svolgimento del tema, ma questo è un altro discorso…).

Così, per quel che posso ricordare, l’analisi del testo diventava il rifugio sicuro di quelli che avevano studiato e volevano portare a casa un voto alto senza troppa fatica. Siamo sicuri che la formulazione di domande che esigono una risposta precisa sia il modo migliore per stimolare la capacità di analisi? Non sarebbe meglio lasciare maggior spazio alle considerazioni di colui che analizza, consentendogli di spaziare su elementi anche non strettamente legati alla materia come il contesto storico in cui il brano si inserisce o quello che trasmette a noi, che lo leggiamo magari a secoli di distanza?

Sono domande che mi pongo da profano della materia, che mi scaturiscono dall’esperienza diretta di semplice ex fruitore del sistema scolastico nazionale e che lascio come stimolo a chi (più esperto di me) vorrà rispondere.

leggere

La lettura, maledizione!

Quando leggo i dati sull’analfabetismo funzionale nel nostro Paese, non posso fare a meno di collegarli a quelli tragici sul numero abnorme di persone che non leggono nemmeno un libro all’anno. Secondo gli ultimi dati, si tratta del 60% della popolazione adulta, un dato che pone l’Italia tra i Paesi che leggono meno in Europa. Preoccupa, in particolare, il calo dei lettori tra i giovanissimi (11-14 anni) che in genere sono quelli che leggono di più.

Da lettore e da ottimista, penso che se la gente non legge non è colpa dei libri, ma di come a queste persone viene insegnato a leggere.

Mi viene da pensare a come la scuola mi ha introdotto a questo mondo. La materia in teoria preposta a questo compito sarebbe antologia che, nella mia esperienza, voleva dire leggere un pezzetto di un libro a cui era stata affibbiata un’etichetta (romanticismo, illuminismo, realismo ecc.), fingere di averlo capito e poi rispondere a un tot di domandine alla fine del capitolo.

Ora, possiamo seriamente immaginarci che in questo modo un adolescente si appassioni alla letteratura? Il minimo che ci si può aspettare, è che uno non veda l’ora di finire la scuola dell’obbligo per non dover più sorbirsi quella roba li, cosa che in effetti succede puntualmente. Come può uno appassionarsi alla Divina Commedia, ai Promessi Sposi o al Signore degli Anelli se questi gli vengono presentati a pezzi? È come se uno si guardasse solo il primo e l’ultimo episodio di una serie tv di 20 puntate.

Lo so cosa state pensando: tutto molto bello ma ci sono dei programmi da rispettare, altre materie da insegnare. Vero. Impossibile pretendere di leggere un’opera per intero. E diciamocelo pure, è difficile che un ragazzino pensi di cominciare la carriera di lettore con una spiegazione anche appassionata di mattoni come i Promessi Sposi o l’Orlando Furioso.

Un punto di partenza potrebbe essere rivalutare il momento in cui gli studenti stessi parlano delle proprie esperienze di lettura, lasciandoli liberi di scegliersi davvero cosa leggere e di cosa poi parlare in classe. Nonostante io abbia sempre letto per conto mio, ho sempre patito la lista dei libri da leggere per le vacanze, avvertita inevitabilmente come un vincolo e ammantata di quel fascino irresistibile della regola da infrangere (rivelazione: per scrivere un riassunto decente, la pagina di Wikipedia è più che sufficiente). Peccato che, insieme alla lista della prof. di italiano, spesso si butti via per osmosi l’intero mondo dei libri.

Lasciati liberi, gli adolescenti facilmente leggeranno cose che interessano gli adolescenti. E pazienza se metà della classe parlerà di Tre metri sopra il cielo o della biografia di Antonio Cassano. Magari, quello che fino a quel giorno aveva letto gli stati su Facebook degli amici scoprirà che in un libro ci possono essere anche cose divertenti o interessanti e penserà “sai che c’é? questo me lo leggo”. E il mondo avrà vinto un lettore in più oggi e (forse) un analfabeta funzionale in meno domani.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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