Le fake news sono un pericolo per la democrazia?

Venerdì scorso ho partecipato a un seminario all’Università di Genova, intitolato “Understanding disinformation: strumenti e tecniche per il giornalismo”. Ospite d’onore Maksymilian Czuperski, giovane direttore di un centro di ricerca dell’Atlantic Council specializzato in caccia alle fake news. Se cercate il suo nome su Google capirete presto che non si tratta dell’ultimo arrivato. Ci ha parlato dell’effetto deleterio della disinformazione per le democrazie occidentali, delle campagne russe in Ucraina e in Siria e di cosa potrebbero fare i giornalisti al riguardo. Sull’incontro ho scritto un articolo per l’agenzia di stampa Aba News, di cui riporto qui le prime righe e il link per accedere alla lettura integrale:

«Usando i social media e le informazioni pubblicate in rete possiamo ricostruire crimini di guerra». Da un personaggio come Maksymilian Czuperski, giovane direttore del Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council di Washington, uno dei massimi esperti di disinformazione, che uno immagina come le spie dei film di Hollywood, parole così semplici fanno alzare il sopracciglio. E non solo perché Czuperski – 30 anni, polacco cresciuto in Austria, trapiantato negli Usa ed europeista convinto – è conosciuto come un implacabile cacciatore di fake news e troll in Rete, che considera un vero e proprio pericolo per la democrazia, protagonisti della disinformazione, pratica antica quanto il potere. Ma anche perché davvero nel lavoro quotidiano del Digital Forensic Research Lab che Czuperski dirige, sono paradossalmente proprio i social media e le informazioni pubblicate dagli utenti l’arma più efficace per smascherare i tentativi di rovesciamento della realtà da parte, ad esempio, di uno Stato coinvolto in un conflitto.

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Merkel ha vinto le elezioni ma sembra le abbia perse

Il problema di quando tutti sanno già che vincerai è che poi, se non stravinci, sembra quasi tu abbia perso. Ci dicevamo da mesi che Angela Merkel avrebbe vinto le elezioni federali tedesche, ed è successo. Era anche abbastanza scontato che il partito Alternativa per la Germania (di estrema destra, fascista, nazista, populista, scegliete la definizione che più vi aggrada) sarebbe entrato per la prima volta in parlamento, ed è successo. Previsto anche il calo vistoso dei socialisti di Martin Schulz. I sondaggi, insomma, questa volta ci avevano preso (guardare qui).

Eppure, il risultato del voto è stato accolto con una inspiegabile dose di sorpresa. Come se la cosiddetta “crisi dei partiti tradizionali” fosse qualcosa di nuovo, come se il nazional-populismo-fascismo o quello che è fosse spuntato all’improvviso domenica sera e non avesse già ottenuto risultati più che lusinghieri alle elezioni locali dell’anno scorso, dimostrando ampiamente di saper riempire i seggi, oltre che le piazze.

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Il “caso” Giuseppina Ghersi ci dice qualcosa su come oggi formiamo le nostre opinioni

Una necessaria premessa: non sarò mai neutrale nello scrivere di resistenza. Per quel che mi riguarda, i partigiani avevano ragione e i fascisti torto, e questo è quanto. Credo però anche che la Resistenza italiana sia stata, tra le altre cose, una guerra civile e la guerra sia una cosa capace di tirare fuori il peggio delle persone. Per questo, sono pronto a riconoscere (come del resto fa anche l’Anpi) che in singoli casi le bande di partigiani abbiano commesso delle nefandezze, soprattutto a conflitto finito, senza che il mio giudizio sulla Resistenza e sui valori che rappresenta cambi di una virgola.

Su una (presunta) malefatta dei partigiani si è tornati a parlare recentemente, quando il comune di Noli, provincia di Savona, in Liguria, ha proposto di dedicare una targa a Giuseppina Ghersi, una ragazzina di 13 uccisa nel 1945. La proposta, avanzata dal consigliere comunale Enrico Pollero (radici familiari nella resistenza e tessera di Forza Nuova in tasca) ha incontrato l’opposizione della sezione Anpi di Savona, per bocca del segretario Samuele Rago. Da qui è nato un piccolo caso mediatico, con polemiche furibonde nei confronti dell’associazione dei partigiani, rea, in sostanza, di giustificare l’assassinio e lo stupro di una ragazzina.

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Possiamo essere liberi di odiare? Divagazioni sul caso Facci

Il 28 luglio 2016 Filippo Facci scriveva su Libero un articolo brutto, insensato e cattivo in cui rivendicava il proprio diritto a “odiare” l’islam. Ma non il terrorismo islamista o l’islam radicale, proprio tutti gli islamici in quanto tale, e nella fattispecie

tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura, le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare

Per queste sue parole, il giornalista si è beccato un esposto da una collega, e quasi un anno dopo l’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha ritenuto di punirlo con la sospensione di due mesi dalla professione e dallo stipendio.

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La psicosi è tutta dei media

La parola d’ordine è psicosi da terrorismo e la prova sarebbe la calca di sabato sera in Piazza San Carlo a Torino, in cui sono rimaste ferite 1500 persone di cui 3 in modo grave. La folla stava guardando la finale di Champions League su un maxischermo, quando un falso allarme ha generato un fuggi fuggi generale che ha travolto numerose persone, calpestate e ferite dai molti pezzi di vetro a terra. Non è ancora chiaro cosa abbia causato il caos. Le ipotesi più accreditate sono l’esplosione di alcuni petardi o qualcuno che avrebbe urlato “bomba”.

Secondo molti commentatori, questi fatti sarebbero la prova della vittoria dei terroristi islamici, che con gli attacchi degli ultimi anni ci avrebbero reso più fragili e spaventati. E via di psicosi, parola che oggi ritorna su molte prime pagine dei principali quotidiani nazionali.

Dalle pagine di questo blog vorrei semplicemente sollevare un dubbio, senza la pretesa di dare una risposta definitiva: siamo proprio sicuri che sia così? Voglio dire. Prima dell’11 settembre 2001 (data che segna l’ingresso prepotente del terrorismo islamico nelle nostre vite di occidentali) non è mai successo che un falso allarme abbia provocato reazioni spropositate, con magari una scia di feriti o addirittura di morti? E cosa ci sarebbe di diverso dai casi di allora e quello di sabato sera?

In fondo, la notizia degli incidenti di Torino può essere data senza nemmeno citare il terrorismo islamico, senza che per questo la cronaca ne risulti meno completa. Quella della “psicosi” è una ricostruzione dei media venduta come un dato di fatto. In un certo senso, una profezia che si autoadempie. Se vi fate un giro tra le testimonianze di chi è uscito da quell’inferno, non sentirete nessuno dire “pensavo fosse un attentato terroristico”.

Certo, sarebbe ipocrita dire che i fatti degli ultimi anni ci abbiano lasciato indifferenti. Dopo ogni attacco, qualcuno inizia a pensare che sia meglio evitare le manifestazioni affollate, i concerti o lo stadio. E questo, sicuramente, è terribile. Ma quando l’intero sistema mediatico di un Paese non perde occasione per parlare di terrorismo islamico anche quando non c’entra nulla, beh, è li che si può davvero parlare di psicosi.

L’invasione delle newsletter

In principio fu Francesco Costa, con la sua newsletter sulle elezioni presidenziali statunitensi. Era l’autunno del 2015, Donald Trump era ancora un candidato un po’ eccentrico alle primarie del Partito Repubblicano e nel mio navigare online incappavo nell’invito a iscrivermi. Ogni sabato avrei ricevuto sulla mia casella di posta elettronica un riassunto della settimana di campagna elettorale, con le notizie più importanti e tutti gli approfondimenti del caso. Mi chiesi “perché no?” (l’argomento mi interessava molto) e un secondo dopo cliccai. In fondo non mi costava nulla.

A distanza di ormai un anno e mezzo, posso dire che quel click è stata forse la scelta migliore della mia vita online. Continua a leggere “L’invasione delle newsletter”

Donald Trump, ovvero la dittatura dei media?

Nella sua opera più famosa, “La Democrazia in America”, Alexis de Tocqueville esprimeva la propria preoccupazione sulla possibile nascita di una sorta di dittatura della maggioranza o, per dirla in altri termini, dell’opinione pubblica, negli Stati Uniti e poi in Europa. Fonte della sua preoccupazione era lo stesso sistema democratico americano, che poneva i cittadini in una condizione di parità delle condizioni per l’epoca completamente inedita. Basti pensare che in Europa ancora si parlava quasi ovunque di Nobiltà e Clero, del tutto inesistenti nel nuovo mondo. Tocqueville (che era francese) temeva che, dipendendo dal voto di uomini sostanzialmente tutti uguali tra di loro, i governanti americani si sarebbero ben presto trovati schiavi della maggioranza che li aveva eletti, costretti ad assecondarne ogni irragionevole e repentino cambio di opinione.

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Londra, San Pietroburgo, Idlib. Ci siamo (già) abituati al terrore?

Alla fine è successo, anche se più velocemente di quanto pensassi. Ci siamo abituati al terrore. Alla morte, che ha le forme di un auto che si lancia su una folla, di una bomba che esplode in una metropolitana, di gas letali ripudiati persino dalla logica della guerra. È tutto normale. Le notizie scorrono alla televisione, vengono condivise sui social network e conquistano per un giorno le prime pagine dei quotidiani. Poi scivolano, semplicemente.

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Dijsselbloem, Poletti e le virtù del silenzio

Jeroen Dijsselbloem e Giuliano Poletti hanno in comune il fatto di essere recentemente finiti per qualche ora “nella bufera”, come amano dire i giornali. Galeotti furono, per entrambi, sostanzialmente due scivoloni verbali. Evitabili, ineleganti, ma anche gonfiati ad arte, rimasticati e sputati nella forma desiderata nel calderone del web, che per tutto si indigna, tutto velocemente diffonde e tutto altrettanto velocemente dimentica.

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Una piccola critica alla geopolitica

Nei giorni scorsi a Genova c’è stato il quarto festival di Limes, la più nota rivista di geopolitica italiana. Titolo della rassegna era Chi comanda il mondo e fortunatamente ho avuto tempo e modo di assistere ad alcuni degli eventi in programma. Quasi superfluo dire che tutti gli interventi, tenuti da esperti, studiosi o persone che per lavoro hanno avuto a che fare direttamente con la materia trattata sono stati interessanti, stimolanti e arricchenti. Tuttavia, c’è una piccola riflessione che si lega nel caso particolare a una delle tavole rotonde a cui ho assistito, ma che credo si possa applicare a tutto il metodo della geopolitica, o almeno a come l’ho inteso io. Ma andiamo con ordine.

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