Donald Trump, ovvero la dittatura dei media?

Nella sua opera più famosa, “La Democrazia in America”, Alexis de Tocqueville esprimeva la propria preoccupazione sulla possibile nascita di una sorta di dittatura della maggioranza o, per dirla in altri termini, dell’opinione pubblica, negli Stati Uniti e poi in Europa. Fonte della sua preoccupazione era lo stesso sistema democratico americano, che poneva i cittadini in una condizione di parità delle condizioni per l’epoca completamente inedita. Basti pensare che in Europa ancora si parlava quasi ovunque di Nobiltà e Clero, del tutto inesistenti nel nuovo mondo. Tocqueville (che era francese) temeva che, dipendendo dal voto di uomini sostanzialmente tutti uguali tra di loro, i governanti americani si sarebbero ben presto trovati schiavi della maggioranza che li aveva eletti, costretti ad assecondarne ogni irragionevole e repentino cambio di opinione.

Continue reading “Donald Trump, ovvero la dittatura dei media?”

Presto e male

Su Barack Obama si può pensare bene o male, ma una cosa che non si può negare è che l’ex presidente degli Stati Uniti sia uno che sa vedere lontano. Prendere decisioni non considerando solo gli effetti che queste produrranno nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, o addirittura decenni. Per me questa è stata una caratteristica della sua presidenza assolutamente positiva. Ad altri, invece, questa tendenza (direi personale, prima che ancora che politica) dell’ex boss dà decisamente sui nervi. Mi spiego meglio.

Continue reading “Presto e male”

Lyndon Johnson, una grande canaglia e un grande presidente

In tutta la sua vita, Lyndon Baines Johnson ha perso una sola elezione.
1941: Johnson è un deputato di 33 anni e vanta una forte vicinanza con il presidente Roosvelt, ma perde le primarie del Partito Democratico del Texas per un posto al Senato contro un certo Wilbert Lee O’Daniel.
“Mai più”, deve essersi detto subito dopo. Quando gli ricapita l’occasione, sette anni dopo, colui che diventerà il 36° presidente degli Stati Uniti non esita infatti a rubare tutti i voti che servivano per battere il nuovo rivale, Coke Stevenson. Alla fine, 200 schede con il suo nome scritto sopra comparirono dal nulla, e lui entrò al Senato grazie a uno scarto di 87 voti. Robert Allan Caro, giornalista che gli ha dedicato una monumentale biografia, commenta così quel passaggio: “Lyndon Johnson aveva provato a comprare uno Stato e, nonostante avesse pagato il prezzo più alto nella storia del Texas, aveva fallito. Quindi, ora era il tempo di rubarlo” (fonte: Limes – Texas L’America Futura, 8/2016).

Continue reading “Lyndon Johnson, una grande canaglia e un grande presidente”

Donald Trump non è un incidente di percorso

Avete presente Cletus dei Simpson? Per tanti mesi gli elettori di Donald Trump ce li hanno presentati più o meno così. Maschi, bianchi, arrabbiati, poveri, bassa scolarizzazione. E sembrava di vederli, il giorno delle elezioni, uscire in massa dalle fattorie, smontare dalle Harley Davidson e recarsi al seggio con il fucile a tracolla, per mettere la propria X sul nome del miliardario newyorkese. L’America rude e un po’ selvatica, che mastica e sputa tabacco, contro tutto il resto del Paese, colto, raffinato e cosmopolita, geneticamente programmato per stare alla larga da tizi come quello là.

Continue reading “Donald Trump non è un incidente di percorso”

Considerazioni riguardo il dibattito sul nulla tra Hillary Clinton e Donald Trump

Democrazia dello spettacolo, democrazia dei mass media, postdemocrazia. In qualunque modo vi piaccia chiamarla, il dibattito di ieri sera tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump e Hillary Clinton è stato un esempio calzante di quella roba lì. Si stima che circa 100 milioni di persone in tutto il mondo si siano collegate per assistere in diretta al primo incontro ufficiale tra i due nella veste pretendenti alla Casa Bianca, rendendo quello tra Hillary Donald il confronto presidenziale più visto della storia. Negli States erano le 9 di sera, in Italia, per il fuso orario, le 3 del mattino.

Continue reading “Considerazioni riguardo il dibattito sul nulla tra Hillary Clinton e Donald Trump”

La mossa che potrebbe costare le elezioni a Donald Trump

Quando lo scorso 28 luglio Khizr Khan e la moglie sono saliti sul palco della convention del Partito Democratico a Philadelphia, in molti avranno pensato: “ecco qualcuno che nemmeno Donald Trump si permetterà di insultare”. Khan e compagna sono i genitori di Humayun Khan, un soldato statunitense morto in Iraq nel giugno del 2014 lanciandosi sopra una granata per salvare i compagni. La famiglia Khan è di religione musulmana, e i democrats l’hanno portata a esempio per innescare un cortocircuito nella retorica trumpiana. “Vedete, anche tra i musulmani che quello là vorrebbe deportare in massa dal nostro paese si possono trovare dei convinti patrioti, persino degli eroi” hanno voluto dire alla nazione Hillary Clinton e soci.

Continue reading “La mossa che potrebbe costare le elezioni a Donald Trump”

Sorpresa: Hillary Clinton era repubblicana

Hillary Rodham Clinton, candidata alla Presidenza degli Stati Uniti per il Partito Democratico, agli albori della propria vita politica era repubblicana. E nemmeno tanto moderata, visto che nel 1964 appoggiava con convinzione il candidato alla presidenza ultra-conservatore Barry Goldwater, destinato a subire una clamorosa scoppola elettorale (61,1% contro 38,5%) dal democratico Lyndon Johnson.

La giovane Hillary seguiva, politicamente parlando, le orme del padre, convinto repubblicano conservatore, mentre la madre era democratica. Clinton non rinnegherà mai le proprie idee primordiali: “le mie radici politiche – dirà, da first lady, in un’intervista alla NPR nel 1996 – sono radicate nel conservatorismo in cui sono cresciuta”.

Un’adesione convinta, quella della signorina Rodham, sorta dopo la lettura di “Coscienza di un conservatore”, libro del 1960 del futuro candidato Goldwater. Durante il suo primo anno di college, Hillary diventa persino presidente del Wellesley Young Republicans Club. Ma, si sa, quando si è giovani si fa presto a cambiare idea. La futura first lady entra nell’esclusivo college di Wellesley da convinta repubblicana e ne esce, nel 1969, da convinta liberal.

GTY_hillary_clinton_jef_140620_16x9_992
Un’altra foto di Clinton negli anni del college, a trasformazione politica avvenuta (almeno a giudicare dallo stile) credit: abcnews.go.com

Siamo negli anni della contestazione giovanile, dei movimenti contro la guerra in Vietnam. Il clima corrente influenza non poco le idee di Hillary, le cui convinzioni politiche iniziano a vacillare già nel 1964, quando le viene assegnato il compito di approfondire le posizioni del candidato democratico Johnson per una simulazione di dibattito al college. Difficile tracciare un percorso preciso delle idee della non ancora Clinton negli anni successivi. Quello che sappiamo è che, nel 1968, appoggia la candidatura dell’anti militarista Eugene McCarthy per la nomination democratica. Un’altra avventura poco fortunata. Candidato per i democratici diventerà infatti Humbert Humphrey, che verrà a sua volta sconfitto da Richard Nixon alle presidenziali.

A quel punto, la trasformazione politica di Hillay Rodham era conclusa.

Inizia dunque come un pendolo l’avventura politica dell’attuale candidata alla presidenza del Partito Democratico, un’oscillazione tra conservatorismo e pensiero liberal, che trova oggi una sintesi in posizioni sostanzialmente centriste. Se Clinton è infatti senz’altro detestata dalla destra, lo è altrettanto da parte della sinistra, che le rimprovera per esempio il voto favorevole alla guerra in Iraq e un’eccessiva vicinanza agli ambienti di Wall Street.

Durante la campagna delle primarie del partito, Clinton ha giocato il ruolo della candidata realista e competente, mentre a interpretare il ruolo del McCharty del 2016 è stato il rivale Bernie Sanders.

Certo, la piattaforma con cui i democratici e Hillary Clinton si presentano alle elezioni è di fronte impronta liberal, probabilmente influenzata dall’inatteso successo di Sanders durante le primarie. Eppure, il pendolo delle idee politiche di Clinton non ha mai smesso di oscillare. È a favore di una limitazione della vendita di armi da fuoco, ma ha idee pragmatiche in politica estera, ha idee progressiste sull’immigrazione e ha alti indici di gradimento tra le cosiddette minoranze, ma in passato si è detta contraria ai matrimoni omosessuali (oggi ha cambiato idea).

17rollerWeb-master675
Hillary Clinton insieme ai genitori durante la convention democratica del 1992. credit: nytimes.com

Tracce della giovane signorina Rodham degli anni ’60 sembrano insomma essere rimaste anche nella signora Clinton dei decenni successivi. Rimane da vedere se dopo anni di oscillare riuscirà a stabilizzarsi al 1600 Pennsylvania Avenue, indirizzo di quella Casa Bianca a cui non ha mai smesso di pensare da almeno 10 anni a questa parte.

Elezioni Usa 2016, cosa bolle in pentola

Sembra che la Storia (per capriccio o divertimento) abbia voluto concentrare un sacco di cose interessanti nelle elezioni statunitensi del 2016, in cui con ogni probabilità assisteremo allo scontro senza esclusione di colpi tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Il 45° presidente degli Stati Uniti potrebbe essere per la prima volta una donna (nel caso, sarà interessante vedere chi farà la first lady), ma le cose assurde/interessanti/preoccupanti sono talmente tante che il fatto che Hillary Clinton sia una donna passa assolutamente in secondo piano. Prima ancora che donna, infatti, Hillary è soprattutto una Clinton, ovvero espressione di uno dei clan familiari più influenti e potenti degli Stati Uniti, al pari dei Bush sul fronte opposto. Simbolo assoluto di establishment, contro cui si scaglia, sprezzante e minacciosa, la bionda chioma di Donald J Trump. Una chioma che, intendiamoci, in quello stesso establishment ha sguazzato per decenni, prima di diventare simbolo del risentimento americano contro la globalizzazione, le minoranze etniche (che nel frattempo hanno persino mandato un proprio figlio alla Casa Bianca, cosa che evidentemente ha sconvolto più del previsto) e i politici “all talk, no action”.

Nel 2016 americano va in scena insomma l’ennesima riproposizione dello scontro “incazzati vs élite”, con la differenza che, com’è noto, ciò che accade in quel paesone chiamato Stati Uniti ha conseguenze globali. Per questo quello che sta succedendo sull’altra sponda dell’Atlantico mi interessa particolarmente. Per questo le “Cose americane” sono diventate prima una categoria a parte di questo blog, poi una pagina Facebook e poi a loro volta un altro blog. Per questo ho deciso di dedicare la mia tesi di laurea al “fenomeno Trump”, alle strategie comunicative messe in campo dal Nostro per ottenere il clamoroso successo che ha avuto, ma anche alla ricerca delle radici ideologiche del suo messaggio, che solo apparentemente non esistono e forse troppo sbrigativamente vengono bollate come “populismo”.

Se anche a voi interessano o intrigano le “Cose americane” di questo strano ma interessantissimo 2016, vi invito a cliccare “Mi piace” sulla pagina Facebook e/o a iscrivervi al canale Telegram, per avere le notizie sulla campagna elettorale sempre a portata di smartphone (cos’è Telegram? cos’è un canale? è una figata, lo spiega bene questo articolo). Vi aspetto!

P.s.: al momento il blog “Cose americane” è gestito solo da me medesimo. Se qualcuno fosse interessato a collaborare con articoli, spunti, idee o qualsiasi cosa riguardante le elezioni ma anche la politica o la storia degli Stati Uniti, non esiti a contattarmi. Più voci ci sono più interessante diventa!

Foto in evidenza di panamapost.com

Il Senato statunitense boccia 4 proposte sul controllo delle armi

Negli Stati Uniti, pare proprio sia impossibile introdurre una legge per controllare la vendita di armi da fuoco. L’ennesimo, deprimente teatrino è andato in scena oggi (martedì 21 giugno) quando il Senato ha respinto 4 proposte sul tema. Due proposte erano repubblicane e due democratiche, e i due principali partiti del sistema Usa non hanno trovato di meglio che respingere le proposte della controparte. Per i repubblicani le proposte dem erano troppo restrittive, per i democratici quelle del Grand Old Party erano troppo blande. E così non se n’è fatto nulla, tra lo sgomento (probabile) dei parenti delle vittime di Orlando presenti in aula e il godimento (certo) della solita National Rifle Association, la potente lobby delle armi che controlla mezzo Congresso e che ancora poco prima del voto sbraitava a difesa del sacro secondo emendamento, quello che secondo loro autorizza i cittadini statunitensi a girare con la pistola in tasca (anche se non è proprio così).

Non è certo la prima volta che il Congresso dà una così pessima immagine di sé. Durante l’amministrazione Obama, il Partito Repubblicano si è spostato su posizioni sempre più “estreme”, e ha lavorato esplicitamente solo per fare ostruzionismo a ogni proposta proveniente dalla Casa Bianca. La loro azione è diventata particolarmente efficace dopo le elezioni di metà mandato del 2014, quando hanno conquistato entrambi i rami del Congresso e reso Obama quella che si definisce un’”anatra zoppa”, ovvero un presidente con tutto il Congresso contro, e quindi molto limitato nella sua azione. Molti osservatori ritengono che le riforme di Obama avrebbero avuto ben altro impatto, se non fosse stato per senatori come l’ex candidato alle primarie repubblicane Ted Cruz, capace di parlare per 21 ore e 19 minuti pur di bloccare l’ObamaCare, la riforma sanitaria fortemente voluta dall’attuale presidente.

Qualcosa di simile, anche se meno marcata, è accaduta al Partito Democratico. Entrambi gli schieramenti si sono riempiti di “estremisti” molto amati nei loro Stati (i senatori vengono eletti su base statale) ma poco inclini al compromesso. Virtù poco eroica ma necessaria in un contesto come quello di Washington, soprattutto quando la Casa Bianca e il Congresso stanno su fronti opposti. Pena, la paralisi del processo legislativo. Ed è quello che è successo oggi, per l’ennesima volta. Alcune proposte prevedevano il divieto di vendita di armi a soggetti presenti sulla lista dei sospetti terroristi dell’Fbi (una misura caldeggiata persino da Donald Trump) o, più modestamente, tempi più lunghi per l’acquisto da parte di sospetti terroristi. Nulla di tutto questo accadrà, e a breve, come sempre, si smetterà di parlarne. Fino alla prossima strage.