Londra, San Pietroburgo, Idlib. Ci siamo (già) abituati al terrore?

Alla fine è successo, anche se più velocemente di quanto pensassi. Ci siamo abituati al terrore. Alla morte, che ha le forme di un auto che si lancia su una folla, di una bomba che esplode in una metropolitana, di gas letali ripudiati persino dalla logica della guerra. È tutto normale. Le notizie scorrono alla televisione, vengono condivise sui social network e conquistano per un giorno le prime pagine dei quotidiani. Poi scivolano, semplicemente.

Eppure non è passata che una manciata di mesi dagli attentati di Parigi. Le immagini dei profili Facebook si coloravano della bandiera del Paese colpito, c’era solidarietà e rabbia, un po’ ovunque ci si chiedeva se e in che misura le nostre vite sarebbero cambiate.

Già allora erano in molti a prevedere che, in un modo o nell’altro, noi europei avremmo sviluppato una sorta di resilienza alla paura. Ci saremmo abituati, insomma, come si è abituato Israele, Paese mediorientale che a noi sentiamo più prossimo. Ed è successo, in modo sorprendentemente veloce. Un attentato terroristico su suolo europeo non è più una novità. La nostra dieta mediatica iperproteica l’ha già digerito. Le cronache sono più routinarie e meno drammatiche, gli editoriali più freddamente analitici. Inutile chiedersi se sia il mutato atteggiamento dei media a generare meno scalpore o il minor interesse del pubblico a spingere i media a maggiore sobrietà. La risposta non può che essere un po’ di entrambe le cose. In ogni modo, difficile non vedere una parabola discendente del pathos, ai massimi dopo Charlie Hebdo e il Bataclan e poi fatalmente in fase calante con i vari attentati di Bruxelles, Nizza, Berlino e infine Londra. Un ciclo lungo due anni, che ha reso la morte cronaca quasi quotidiana.

Poi c’è quello che succede fuori dai nostri confini, che percepiamo come lontano, altro da noi. San Pietroburgo, e ancor di più Idlib. Le immagini dei cadaveri di bambini contorti dal gas forse ancora riescono a infastidire le nostre coscienze. Ma solo per un secondo, perché già la foto del piccolo Aylan Curdi morto su una spiaggia turca aveva saturato la nostra capacità di provare compassione davanti a un’immagine. Da sempre medium più potente della parola scritta, ma ormai anch’essa scivolata nel vortice del già visto.

Se obiettivo della presunta regia internazionale del terrore era seminare il panico per le strade d’Europa, si può dire che questo sia in parte fallito. Non avevano fatto i conti, questi macabri social media manager, con la nostra capacità di resilienza. Resta da vedere con che faccia ne usciremo noi, dopo.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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