Sicuri che i partiti siano inutili?

C’erano una volta i partiti politici, che si candidavano per guidare un Comune, una Regione o un Paese e per fare questo indicavano delle persone, decidendo in modo del tutto arbitrario chi si e chi no. Poi è arrivato chi ha promesso di fare le cose in modo diverso: un non-partito, perché il partito è una cosa sporca.

Continue reading “Sicuri che i partiti siano inutili?”

L’analfabetismo funzionale nasce a scuola?

Ormai lo sappiamo, l’Italia è terra di sole, mare e analfabetismo funzionale. Vi sarà capitato di leggerlo su qualche link condiviso su Facebook dall’amico un po’ intellettualoide: una buona percentuale di italiani è in grado di leggere un testo, ma non di comprenderlo realmente. Secondo l’Ocse sono così il 50% dei nostri concittadini adulti, secondo altri il 70% e secondo altri ancora il 30%. Seguono, in genere, considerazioni allarmate su dove andremo finire, sull’effettiva capacità di questi individui di essere soggetti effettivamente inseriti nella società (in una parola: cittadini), sul destino della democrazia e sul ruolo distruttivo di internet.

Continue reading “L’analfabetismo funzionale nasce a scuola?”

Tullio e le abitudini

A scanso di equivoci: non sono un profondo conoscitore di Tullio De Mauro,
della sua vita e delle sue opere. E non fingerò di esserlo.

Sono però abbonato a Internazionale,
rivista che conosco e leggo da un po’.

Ogni settimana la rubrica del professore occupava poche righe,
tra le ultime pagine.
Non ci facevo nemmeno più caso, come non si fa caso
alle abitudini radicate,
che diventano un tutt’uno
con il proprio vivere
e (in questo caso)
il proprio leggere.

Però non l’ho mai saltata,
la rubrica di Tullio De Mauro, che si intitolava “Scuole”.
Perché ogni volta mi insegnava qualcosa
che prima di leggere non sapevo.
Che poi dovrebbe essere sempre così, quando si legge,
bisognerebbe sempre imparare qualcosa
che prima non si sapeva.
Sappiamo che non sempre succede.
Con lui, però, si.
Mancherà.

Referendum costituzionale, dove (e come) informarsi

In un momento in cui tutti, tutti, tutti dicono la propria sul referendum costituzionale di domenica prossima, ho pensato che il miglior servizio che potessi offrire ai lettori di questo blog non fosse tanto la mia opinione finale e definitiva (a saperla poi), quanto la condivisione degli strumenti che per me sono stati utili per orientarmi in questa materia così ostica.

Continue reading “Referendum costituzionale, dove (e come) informarsi”

La peggior campagna di sempre

Ora come ora, stanno tutti mentendo. Non è vero che chi vota Si al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre vota per porre fine alla democrazia parlamentare in Italia, non è vero che chi vota No è un inguaribile corvo del malaugurio che vuole che nel nostro Paese non cambi mai più niente. Se dovesse vincere il Si, il 5 dicembre non sarà il giorno 1 di una nuova dittatura renziana con il Pd partito unico del regime, se dovesse vincere il No non assisteremo a terremoti geopolitici in stile Brexit o Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Nulla di tutto questo è vero, ma è quello che ci dicono. Ogni giorno. In tv, su internet, sui giornali, nelle piazze, nelle direzioni di partito. In continuazione. Più o meno esplicitamente.

Continue reading “La peggior campagna di sempre”

Cursus honorum

Nell’età della Roma repubblicana (e anche all’inizio di quella imperiale) vigeva il cursus honorum. In pratica, per chiunque si occupasse della res publica c’era un percorso a tappe obbligate da seguire. Uno non poteva fare il pretore se non aveva fatto prima il console, non poteva fare il tribuno della plebe se prima non aveva fatto il pretore e così via, in ordine crescente di importanza.

Era un sistema forse troppo rigido.
Ma almeno si poteva essere ragionevolmente certi che chi aveva una carica importante avesse maturato un qualche tipo di esperienza precedente.
Ecco, forse recuperare qualcosa del concetto di cursus honorum o della più prosaica gavetta non sarebbe male. Ricominciare a pensare che occuparsi della cosa pubblica sia complesso, e richieda qualcosa in più di abbondanti dosi di buona volontà.
E che fare politica per tanti anni voglia dire fare esperienza e maturare conoscenze utili e non sia necessariamente una vergogna.

Altrimenti finisce che ognuno penserebbe di poter fare facilmente qualsiasi cosa.
Persino il sindaco di una grande città.
Persino.

La lobby dei vocabolari

Lobby = demonio.

A furia di sentircelo ripetere, giorno dopo giorno, ora dopo ora, abbiamo finito per crederci. Le lobby sono il Male, e chiunque abbia a che fare con loro è un delinquente. Nasce così, da un malinteso linguistico, il primo vero scivolone mediatico di Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera da poco trentenne, volto istituzionale del Movimento Cinque Stelle e da molti ipotizzato futuro candidato alla Presidenza del Consiglio.

Che è successo?

Continue reading “La lobby dei vocabolari”

Cambiamento

Cambiamento. Tutti vogliamo il cambiamento, i tempi che viviamo sono pieni di cambiamento, ne sono inzuppati. Ce n’è per tutti i gusti. Matteo Renzi ha cambiato il Pd e la sinistra italiana, Matteo Salvini ha cambiato la Lega Nord, il Movimento Cinque Stelle ha cambiato l’intero scenario politico. Tutti vogliamo il cambiamento, e tutto cambia velocemente. Tutti contenti allora? Non sembrerebbe, almeno a giudicare da quanti, di fronte a tutto sto po’ po’ di cambiamento, scelgono di non esprimersi. A Napoli, al secondo turno, ha votato il 35% degli aventi diritto. Ma Napoli è solo l’esasperazione di un problema che ormai da tempo affligge tutta la penisola.

Gli altri, quelli che ancora si esprimono, si muovono, schizofrenici almeno tanto quanto coloro che chiedono il voto. Cambiano. Oggi votano Renzi, domani Salvini, dopodomani il M5s. Ricordate le europee del 2014, no? Tutti incantati dal Pd 2.0 dell’ex sindaco di Firenze, da poco salito al Governo con una mossa degna del miglior Frank Underwood. L’era renziana si apriva, già si pregustava un nuovo ventennio. Poi, un anno dopo, quando il leghista Zaia polverizzava in Veneto la renzianissima Moretti e il forzista Toti conquistava la Liguria con la Lega Nord come azionista di maggioranza, ci siamo trovati a chiederci se anche il nostro paese si sarebbe trovato nell’onda lunga del revival nazional-lepenista internazionale. Oggi ci svegliamo tutti grillini, pardon, pentastellati.

“Grillini” è un termine che ormai andrebbe proprio dimenticato. Quello che dobbiamo segnarci è che, ad oggi, meno Grillo parla meglio è per loro. Schiere di “portavoce illustri” sono ormai abbastanza noti per splendere di luce propria, e con il loro moderatismo acchiappano molti più consensi dei deliranti comizi da avanspettacolo del Grillo di 2 anni fa (disse di essere “oltre Hitler” e minacciò di vivisezionare il cagnolino di Berlusconi, cosa che nel nostro paese spaventa molto di più che dire cose ignobili sui migranti). C’è Luigi di Maio che studia da premier, c’è Di Battista presenza fissa a Otto e Mezzo e in altri talk show serali, a mostrare al paese il volto ragionevole dei “ragazzi meravigliosi” ormai diventati adulti (non lo vedremo più in performance come questa, peccato).

arton32822
source: forexinfo.it

Che dire allora di quest’epoca di cambiamento rampante?

Ieri, con singolare sincronismo, sono insorti quelli che il cambiamento l’hanno subito. Umberto Bossi ha accusato Salvini di essere responsabile della recente sconfitta elettorale (risposta: massimo rispetto, ma non rimpiango la Lega al 3%), mentre Massimo D’Alema sul Corriere e Romano Prodi su Repubblica hanno tirato le orecchie a Renzi (nessuna risposta, almeno al momento). Probabilmente non aspettavano altro.

I due mattei, leader che su Facebook sembrano imbattibili, si scoprono improvvisamente fragili nel “mondo reale”. Troppo di nicchia uno (Salvini), meno trasversale di quello che pensava l’altro (Renzi). Altro che “Partito della Nazione”! Se il Pd renziano sembra sempre disponibile ad avviarsi nei terreni scivolosi del “nemico” in nome del decisionismo, l’elettorato non sembra seguirlo. E così, oggi, la sensazione è che, dopo la fiammata delle europee del 2014, a votare il PdR (Partito di Renzi) si ritroveranno quelli che votavano il partito del vecchio, grigio, stanco e fuori moda Bersani.

Perché (sorpresa!) un elettore di centrodestra non ci pensa neanche a votare per il Pd. Nemmeno se c’è Renzi. Piuttosto vota il Movimento Cinque Stelle, che nel frattempo a imparato a parlare a quel mondo. Ed è diventato una macchina da ballottaggio micidiale, essendo spesso la “seconda scelta” sia degli elettori di centrosinistra, sia soprattutto di quelli di centrodestra. Soprattutto, direi, di quelli di centrodestra. Almeno in questo momento storico, con il Pd al governo a rappresentare il “nemico da abbattere”.

Questo è il quadro di oggi, giovedì 23 giugno 2016, giorno che verrà ricordato per il voto sulla Brexit nel Regno Unito. Vorranno mica cambiare anche lì?

Ci risentiamo al prossimo, clamoroso, cambiamento.

Immagine in evidenza dal sito Fanpage.it