Donald Trump, ovvero la dittatura dei media?

Nella sua opera più famosa, “La Democrazia in America”, Alexis de Tocqueville esprimeva la propria preoccupazione sulla possibile nascita di una sorta di dittatura della maggioranza o, per dirla in altri termini, dell’opinione pubblica, negli Stati Uniti e poi in Europa. Fonte della sua preoccupazione era lo stesso sistema democratico americano, che poneva i cittadini in una condizione di parità delle condizioni per l’epoca completamente inedita. Basti pensare che in Europa ancora si parlava quasi ovunque di Nobiltà e Clero, del tutto inesistenti nel nuovo mondo. Tocqueville (che era francese) temeva che, dipendendo dal voto di uomini sostanzialmente tutti uguali tra di loro, i governanti americani si sarebbero ben presto trovati schiavi della maggioranza che li aveva eletti, costretti ad assecondarne ogni irragionevole e repentino cambio di opinione.

Si era negli anni 30 dell’800, e l’autore non poteva prevedere l’emergere progressivo, nel secolo e mezzo seguente, di poteri non elettivi in grado di incidere profondamente sull’azione degli uomini di potere eletti (compreso il presidente) o persino di agire quasi in modo autonomo. Per questo, sarebbe probabilmente del tutto fuorviante interpretare la recente decisione degli Stati Uniti di bombardare una base dell’aeronautica come un improvviso cambio di idea del comandante in capo Donald Trump. È molto probabile che nella decisione abbia inciso il giudizio dei militari, che nella nuova amministrazione hanno un ruolo non trascurabile.

Tuttavia, un Tocqueville dei giorni nostri avrebbe di che dire sulle motivazioni che il presidente ha fornito per giustificare al mondo la propria decisione. Con un breve discorso tenuto subito dopo l’attacco, Trump ha sostanzialmente dichiarato di aver reagito alle immagini di bambini uccisi dai gas tossici, sganciati (dice lui, come molti altri) dal regime di Damasco. Una reazione istintiva, dettata da quanto visto o letto sui media media, che di quell’opinione pubblica di cui Tocqueville temeva la dittatura sono oggi forse l’interprete più invasivo. Non importa che Trump, con questa mossa, rinneghi quanto detto in campagna elettorale, quando sosteneva non si dovesse puntare a rovesciare Assad, dal momento che il dittatore siriano rappresenterebbe un argine efficace contro “il nemico numero 1”, l’Isis. Anzi, Trump ha rivendicato la propria “flessibilità”, la capacità di cambiare idea.

Ora, è evidente che non si possa credere che decisioni simili vengano determinate dai buoni sentimenti del presidente americano di turno. Però, la flexibility trumpiana può, d’ora in poi, diventare il passepartout per giustificare ogni incoerenza con quanto promesso in campagna elettorale, ogni cedimento della linea presidenziale rispetto all’influenza dei poteri che contrastano la Casa Bianca. Cosa succederà, per esempio, quando le cronache riporteranno fatti come grosse inondazioni di isole del pacifico e questi fatti verranno collegati al cambiamento climatico? Trump si ricorderà di aver definito lo stesso cambiamento climatico una bufala o incomincerà improvvisamente a vendersi come paladino dell’ambiente? Oppure, quando usciranno storie di donne costrette ad abortire clandestinamente in cattive condizioni sanitarie, comincerà a esprimersi pubblicamente a favore dell’aborto o continuerà a pensare che le donne che abortiscono debbano essere “in qualche modo, punite“?

Magari molti potrebbero anche auspicare (come nei due esempi precedenti) che l’influenza dell’opinione pubblica spinga The Donald a più miti consigli. Però, non può lasciare indifferenti il fatto che, oggi, il governo della prima potenza mondiale giustifichi il proprio operato sulla base di quanto viene pubblicato o meno dai media.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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