Contro il vincolo di mandato

L’introduzione del mandato imperativo costituirebbe nientemeno che una svolta autoritaria, in cui a decidere sono i capi dei partiti e non i parlamentari. Meglio Scilipoti.

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L’introduzione del vincolo di mandato – o mandato imperativo – fa parte del programma di quello che i sondaggi indicano come probabile primo partito italiano (il Movimento Cinque Stelle) e la probabile prima coalizione, il centrodestra formato da Forza Italia, Lega e Fratelli D’Italia. Due forze che, sommate, hanno più di una possibilità di raggiungere quella maggioranza dei due terzi necessaria per modificare l’articolo 67 della Costituzione senza dover sottoporre la misura a referendum popolare. L’articolo recita così:

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Quello che può sembrare un formalismo è in realtà uno dei principi su cui si fonda l’idea di democrazia liberale, a maggior ragione nei sistemi di tipo parlamentare. Ovvero la libertà di voto del singolo parlamentare, eletto, in teoria, in rappresentanza dell’intera nazione e non in quanto membro di un partito.

La questione dei voltagabbana

Chi è favorevole all’introduzione del vincolo dice che sarebbe il modo per porre fine ai cambiamenti di casacca a legislatura in corso, che costituirebbero un tradimento dell’elettorato che ha votato i propri rappresentanti per realizzare un certo programma. Il capo politico del M5s Luigi Di Maio, nel video in cui invita gli altri partiti a convergere sulla proposta di modifica, ci informa che nella scorsa legislatura i voltagabbana sarebbero stati 675 tra Camera e Senato. Un record e di sicuro non un bello spettacolo. Nella proposta del Movimento, chi dovesse non trovarsi più in linea con il proprio partito dovrebbe semplicemente tornarsene a casa.

Istintivamente può venir da dargli ragione. È comprensibile. Troppe volte abbiamo assistito a cambi di campo in cui l’unico ad avere dei vantaggi visibili era il parlamentare migrante, magari premiato con un posto nel governo o in un listino bloccato per la tornata elettorale successiva. La voglia di porre fine a tutto ciò è forte. Ma il vincolo di mandato rappresenterebbe una svolta autoritaria nel nostro sistema democratico. Renderebbe illegale il dissenso verso i capi dei partiti e consegnerebbe a questi il controllo completo dell’attività del Parlamento. Che perderebbe così una parte della propria sovranità.

Senza contare, poi, che il concetto di fedeltà è relativo. Un esempio concreto. L’ex Pd Giuseppe Civati, prima di uscire dalla formazione con cui era stato eletto, ha votato più volte in dissenso con il proprio gruppo parlamentare, giustificando la propria scelta con il tradimento da parte del proprio partito del programma originario. Chi ce lo dice se aveva ragione Civati o il Pd a guida Renzi? Per come funziona il sistema adesso, Civati è rimasto libero di svolgere la funzione per cui è stato eletto, passando poi formalmente all’opposizione. Se il sistema funzionasse come vorrebbero Di Maio e Berlusconi, Civati sarebbe andato a casa oppure si sarebbe piegato alla leadership del Pd, rinforzando la maggioranza renziana e auto-censurando il proprio dissenso. Per par condicio, dall’altra parte considerazioni simili si possono fare con la vicenda Fini-Berlusconi di qualche anno fa.

La fedeltà si intenderebbe poi rivolta al programma dei partiti con cui i singoli parlamentari vengono eletti. Ma il Parlamento, nei 5 anni che formano la legislatura, non viene chiamato ad esprimersi solo sui programmi dei partiti. Capita anche spesso di votare su questioni che si presentano improvvise, e per questo motivo spesso anche più urgenti. Che si fa, in questo caso? Con il vincolo di mandato a decidere sarebbero di fatto i capi dei partiti. Trovo abbastanza ironico che a proporlo sia una forza politica nata anche contro lo strapotere dei partiti tradizionali.

Chi sostiene la democrazia rappresentativa di tipo liberale dovrebbe cominciare a dire ad alta voce che gli Scilipoti sono un rischio più accettabile di un parlamento in cui è vietato esprimere il proprio dissenso rispetto alla linea del partito.

Un silenzio assordante

E invece nessuno parla ad alta voce. Il Partito Democratico è terrorizzato dai sondaggi, e non osa dire nulla che percepisca come impopolare. Anche da Liberi e Uguali, che pure è una forza politica nata in buona parte da una scissione parlamentare, non mi è parso di sentire nette condanne alla proposta del centrodestra e del Movimento Cinque Stelle. E tacciono anche gli autorevoli costituzionalisti che in passato tante volte si sono espressi a difesa della Carta.

Secondo me, invece, sarebbe giusto che chi è contrario all’introduzione del vincolo di mandato inizi a parlare, togliendo l’esclusiva del dibattito a chi è favorevole all’introduzione, facendola passare per una battaglia contro i voltagabbana. Altrimenti non troveremo più nessuno disposto a sostenere la libertà di voto ed espressione dei parlamentari.

Autore: Luca Lottero

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova, studio per diventare giornalista. Lettore accanito di libri e giornali di carta o digitali, seguo la politica senza farne questione di vita o di morte. Mi interesso anche di calcio e musica.

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