Le fake news sono un pericolo per la democrazia?

Venerdì scorso ho partecipato a un seminario all’Università di Genova, intitolato “Understanding disinformation: strumenti e tecniche per il giornalismo”. Ospite d’onore Maksymilian Czuperski, giovane direttore di un centro di ricerca dell’Atlantic Council specializzato in caccia alle fake news. Se cercate il suo nome su Google capirete presto che non si tratta dell’ultimo arrivato. Ci ha parlato dell’effetto deleterio della disinformazione per le democrazie occidentali, delle campagne russe in Ucraina e in Siria e di cosa potrebbero fare i giornalisti al riguardo. Sull’incontro ho scritto un articolo per l’agenzia di stampa Aba News, di cui riporto qui le prime righe e il link per accedere alla lettura integrale:

«Usando i social media e le informazioni pubblicate in rete possiamo ricostruire crimini di guerra». Da un personaggio come Maksymilian Czuperski, giovane direttore del Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council di Washington, uno dei massimi esperti di disinformazione, che uno immagina come le spie dei film di Hollywood, parole così semplici fanno alzare il sopracciglio. E non solo perché Czuperski – 30 anni, polacco cresciuto in Austria, trapiantato negli Usa ed europeista convinto – è conosciuto come un implacabile cacciatore di fake news e troll in Rete, che considera un vero e proprio pericolo per la democrazia, protagonisti della disinformazione, pratica antica quanto il potere. Ma anche perché davvero nel lavoro quotidiano del Digital Forensic Research Lab che Czuperski dirige, sono paradossalmente proprio i social media e le informazioni pubblicate dagli utenti l’arma più efficace per smascherare i tentativi di rovesciamento della realtà da parte, ad esempio, di uno Stato coinvolto in un conflitto.

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I Malavoglia e la globalizzazione 

Recentemente mi è ricapitato tra le mani “I Malavoglia” di Giovanni Verga. Capolavoro della letteratura italiana ma anche, soprattutto, scoglio notevole sul percorso degli studenti medi e liceali da diverse generazioni.
Ho voluto rileggerlo, per vedere se con gli anni fosse arrivata la capacità di apprezzare maggiormente l’opera di quanto (non) avessi fatto a 14-16 anni. La risposta è ni, ma mi ha colpito molto la breve prefazione dell’autore.

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Guerra civile nel Partito repubblicano?

Il Partito repubblicano e il Partito democratico statunitense esistono rispettivamente dal 1854 e dal 1828. Forse non esiste al mondo sistema politico più stabile di quello americano, con sempre gli stessi due partiti al centro della scena, disturbati solo occasionalmente da terzi incomodi che mai sono riusciti a sopravvivere per più di una o due tornate elettorali. Tuttavia, il fatto che i nomi non siano mai cambiati non significa che i due partiti siano rimasti sempre uguali a loro stessi. Prendiamo il caso del Partito democratico. Ai tempi della guerra civile era il partito degli schiavisti, votato soprattutto negli stati del sud. Ancora negli anni ’60, i democratici del sud si opposero violentemente al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, con il governatore dell’Alabama George Wallace che proclamava “segregazione oggi, segregazione domani, segregazione per sempre”. L’approvazione del Civil Rights Act del 1964 da parte del presidente democratico (e del sud, per giunta) Lyndon Johnson segnò un punto di svolta. Il sud passò da blu (colore dei dems) a rosso (quello dei repubblicani). I democrats persero progressivamente la base conservatrice per diventare partito quasi egemone tra le minoranze etniche, fino all’elezione, nel 2008, del primo presidente afroamericano.

Tutto questo per dire che, oggi, potrebbe essere l’altro protagonista tradizionale della politica d’oltreoceano, il Partito repubblicano, a trovarsi in un momento di passaggio, al termine del quale potrebbe uscire profondamente cambiato rispetto a com’era prima. E se state pensando a Trump, no, la cosa è un po’ più complessa di così.

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Merkel ha vinto le elezioni ma sembra le abbia perse

Il problema di quando tutti sanno già che vincerai è che poi, se non stravinci, sembra quasi tu abbia perso. Ci dicevamo da mesi che Angela Merkel avrebbe vinto le elezioni federali tedesche, ed è successo. Era anche abbastanza scontato che il partito Alternativa per la Germania (di estrema destra, fascista, nazista, populista, scegliete la definizione che più vi aggrada) sarebbe entrato per la prima volta in parlamento, ed è successo. Previsto anche il calo vistoso dei socialisti di Martin Schulz. I sondaggi, insomma, questa volta ci avevano preso (guardare qui).

Eppure, il risultato del voto è stato accolto con una inspiegabile dose di sorpresa. Come se la cosiddetta “crisi dei partiti tradizionali” fosse qualcosa di nuovo, come se il nazional-populismo-fascismo o quello che è fosse spuntato all’improvviso domenica sera e non avesse già ottenuto risultati più che lusinghieri alle elezioni locali dell’anno scorso, dimostrando ampiamente di saper riempire i seggi, oltre che le piazze.

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Il “caso” Giuseppina Ghersi ci dice qualcosa su come oggi formiamo le nostre opinioni

Una necessaria premessa: non sarò mai neutrale nello scrivere di resistenza. Per quel che mi riguarda, i partigiani avevano ragione e i fascisti torto, e questo è quanto. Credo però anche che la Resistenza italiana sia stata, tra le altre cose, una guerra civile e la guerra sia una cosa capace di tirare fuori il peggio delle persone. Per questo, sono pronto a riconoscere (come del resto fa anche l’Anpi) che in singoli casi le bande di partigiani abbiano commesso delle nefandezze, soprattutto a conflitto finito, senza che il mio giudizio sulla Resistenza e sui valori che rappresenta cambi di una virgola.

Su una (presunta) malefatta dei partigiani si è tornati a parlare recentemente, quando il comune di Noli, provincia di Savona, in Liguria, ha proposto di dedicare una targa a Giuseppina Ghersi, una ragazzina di 13 uccisa nel 1945. La proposta, avanzata dal consigliere comunale Enrico Pollero (radici familiari nella resistenza e tessera di Forza Nuova in tasca) ha incontrato l’opposizione della sezione Anpi di Savona, per bocca del segretario Samuele Rago. Da qui è nato un piccolo caso mediatico, con polemiche furibonde nei confronti dell’associazione dei partigiani, rea, in sostanza, di giustificare l’assassinio e lo stupro di una ragazzina.

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Charlottesville e il nazismo strisciante: una proposta di lettura

In un surreale mondo in cui Donald Trump è presidente degli Stati Uniti, può essere che la fantasia arrivi dove non possono studio e analisi. E allora, per provare a riflettere su quanto avvenuto a Charlottesville qualche giorno fa, più che un manuale di storia mi sentirei di proporre un libro che mi è capitato di leggere recentemente: Il complotto contro l’America, di Philip Roth. Un romanzo di fantapolitica, per l’appunto.

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A casa loro

“Aiutiamoli a casa loro” è una di quelle espressioni che mette tutti d’accordo. Perché rassicura e pulisce le coscienze. “Aiutiamoli” richiama al gesto nobile dell’aiuto ci fa sentire, nonostante tutto, delle brave persone, mentre “a casa loro” vuol dire ehi, tranquilli, sono cose che succedono ben lontano da noi, che ci toccano relativamente.

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Gianni Crivello ha fatto una brutta campagna elettorale

Ci sarebbe da chiedersi, visti i risultati delle amministrative di ieri, se sul risultato di Genova abbia pesato maggiormente la dinamica nazionale evidentemente ostile al centrosinistra in questo momento storico o la disaffezione verso una coalizione di potere che governava la città da 30 anni. La risposta giusta probabilmente è entrambi, perché ribaltamenti del genere non avvengono mai per una causa sola. Si, è stato un ribaltamento per cui l’aggettivo “storico” non è sprecato. Genova non è un Comune in cui destra e sinistra sono abituati a passarsi la palla, ma fino a ieri è stato affare privato di una parte sola. Un feudo, una roccaforte rossa per usare un linguaggio giornalistico. Dal 1975 a Palazzo Tursi regnava la sinistra, in tutte le forme che si sono alternate negli anni.

La vittoria di Marco Bucci è stata dunque si una vittoria storica, ma non un improvviso acquazzone primaverile che ci ha colto di sorpresa. I segnali di cedimento della controparte erano evidenti già da un po’.

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5 pillole sul primo turno delle elezioni amministrative a Genova. Ovvero, dell’importanza del radicamento territoriale

1 – Come sempre accade in questi casi, si sta molto discutendo su chi abbia vinto e chi perso le elezioni comunali. Da Genova faccio umilmente notare che i 4 partiti considerati più importanti in Italia, quelli che dovevano fare insieme la legge elettorale (Pd, M5s, Lega e Forza Italia), sommati hanno preso il 58,78% dei voti espressi (espressi, tra l’altro, da meno della metà degli aventi diritto). Insomma, non proprio un’egemonia.

2 – Vero anche è che a livello locale le logiche sono diverse. Molta importanza hanno i singoli candidati alla poltrona di sindaco, che tra l’altro (a differenza del presidente del Consiglio) vengono eletti direttamente e spesso compensano la scarsa popolarità dei partiti “ufficiali” che li sostengono. A riprova di ciò, l’ottimo risultato delle due liste civiche direttamente collegate ai candidati ora al ballottaggio (Bucci e Crivello), che hanno chiuso a più del 9% e sono state capaci capaci di raccogliere più di 20 mila preferenze ciascuna. Entrambe le liste sono arrivate seconde nei rispettivi schieramenti, dietro solo a Lega Nord e Partito Democratico.

3 – L’importanza dei singoli si riflette, ovviamente, anche nella scelta dei consiglieri, che a livello di Municipio e Comune vengono eletti con le preferenze, a differenza di quanto attualmente accade a livello nazionale. Questo richiede ai partiti e alle liste di scegliere persone radicate sul territorio, conosciute e che ci mettono la faccia. Inoltre – soprattutto a livello municipale – porta a scelte che si basano anche su fattori come la fiducia e la conoscenza individuale, mentre a livello nazionale si sceglie soprattutto uno schieramento.

4 –  Per il punto di cui sopra, sembrerebbe che al momento il partito maggiormente radicato a Genova resti comunque il Pd. Guardate i dati sulle preferenze ai singoli consiglieri comunali e vedrete che è così. Certo, il partito in questione è in questo avvantaggiato per aver amministrato la città ininterrottamente da quando esiste l’elezione diretta del sindaco (1993) e anche prima. In caso di vittoria (non improbabile) di Bucci c’è da aspettarsi che si crei specularmente una “classe dirigente” locale di destra, fino ad oggi di fatto inesistente.

5 – Per lo stesso motivo è quasi inevitabile che a risultarne sfavorito fosse il Movimento Cinque Stelle. L’essere facce completamente nuove può aiutare quando i partiti intorno a te sono in completa decomposizione (vedi Roma) ma è un ostacolo dove, come a Genova, i partiti ancora reggono (anche se magari meno di una volta). Inoltre, qui a Genova, il candidato M5s del 2012 Paolo Putti ha già da un po’ lasciato la casa madre e si è candidato con un’altra lista, privando la banda a cinque stelle dell’unico volto davvero riconoscibile a livello locale. Un po’ un caso Parma in scala ridotta. Ah si, poi c’è stato anche il caso Cassimatis. A livello nazionale, però, è un’altra storia.

La psicosi è tutta dei media

La parola d’ordine è psicosi da terrorismo e la prova sarebbe la calca di sabato sera in Piazza San Carlo a Torino, in cui sono rimaste ferite 1500 persone di cui 3 in modo grave. La folla stava guardando la finale di Champions League su un maxischermo, quando un falso allarme ha generato un fuggi fuggi generale che ha travolto numerose persone, calpestate e ferite dai molti pezzi di vetro a terra. Non è ancora chiaro cosa abbia causato il caos. Le ipotesi più accreditate sono l’esplosione di alcuni petardi o qualcuno che avrebbe urlato “bomba”.

Secondo molti commentatori, questi fatti sarebbero la prova della vittoria dei terroristi islamici, che con gli attacchi degli ultimi anni ci avrebbero reso più fragili e spaventati. E via di psicosi, parola che oggi ritorna su molte prime pagine dei principali quotidiani nazionali.

Dalle pagine di questo blog vorrei semplicemente sollevare un dubbio, senza la pretesa di dare una risposta definitiva: siamo proprio sicuri che sia così? Voglio dire. Prima dell’11 settembre 2001 (data che segna l’ingresso prepotente del terrorismo islamico nelle nostre vite di occidentali) non è mai successo che un falso allarme abbia provocato reazioni spropositate, con magari una scia di feriti o addirittura di morti? E cosa ci sarebbe di diverso dai casi di allora e quello di sabato sera?

In fondo, la notizia degli incidenti di Torino può essere data senza nemmeno citare il terrorismo islamico, senza che per questo la cronaca ne risulti meno completa. Quella della “psicosi” è una ricostruzione dei media venduta come un dato di fatto. In un certo senso, una profezia che si autoadempie. Se vi fate un giro tra le testimonianze di chi è uscito da quell’inferno, non sentirete nessuno dire “pensavo fosse un attentato terroristico”.

Certo, sarebbe ipocrita dire che i fatti degli ultimi anni ci abbiano lasciato indifferenti. Dopo ogni attacco, qualcuno inizia a pensare che sia meglio evitare le manifestazioni affollate, i concerti o lo stadio. E questo, sicuramente, è terribile. Ma quando l’intero sistema mediatico di un Paese non perde occasione per parlare di terrorismo islamico anche quando non c’entra nulla, beh, è li che si può davvero parlare di psicosi.