Guida pratica alle elezioni francesi

Tra esattamente un mese (il 23 aprile) ci sarà il primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Si tratta di un appuntamento molto importante, il cui esito – si dice – potrebbe segnare significativamente il futuro dell’Unione Europea. In testa alla maggior parte dei sondaggi, infatti, al primo turno c’è Marine Le Pen, leader del Front National, che in caso di vittoria promette un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione, in stile Brexit per intenderci.  Con questo post vorrei fornire ai lettori che lo desiderano una guida minima per orientarsi nel voto francese.

Prima di provare a riassumere i principali candidati e le tematiche più importanti di questa campagna, è però necessario soffermarsi brevemente sul sistema elettorale e sulle conseguenze (pesanti) che questo ha sulla corsa. Cerco di essere breve, promesso.

Come si vota in Francia

Secondo i più recenti sondaggi, Le Pen sarebbe la candidata preferita dell’elettorato, a pari merito con Emmanuel Macron, vera e propria sorpresa di queste elezioni (ci arriviamo). Tuttavia, le possibilità che la leader del Front National conquisti l’Eliseo sembrerebbero piuttosto basse. Se è vero che quanto successo l’anno scorso negli Stati Uniti e in Gran Bretagna invita alla prudenza, d’altro canto il sistema elettorale francese ha storicamente penalizzato il Fronte. In Francia vige un sistema semi-presidenziale, con il Presidente della Repubblica eletto direttamente dai cittadini e il Governo nominato da quest’ultimo. L’ostacolo maggiore per Le Pen verso la presidenza è però il secondo turno di votazioni, previsto due settimane dopo il primo tra i due candidati più votati, nel caso nessuno di essi riuscisse a conquistare la maggioranza assoluta (50%+1) dei suffragi. Attualmente, nessun candidato sembra in grado da solo di raggiungere nemmeno lontanamente quella soglia (basti pensare che Le Pen e Macron, in testa ai sondaggi, sono dati entrambi intorno al 26%) quindi un doppio turno è, per usare un eufemismo, molto probabile.

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L’andamento delle preferenze tra tutti i candidati al primo turno. La linea blu è quella di Le Pen, quella gialla Macron, quella azzurra è Fillon, quella viola è Hamon e quella rossa Melenchon. fonte: wikipedia

L’unico precedente di un candidato frontista approdato al ballottaggio risale al 2002, quando Jean-Marie Le Pen (si, il padre di Marine) arrivò a sfidare il candidato del centrodestra Jacques Chirac. Il risultato fu il seguente:

Chirac – 82,2%;
Le Pen – 17,8%.

Successe infatti che tutte le forze politiche, più o meno tappandosi il naso, appoggiarono il candidato moderato per sconfiggere quello estremista. Si pensa che più o meno lo stesso succederà questa volta, anche se con uno scarto molto minore rispetto ad allora. Secondo i sondaggi, Macron dovrebbe imporsi circa con il 60%, contro il 40% di Le Pen. Chiudo questa parte con un avvertimento doveroso: stiamo parlando di sondaggi, gli stessi per cui Hillary Clinton sarebbe diventata presidente degli Stati Uniti e la Gran Bretagna sarebbe rimasta nell’Unione Europea, quindi occhio.

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L’andamento delle preferenze in caso di ballottaggio Macron-Le Pen. fonte: wikipedia

Ah, un’altra cosa. Tutto quello che ci siamo detti riguarda solo l’elezione del Presidente della Repubblica. Diverso è il discorso per le elezioni legislative, che si svolgeranno l’11 giugno (primo turno) e il 18 giugno (secondo). In questo caso, ogni circoscrizione elegge il proprio rappresentate, e accedono al ballottaggio (che si svolge anche qui se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta dei voti) tutti i candidati con almeno il 12,5% delle preferenze.

Emmanuel Macron, quello che piace un po’ a tutti

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Chiusa la doverosa premessa (sono stato più breve che ho potuto, giuro!), passiamo in rassegna uno a uno i principali candidati. Parlerò dei cinque più importanti, quelli che hanno partecipato al primo dibattito televisivo dello scorso 20 marzo, ma i candidati alla presidenza sono in realtà in tutto 11. Di questi, il favorito sembrerebbe essere Emmanuel Macron.

Trentanove anni, ex banchiere (quasi una bestemmia) Macron è il più giovane dei principali candidati in corsa. È stato ministro dell’economia nel governo di Hollande, da cui è uscito abbastanza polemicamente nel 2016. A suo avviso, infatti, il governo si stava mostrando troppo “timido” e poco riformatore sul tema del lavoro, che lui vorrebbe più flessibile. Ex socialista piuttosto atipico, dopo l’uscita ha fondato un suo movimento, En Marche! (le iniziali, E M sono le stesse del suo nome e cognome) che si schiera su posizioni sostanzialmente centriste. Il candidato stesso, d’altronde, rivendica di non essere “né di destra né di sinistra”. A noi italiani il suo stile “giovanista” e le sue posizioni politiche possono ricordare quelle di un Matteo Renzi, che non a caso ha chiamato il proprio nuovo movimento personale per le primarie del Pd In cammino, traduzione italiana del modello d’oltralpe.

Una lettura un po’ superficiale ci porta a leggere lo scontro tra lui e Le Pen come l’ennesima riproposizione della sfida tra l’élite europeista, liberale e pro-globalizzazione e il populismo nazionalista. Macron, d’altronde ha già incassato diversi endorsement più o meno ufficiali da parte di sostenitori dell’Unione Europea, ultimo e più pesante l’ex leader dei socialisti tedeschi Gabriel ed è di sicuro pro-Europa e pro-globalizzazione. Anzi, di tutti i candidati francesi sembra quasi l’unico a rivendicare al 100% posizioni simili. Eppure, Macron non è il candidato dello status quotutt’altro. In un articolo pubblicato sull’Espresso, Bernardo Valli (un cronista che conosce molto bene la Francia) ha scritto che con Macron andrebbe in soffitta nientepopodimeno che la Quinta Repubblica francese. Per la prima volta, infatti, resterebbero fuori dal ballottaggio le due famiglie politiche principali del ‘900: i neogollisti (centrodestra) e i socialisti (centrosinistra). Macron si è fin qui dimostrato abile a sfruttare le difficoltà di entrambi e le contingenze politiche del momento. Vediamole.

François Fillon, un uomo sfortunato

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Fino a non troppo tempo fa, François Fillon era considerato il favorito assoluto per diventare Presidente della Repubblica francese. Il suo partito, Les Repubblicaines (lo stesso di Sarkozi, per capirci) sembrava destinato a battere facilmente i socialisti, indeboliti da una presidenza Hollande giudicata molto severamente dai francesi, e imporsi al secondo turno contro Marine Le Pen secondo la logica che abbiamo detto poc’anzi.

Nel novembre 2016, Fillon aveva vinto ampiamente le primarie del proprio partito, battendo il più moderato Alain Juppé e lo stesso Sarkozi, di cui in passato era stato primo ministro. Alla scelta avevano partecipato più di 4 milioni di elettori sia al primo che al secondo turno (in cui lo sfidante fu Juppé), una cifra che giustificava l’entusiasmo intorno al partito di centrodestra. Fillon si era imposto con un programma molto conservatore sui temi sociali e liberista in campo economico, che sembrava perfetto per attrarre gli elettori più di destra finiti nel campo del Front National. Poi è arrivato il penelopegate.

Dei guai giudiziari di Fillon si parla anche qui in Italia, quindi non la farò tanto lunga. In sintesi, il candidato è indagato perché potrebbe aver pagato la moglie Penelope per un incarico di assistente parlamentare in realtà fittizio. Più recente, inoltre, l’inchiesta del giornale satirico Canard Enchaine (lo stesso che tirò fuori l’affaire Penelope) sui soldi che, da parlamentare, Fillon avrebbe ricevuto da un ricco imprenditore libanese per organizzare un incontro con il presidente russo Vladimir Putin e il capo della Total, nel 2015.

Ora, Fillon è molto sfortunato, perché, come se non bastassero i guai giudiziari a mettergli i bastoni tra le ruote, la presenza di un candidato come Macron rende meno difficile per molti elettori di centrodestra abbandonare il candidato scelto dal partito. Il combinato disposto di questi due elementi l’ha fatto sprofondare nei sondaggi (vedi primo grafico, più in alto).

La mission impossible di Benoît Hamon

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Come Fillon, anche Benoît Hamon, per diventare candidato alla presidenza della Repubblica francese, ha dovuto vincere le primarie del proprio partito. Lo scorso gennaio, Hamon si è imposto su Arnaud Montebourg e l’ex primo ministro di Hollande Manuel Valls (quest’ultimo, sconfitto al secondo turno) con un programma piuttosto “di sinistra”. Abbiamo infatti già parlato di lui sulle pagine di questo blog per la sua proposta di tassare il lavoro automatizzato per favorire l’occupazione e per la sua proposta di istituire un reddito di cittadinanza per contrastare la povertà.
La sua campagna per le primarie ha avuto il merito di rivitalizzare (almeno per un po’) un partito socialista molto indebolito dall’esperienza Hollande e dato da tutti ampiamente sconfitto in partenza. La sua vittoria nel partito è stata paragonata al successo di Bernie Sanders negli states, soprattutto per la capacità di attrarre molti giovani. Ma, passato l’entusiasmo, ha fatto fatica a imporsi nella campagna “vera” e diversi socialisti pare stiano passando dalla parte di Macron. Lo stesso Manuel Valls non l’ha ancora appoggiato pubblicamente, nonostante il patto sottoscritto alle primarie.

Marine Le Pen

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Populista, di estrema destra, anti-euro, euroscettica, anti Unione Europea. Di Marine Le Pen si parla, tanto, ormai da anni, e sono onestamente in difficoltà a scrivere qualcosa che non sia estremamente banale e scontato. Ma ci proverò.

Marine Le Pen è diventata leader del Front National nel 2011. Allora, il partito era una forza minore della scena politica francese. Dopo il picco del 2002 (con il proprio candidato arrivato al ballottaggio per la presidenza), il fronte si era rinchiuso negli spazi angusti dell’estrema destra. Per rivitalizzarlo, la nuova leader inizia un processo di normalisation della propria creatura. Alcuni eccessi del padre (come la nostalgia per la repubblica di Vichy o per il colonialismo d’Algeria e l’antisemitismo latente) vengono abbandonati (al punto che il vecchio patriarca è stato estromesso dal partito nel 2015) e il marketing elettorale del partito decisamente modernizzato. I bersagli polemici preferiti diventano l’Unione Europea, l’immigrazione e la presunta islamizzazione della società francese, che anche dell’immigrazione è conseguenza. Che vogliate definirlo di estrema destra o populista, il Front National di oggi non è creatura atipica, ma fa parte di quel vasto movimento internazionale che esprime Donald Trump negli Stati Uniti, Farage nel Regno Unito o Salvini in Italia.

Secondo alcuni analisti, questa campagna elettorale ha visto una leggera evoluzione del messaggio politico del Front National, da un discorso più “sovranista” a uno più “identitario”. Un passaggio di cui ha parlato bene Francesco Maselli, nella sua ottima newsletter sulle elezioni francesi (se vi interessasse approfondire ve la consiglio, la trovate cliccando qui):

Ieri sono andato a Chateauroux, un paese di quarantamila abitanti al centro della Francia. È il quinto comizio/discorso di Marine Le Pen che vado a vedere e ho notato un’evoluzione, specialmente rispetto al messaggio che sembrava dovesse caratterizzare la campagna elettorale a settembre. A Brachay, il paesino dove Marine aveva cominciato la lunga maratona, lo slogan era “La France apaisée” la Francia pacificata, ed erano molti i riferimenti al Generale de Gaulle. Sembrava che Marine Le Pen volesse caratterizzare la sua campagna elettorale con un messaggio sovranista e meno identitario. In altre parole, sembrava avesse vinto la linea Florian Philippot (membro di primo piano del partito, considerato braccio destro di Marine ndr) piuttosto che la linea Marion Maréchal Le Pen (nipote della leader, molto conservatrice sulle tematiche sociali ndr).
Mi spiego meglio: nel Front National convivono due idee, che sembrano sovrapponibili ma non lo sono. L’ala sovranista, quella di Philippot per intenderci, mette al primo piano l’uscita dall’euro e dall’Europa ma ha a cuore anche un discorso sociale ed economico, con delle proposte simili a quelle della sinistra radicale (per esempio il ritorno della pensione a 60 anni). L’ala identitaria, quella di Marion Maréchal, spinge invece sulle radici cattoliche, sul conservatorismo di una Francia più rurale e più anziana, sulla paura dei migranti non tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista culturale; è una Francia che ha paura del “grand remplacement”, del  rischio di diventare minoranza a casa propria. Ieri un racconto comune che ho sentito da più simpatizzanti frontisti era il seguente: “sono andato ad abitare in campagna dopo la pensione, quando torno al centro città dove sono cresciuto non lo riconosco più, è in mano agli immigrati. Sembra di non essere più in Francia”.
Nelle ultime settimane la retorica anti euro è passata relativamente in secondo piano, Marine Le Pen non ha detto esplicitamente che vuole uscire dall’euro e ha trasformato l’Unione in un effetto collaterale del “mondialismo”, la globalizzazione senza volto che distrugge la Francia rurale, i posti di lavoro dell’industria francese e consente l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti – e che ha in Emmanuel Macron il suo massimo rappresentante. Questo spostamento ha una ragione: parlare all’elettorato più radicale di Fillon, sia al primo che al secondo turno. Chi è più anziano e conservatore non necessariamente vede di buon occhio un’uscita traumatica dall’euro e anzi ne è spaventato, ma può essere d’accordo con un discorso identitario come quello che sta cercando di portare avanti Marine Le Pen. Meno economia, più identità.

Negli scampoli del dibattito televisivo che sono riuscito a seguire, il messaggio “sovranista” mi pare in realtà essere rimasto parte fondamentale del messaggio di Le Pen. È interessante comunque notare come al messaggio “nazional-populista” se ne affianchi uno maggiormente “conservatore”. Sono riuscito a dire qualcosa di nuovo su Marine Le Pen rispetto a quello che si legge ogni giorno sui giornali?

Jean-Luc Mélenchon, l’ultimo dei romantici

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Pensate a tutte le posizioni più “di sinistra” che vi vengono in mente su qualsiasi argomento. Ecco: questo è Jean-Luc Mélenchon, il candidato del Partì de Gauche (partito della sinistra). Durante il dibattito ha detto che se sarà eletto sarà l’ultimo presidente della quinta repubblica francese, perché attuerebbe una riforma che metterebbe fine all’attuale sistema, che lui definisce una “monarchia democratica” per gli ampi poteri che concede al presidente. Europarlamentare e politico di lungo corso, si era già candidato alla presidenza nel 2012.

Le possibilità che possa effettivamente vincere sono, come dire, pochine, ma la sua candidatura è tutt’altro che simbolica. Innanzitutto, anche in anni recenti, la sinistra-sinistra francese è rimasta una forza significativa, con il 10% circa dei consensi a livello nazionale. Inoltre, in queste elezioni lo schieramento di Melenchon si gioca con il partito socialista di Hamon la supremazia nel campo della sinistra. Un risvolto ritenuto impensabile fino a pochi anni fa, oggi reso possibile dalla crisi dei socialisti e dalle notevoli capacità oratorie del candidato della gauche. Gli ultimi sondaggi danno Hamon e Melenchon entrambi al quarto posto, con il 12% dei consensi. Inutile dire che, in caso di quinto posto, per i socialisti più che di sconfitta bisognerebbe parlare di catastrofe.

Una sfida decisiva

Questo è quanto ritengo fondamentale sapere su quella che si preannuncia come una sfida decisiva, per la Francia e per l’Europa. Se è vero che l’Unione si fonda principalmente sull’asse franco-tedesco, si possono facilmente immaginare le conseguenze se uno dei due paesi dovesse eleggere un presidente contrario alla sua stessa esistenza. Come abbiamo visto, però, non è solo Marine Le Pen a porre questioni interessanti.

Intanto, se proprio aveste molto tempo libero e una buona dimestichezza col francese, questo è il link al primo dibattito televisivo dello scorso 20 marzo. Ce ne saranno altri due, prima delle elezioni:

Nella foto in apertura, da sinistra a destra: Benoît Hamon (Parti Socialiste, centrosinistra), François Fillon (Les Repubblicaines, centrodestra), Emmanuel Macron (En Marche!, centro?), Jean-Luc Mélenchon (Parti de Gauche, sinistra), Marine Le Pen (Front National, destra).

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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