Mélenchon, le elezioni francesi e la sinistra europea

Nelle ultime settimane di campagna elettorale per le ormai imminenti elezioni presidenziali francesi, a riaccendere l’interesse su una competizione il cui esito sembrerebbe (sembrava?) ormai scontato (un ballottaggio Macron – Le Pen) ci ha pensato il candidato Jean-Luc Mélenchon. Politico di lungo corso con un passato nella sinistra del partito socialista e ministro dell’educazione dal 2000 al 2002, oggi è appoggiato dal movimento France Insoumise (Francia indomita, o ribelle) e dai vari partiti di sinistra che formano il Front de gauche, tra cui lo storico Partito Comunista Francese.  È già la seconda volta che Mélenchon si candida alla presidenza della Repubblica francese. Nel 2012 arrivò quarto, raccogliendo l’11% dei voti. Un risultato che questa volta sembra destinato a crescere.

Il sorpasso a sinistra

Ormai un mese fa, scrivevo un articolo di presentazione dei vari candidati alla presidenza francese. Su Mélenchon scrissi questo:

Le possibilità che possa effettivamente vincere sono, come dire, pochine, ma la sua candidatura è tutt’altro che simbolica. Innanzitutto, anche in anni recenti, la sinistra-sinistra francese è rimasta una forza significativa, con il 10% circa dei consensi a livello nazionale. Inoltre, in queste elezioni lo schieramento di Mélenchon si gioca con il partito socialista di Hamon la supremazia nel campo della sinistra. Un risvolto ritenuto impensabile fino a pochi anni fa, oggi reso possibile dalla crisi dei socialisti e dalle notevoli capacità oratorie del candidato della gauche. Gli ultimi sondaggi danno Hamon e Mélenchon entrambi al quarto posto, con il 12% dei consensi. Inutile dire che, in caso di quinto posto, per i socialisti più che di sconfitta bisognerebbe parlare di catastrofe.

Rispetto ad allora, la possibilità che Mélenchon superi il socialista Hamon nelle intenzioni di voto è diventata praticamente una certezza. Secondo gli ultimi sondaggi, il distacco tra i due supererebbe i 10 punti percentuali, e il primo potrebbe persino insediare la terza posizione, occupata (sempre secondo i sondaggi) dal candidato dei Repubblicani (centrodestra) Fillon.

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Chi l’avrebbe mai detto?

Com’è stato possibile un ribaltone del genere in così poco tempo? Come sempre in casi come questo, ci sono i meriti di chi supera e le colpe di chi si fa superare.

La fine della socialdemocrazia?

Qualsiasi analisi sul probabile crollo dei socialisti in questa tornata elettorale non può che partire dalla constatazione del fallimento del presidente uscente François Hollande. Un capo di Stato con indici di popolarità talmente bassi da pesare inevitabilmente come un macigno su chi si candida sotto le insegne del suo stesso schieramento. Benoît Hamon si è spesso trovato in polemica con il proprio partito durante l’era Hollande. Questo gli ha consentito di vincere le primarie dei socialisti, ma evidentemente non è bastato a convincere un elettorato più vasto e variegato.

Eppure, la bassa popolarità di Hollande non può essere liquidata come l’unica causa per quello che, invece, potrebbe essere sintomo di un passaggio d’epoca ben più serio e duraturo, con cause ben più profonde e difficili da digerire. Se si allarga lo sguardo, in Europa i partiti socialdemocratici sono in crisi un po’ ovunque. A volte hanno cambiato pelle, con una svolta – semplifichiamo – “al centro” (il Pd italiano con Matteo Renzi) o “a sinistra” (i laburisti britannici con Jeremy Corbyn). Altre volte si sono fatti semplicemente sostituire. Il caso da manuale in questo caso è la Grecia, dove le elezioni svoltesi tra il 2012 e il 2015 hanno visto crollare i socialisti del Pasok per far posto a Syriza di Alexis Tsipras. Un caso talmente emblematico da far nascere una nuova parola: pasokizzazione

La socialdemocrazia ha ancora gli strumenti per restare competitiva nel mondo di oggi? In tanti paesi gli elettori sembrerebbero rispondere di no, e ampi settori del suo elettorato tradizionale sembrano trovare più convincenti le proposte di chi promette di proteggerli dalla globalizzazione chiudendo le frontiere (Le Pen, Salvini, Trump) oppure quelle più radicali a sinistra (Mélenchon, Corbyn, Sanders).

Benoît Hamon poteva in effetti sembrare il candidato giusto per stoppare questa emorragia di consensi. Più a sinistra della maggior parte dei leader socialisti europei, nel suo programma figurano buoni propositi per proteggere la classe lavoratrice come un reddito minimo universale e la tassazione sui robot per favorire l’occupazione “umana”. La vittoria alle primarie contro il delfino di Hollande Manuel Valls aveva anche acceso un certo entusiasmo, soprattutto tra i settori più giovani dell’elettorato socialista. Eppure, col passare delle settimane la sua candidatura è diventata via via più debole, passando rapidamente dai sogni di rimonta alla lotta di sopravvivenza. Con ogni probabilità, quest’anno succederà (a parti invertite) quello che accadde tra gli anni ’70 e ’80, quando il partito socialista superò quello comunista.
A questo punto, però, entrano in gioco i meriti di Mélenchon.

Un populista di sinistra?

Guardando qualche spezzone del primo dei dibattiti presidenziali mi fu subito abbastanza chiaro che Mélenchon aveva una capacità di bucare lo schermo ben superiore a quella di Hamon. Forse, superiore a quella di tutti e 5 i partecipanti. I contenuti erano espressi chiaramente ed erano ben riconoscibili da quelli di tutti gli altri candidati. L’ironia naturale e il senso dell’umorismo elegante lo rendevano inoltre mai noioso o banale (persino i suoi avversari si sono trovati più volte a ridere delle sue battute) e “mascheravano” anche le proposte più radicali, rendendolo digeribile anche a un pubblico ben più vasto di quello dei fedelissimi.

Ebbi questa sensazione abbastanza istintivamente, ma in effetti nelle settimane successive in molti segnaleranno che quel dibattito è stato un punto di svolta importante della campagna di Mélenchon. Hamon, dal canto suo, fu decisamente poco incisivo. Senza mai inspiegabilmente quasi nominare la proposta che gli aveva fatto vincere le primarie (il reddito universale) si trovò scavalcato a sinistra da Mélenchon e a destra da un Macron nemmeno troppo brillante.

È dunque innanzitutto sul piano della comunicazione che si è consumato il sorpasso. Il sessantacinquenne Mélenchon si è dimostrato sorprendentemente abile a sfruttare non solo lo strumento televisivo, ma anche i social media. Sia su Facebook che su Twitter, per esempio, surclassa tutti gli altri candidati tranne Marine Le Pen, che però gode ormai da anni di una ribalta internazionale. Una chicca poi di questa campagna elettorale sono stati i suoi comizi “in differita” con ologrammi che – proiettati in punti diversi del territorio nazionale – gli consentivano di tenere più comizi (lunghissimi e recitati a braccio come quelli di Fidel Castro) contemporaneamente. Un esperimento che ha decisamente funzionato.

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Mélenchon in versione ologramma. Personalmente mi inquieta un po’. Fonte: Le Monde.

La comunicazione brillante e la capacità di parlare a un pubblico ben più vasto di quello tradizionale della Gauche hanno consentito al candidato di dare una ventata di freschezza a punti programmatici che – a guardarli bene – tanto nuovi non sono. Tra i suoi cavalli di battaglia la promessa di una profonda riforma del sistema francese, per porre fine a quella che lui chiama “monarchia presidenziale”. Nei riguardi dell’Europa, propone una ridiscussione radicale dei trattati con la minaccia dell’uscita della Francia dall’Unione nel caso questa non avvenisse, nella convinzione che il peso della Francia (che non è la Grecia, per dire) gli consentirà di avere un vantaggio decisivo sul tavolo delle trattative.

Grande enfasi, in tutto il suo messaggio, è posta sul popolo, e sulla necessità di restituirgli potere. Per questo, in molti lo definiscono “populista”. Va bene, è una parola che va molto di moda e che si applica un po’ a chiunque e in modo spesso strumentale. Nel messaggio di Mélenchon, tuttavia, la matrice populista è piuttosto evidente, e questo lo rende un caso piuttosto particolare, visto che il populismo è un concetto più spesso accostato alla destra. Una matrice che, inoltre, un po’ paradossalmente lo distingue dalla sinistra tradizionale, che non parlava mai di popolo ma di classe. Del programma di Mélenchon non si gioverebbero solo i poveri o gli operai, ma tutti, dice lui. Un tentativo di farsi “pigliatutto” piuttosto evidente nel video che presenta in sintesi il suo programma. Il titolo? La force du peuple, che è pure lo slogan della campagna, nonché hashtag fisso su Twitter.

Mélenchon rappresenta allora una svolta populista della sinistra francese? E magari un domani questa svolta dalla Francia si estenderà ad altri paesi europei? Forse. Non si può escludere che sia così, ma nemmeno che i socialisti, una volta esaurita l’onda lunga del fallimento Hollande, non si riconquistino il proprio ruolo. E non è neppure da escludere che la fortuna della France Insoumise, in realtà, non sia solo prodotto del carisma del proprio uomo-immagine. Quel che è certo, però, è che questa attitudine di Mélenchon non è una novità, né una posa assunta in campagna elettorale. Circa due anni fa, così scriveva sul suo conto il politologo Marco Tarchi, in Italia populista:

C’è chi, come Pierre Birnbaum, vede in atto una metamorfosi del populismo, o un suo ritorno alla collocazione originaria, concretizzatasi nel Front de gauche, il cui segretario, Jean-Luc Mélenchon, dopo aver sostenuto di svolgere un discorso politico che contrappone il popolo alle oligarchie e sostenuto una campagna contro il “muro del denaro” eretto dai banchieri e le costrizioni imposte dal Trattato di Lisbona in nome di un popolo omogeneo fatto di cittadini innocenti e virtuosi, ha ammesso di non avere la benché minima voglia di difendersi dall’accusa di populismo e, dichiarando di essere disgustato dalla élite, prima ha aggiunto: “Che se ne vadano tutti! Populista io? Lo accetto”, e poi ha addirittura proposto di sostituire il popolo al proletariato come soggetto della dinamica storica di segno progressista, ammettendo di essere consapevole dello scandalo che questa sua affermazione avrebbe provocato a sinistra, ma nel contempo assicurando di non procurarsene affatto.

Non a caso, diverse cronache riportano di rapporti non idilliaci tra Mélenchon e la sua France Insoumise e alcune anime del partito comunista francese. La storia, d’altronde, un po’ va a cicli, ma difficilmente si ripresenta sempre identica a sé stessa.

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Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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