Le tasse sui robot per favorire l’occupazione sono di sinistra?

Dice Benoît Hamon, candidato del Partito Socialista alla presidenza della Repubblica francese, che sarebbe giusto imporre una tassa sulla ricchezza creata dai robot, perché l’automazione “distrugge delle professioni”.

L’idea di tassare l’automazione avrebbe come obiettivo rendere meno conveniente il proliferare del lavoro automatico per salvare quello umano, e sta guadagnando popolarità a sinistra. È una posizione (forse ancora minoritaria, o forse no) che in sostanza rinnega gli ultimi anni di storia del campo progressista internazionale. Fino ad oggi, almeno a livello di percezione, la “sinistra” si è infatti voluta mostrare entusiasta della rivoluzione tecnologica a cui stiamo assistendo, proprio in ossequio all’idea di progresso che sente come parte del proprio dna. Basti pensare al Barack Obama estasiato mentre indossa gli occhialoni della realtà aumentata di Facebook o al recente viaggio del nostro ex presidente del Consiglio Matteo Renzi nella Silicon Valley.

In questa overdose tecnologica, tuttavia, la sinistra occidentale parrebbe essersi dimenticata di coloro che dall’innovazione sono o si sentono minacciati: i cinque pirla che facevano in 6 ore il lavoro che adesso una macchina fa in un’ora. Molto probabilmente, di quei cinque almeno 3 sono diventati elettori di Donald Trump negli Stati Uniti, hanno votato Brexit nel Regno Unito e voteranno Marine Le Pen in Francia. Da quelle parti, infatti, molti lavoratori che si sentono minacciati dall’evoluzione del mercato del lavoro stanno cercando riparo. In una destra che promette protezione e, in un certo senso, un rassicurante ritorno al passato.. Ne ha parlato Riccardo Staglianò (autore di Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro) in occasione del recente festival di Limes a Genova: se si guarda alla mappa elettorale delle ultime elezioni statunitensi, Trump ha vinto negli stati che presentano percentuali più alte di lavoro “di routine”, ovvero quello maggiormente minacciato dall’automazione.

Segnali, cui almeno parte della sinistra ha scelto di reagire con la proposta di una tassa sull’automazione oppure con proposte di supporto alla povertà come il reddito di cittadinanza. Anche quest’ultima misura è presente nel programma del socialista Hamon, oltre che in quello di altre forze politiche come il Movimento Cinque Stelle in Italia.

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Si pongono, a questo punto, un po’ di domande di carattere culturale, prima ancora che economico. È giusto impedire che una macchina faccia in minor tempo e meglio un lavoro che farebbero cinque lavoratori “solo” per conservare il loro posto di lavoro? Oppure: alla lunga che gratificazione può avere un lavoratore che sa di essere tenuto attaccato a forza al proprio posto di lavoro quando una macchina potrebbe fare meglio quello che fa lui a costo di una grande fatica fisica e mentale? quale percezione della propria utilità sociale?

Lo studioso e visionario Federico Pistono ha scritto in un libro che l’innovazione tecnologica ci apre la possibilità di un mondo in cui il lavoro non sarà più al centro della vita umana. Liberato dagli obblighi di una professione, l’uomo potrà finalmente dedicarsi a tempo pieno alla propria soddisfazione personale, alla cura degli affetti e alle proprie reali passioni. Il titolo del saggio è eloquente: I robot ti ruberanno il lavoro, ma va bene così. A supporto della tesi in esso contenuto, una statistica secondo cui l’80% delle persone non sarebbe soddisfatto del proprio lavoro. “Perché – è la domanda che sorge spontanea – continuare a perpetrare un sistema che ci rende infelici, quando la tecnologia ci consentirebbe di superarlo?”.

Il discorso fila, almeno in teoria. Ma trascura, a mio avviso, un elemento importante. Lavoro non è solo portare a casa i soldi che servono per vivere, ma anche identità, definizione di sé stessi. Nella nostra cultura, il concetto di lavoro è centrale al punto che se chiedi a uno sconosciuto chi sei? cosa fai? questo facilmente ti risponderà rivelandoti la propria professione, subito dopo il nome. L’idea di un mondo in cui le macchine lavorano e gli uomini inseguono liberamente la propria soddisfazione personale potrebbe essere meno accettata di quanto si pensi. Siamo pronti a un mondo senza lavoro? E le forze che si dicono di sinistra dovrebbero spingere per un cambiamento culturale di tale portata o difendere il lavoro come lo conosciamo oggi? Il dibattito è aperto.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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