Luca Sofri e le "Notizie che non lo erano"

Un viaggio tra i piccoli grandi vizi del giornalismo italiano. Con il suo “Notizie che non lo erano – Perché certe storie sono troppo belle per essere vere”, il direttore del Post Luca Sofri svela alcuni dei meccanismi perversi dell’informazione nostrana. La tesi di fondo del libro è che spesso chi si strappa i capelli per l’inesorabile declino dell’informazione, di questo declino è il primo responsabile. Si tratta dei grandi quotidiani, tanto solenni nel condannare i difetti del grezzo giornalismo online quanto tempestivi nell’assimilarne alla perfezione le dinamiche. Con la differenza che tali testate hanno in genere molti più mezzi degli altri per decidere la diffusione della notizia. Chi gioca a fare la vittima è insomma carnefice, e si nasconde vigliaccamente dietro il presunto “popolo del web” o altre invenzioni del genere per giustificare il caos quotidiano di notizie, smentite e bufale.
Il libro si legge velocemente, e a tratti è molto divertente. Particolarmente incisivo il capitolo sui titoli, spesso l’unica parte dell’articolo a essere letta, e ormai diventati un modo per implorare il lettore di aprire l’articolo. È il trionfo delle “rivelazioni choc” che poi choc non sono, dell’“ira di”, di virgolettati che poi non corrispondono alle reali parole del protagonista del pezzo. Più il titolo è clamoroso, più è alto il rischio bufala. Quando poi si scopre che si è scritto una cosa non vera o forse non vera allora spunta il “giallo del…”, le voci “amplificate dalla rete”, i “tam tam su Facebook” e i “cinguettii su Twitter”, quando alla sorgente della bufala vi sono spesso le stesse testate. Inutile dire che del fatto si perdono le tracce.

Viene da chiedersi come abbiamo fatto a credere (per dirne una) che davvero Papa Francesco uscisse di notte dal Vaticano per assistere i bisognosi. Il Papa era in carica da pochi mesi, e questa storia ben si applicava alla sua immagine, oltre a essere oggettivamente clamorosa. Insomma, funzionava. Poco importava che la fonte fosse incerta e la notizia falsa. Dopo l’inevitabile smentita dall’ufficio stampa del Vaticano altrettanto inevitabile è nato il “giallo” delle uscite notturne di Bergoglio. Quanti ancora crederanno che quella storia fosse vera? In quanti ci fidiamo di statistiche (8 milioni di italiani che si affidano all’ipnosi, 6 milioni di analfabeti) condotte da agenzie che non esistono? Si, succede anche questo, e molto più spesso di quanto crediamo.

Quello che l’autore denuncia non è tanto il fatto che vengano fatti degli errori, quanto che tutto questo avvenga di proposito. L’obiettivo è sempre e comunque arrivare prima degli altri, e possibilmente con un titolo ad effetto. In tutto questo si perdono le buone prassi della verifica delle fonti e dell’approfondimento. Il tono è rilassato e mai inquisitorio, ma la conclusione è amara: non è vero che la qualità paga. In genere in rete vince chi si adatta meglio a questa logica deleteria. La corsa a pubblicare bufale sembra non avere mai fine, e intanto queste bufale diventano verità per lettori che sulla base di queste balle formano le proprie opinioni e vanno a votare. Uno scenario poco incoraggiante.
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Miss Italia e il paese degli indignati

La nuova Miss Italia avrebbe voluto vivere negli anni della seconda guerra mondiale “perché tanto la guerra la facevano gli uomini”. Vergogna! Ignorante! Sgualdrina! E pure cessa, aggiunge qualcuno. Alice Sabatini non aveva nemmeno finito di pronunciare quelle parole, che i custodi della memoria storica nazionale già si stavano mobilitando per salvarci da questo scandaloso vuoto di valori, imbeccati ad arte dai giornali, rapidissimi a gettare in pasto alla rete la gaffe della ragazza.
Ormai siamo del tutto abituati all’idea che chiunque vada in televisione abbia qualcosa di intelligente da dire. Così chiunque venga invitato in un talk show è “opinionista”, o peggio “intellettuale”, mentre gli intellettuali veri tendono a stare alla larga da questo circo. Oppure sono costretti a reinventarsi per sopravvivere, come il povero Sgarbi, conosciuto più come giullare da salotto che come critico d’arte. Parlano poco, e quando lo fanno quello che dicono rimane per gli addetti ai lavori.
E noi, assidui custodi della Cultura e della Morale crediamo di fare il nostro dovere inveendo contro chi è pagato per mostrare il proprio corpo o dare dei calci a un pallone. Così Miss Italia non può concedersi gaffe storiche, e ci scandalizziamo se Cassano (Cassano!) dice che se uno è gay è un “problema suo”. Ah, in tutto questo non ci passa per la testa che quelle parole siano figlie dell’emozione di una ragazza che arriva in finale di Miss Italia, o una messinscena della rete per richiamare l’attenzione sulla manifestazione. E magari anche di un po’ d’ignoranza, ma in fondo chissenefrega, è solo Miss Italia.

L’India dell’hi-tech e la carne delle mucche

L’India è un gigante di 1 miliardo e 250 milioni di abitanti, secondo per popolazione solo alla Cina. Decimo stato per Prodotto Interno Lordo, si prevede che nel 2017 il suo tasso di crescita economica supererà quello cinese. Tra i motivi del sorpasso, un maggior tasso di crescita della popolazione, che lo porterà a essere il paese più popolato del pianeta nel giro di una ventina d’anni. L’altro fattore è un’impetuoso e costante sviluppo tecnologico, reso possibile da un alto di livello di scolarizzazione in ambito scientifico. Caratteristiche che rendono l’economia indiana più dinamica di quella cinese. Si prevede che col tempo il tasso di crescita di entrambi i colossi asiatici comincerà a ridursi, fino ad allinearsi a quelli delle “mature” economie occidentali. Quando questo succederà, secondo molti l’India sarà un attore di primissimo piano nello scacchiere internazionale.

Può sorprendere che in un paese con queste caratteristiche, nel 2015 venga vietata la carne di manzo per motivi religiosi. La dottrina Indù applicata nel modo più rigoroso vieterebbe il consumo di qualsiasi tipo di carne. La paura provata dall’animale al momento della macellazione si imprimerebbe nelle sue carni, e conferirebbe tratti animaleschi a chi le consuma. Inoltre le mucche in India sono considerate sacre per antica tradizione. È del marzo scorso la firma da parte del presidente della Repubblica Pranab Mukherjee di una legge (in sospeso da 20 anni) che vieta la macellazione del manzo nello stato centrale del Maharashtra. Inoltre, per i 4 giorni della festa indù del Paryushan non è stato consentito vendere o consumare quel tipo di carne, a prescindere dalla religione individuale. La questione è dunque di estrema attualità. In molti stati amministrati dal partito conservatore Bjp, i governatori sembrano facciano a gara a imporre le misure più restrittive, a tutela della cultura nazionale. Il Times of India ha scritto che “..in India i tabù alimentari stanno diventando l’equivalente della blasfemia in Pakistan”, e come sia “..in corso una strisciante invasione della vita privata e delle scelte individuali”.

Il Bjp è lo stesso partito del premier indiano Narendra Modi, e costituisce un mix di pragmatismo economico e tradizionalismo. Modi ha infatti vinto le elezioni del maggio 2014 promettendo uno stato moderno, e una volta in carica ha avviato un’agenda economica di stampo liberista. Dall’altro lato, si erge a paladino della cultura tradizionale indiana, e da qui iniziative positive come la prima “Giornata internazionale dello yoga” o insensate e anti liberali come il divieto di macellare carne di manzo. Dinamismo economico da un lato e tradizionalismo dall’altro sono un binomio che descrive anche la nazione indiana.

Un tale tipo di nazionalismo in un paese destinato a giocare un ruolo fondamentale nel mondo globalizzato dovrebbe essere un campanello d’allarme per la comunità internazionale. Ci piace cullarci nell’idea che ad avere successo siano solo stati rispettosi dei diritti individuali, e attenti allo sviluppo economico dello stato oltre che alla sua mera crescita. Ma non è così. Lo sviluppo oltre che aspetti economici comprende anche fattori sociali e culturali, tra cui la tutela dei diritti fondamentali. In certe parti dell’India in nome della tradizione si giustifica lo stupro di gruppo di donne scoperte a tradire il marito, e in nome della religione lo Stato non concede il sacrosanto diritto di scegliersi liberamente la cena. In questo contesto non c’è da sorprendersi che l’India stia vivendo una stagione di crescente intolleranza religiosa.

Qui l’editoriale del “Times of India”, critico nei confronti del divieto di consumare carne rossa.

Lo humor di "Libero" e "Il Giornale"

La maggior parte dei quotidiani italiani di oggi apre con il caso Wolkswagen. Tra i vari titoli di apertura si distinguono (come accade spesso) quelli di “Libero” e “Il Giornale”. I due quotidiani in questione hanno in comune un orientamento politico molto simile e uno stile sensazionalistico e aggressivo. Uno dei loro bersagli preferiti è la cancelliera tedesca Angela Merkel, già appellata con termini come “culona” in passato.
Merkel è la personificazione di quella Germania precisina e bacchettona che proprio simpatica non è. Il Giornale e Libero soddisfano le pulsioni anti-tedesche di molta parte dell’elettorato di destra berlusconiano e oggi anche leghista. “I furbetti tedeschi” titola Il Giornale, di proprietà di Berlusconi, che tira in ballo la cancelliera nell’occhiello: “La Merkel ha fuso”. Libero è ancora più graffiante: “Merkel al volante pericolo costante”. La prima pagina del quotidiano di Maurizio Belpietro è poi occupata dal disegno di un furgoncino Wolkswagen scassato, guidato da una Merkel con l’occhio nero e da cui si affacciano Renzi, Hollande e Tsipras, che con la vicenda non c’entrano granché ma che stanno sempre bene. Guarda caso tutti leader di sinistra.
Qualcuno potrebbe anche apprezzare questo senso dell’umorismo. A me ricorda molto lo studente dell’ultimo banco che gode quando anche va male anche al primo della classe.

Varoufakis bacchetta il Corriere

A pochi giorni dal voto in Grecia, Yanis Varoufakis concede un’intervista al Corriere della Sera. Passano poche ore, e sul suo blog dell’ex ministro ellenico compare il link che rimanda al colloquio. Con una precisazione: “Attenzione, il testo italiano è un riassunto delle mie risposte e, secondo me, offre una versione distorta delle mie risposte originali in inglese (compreso l’orribile titolo), che potete leggere qui…”. Segue una versione in lingua inglese della stessa intervista, in cui molte domande appaiono formulate in altro modo, alcune risposte più ampie e altre cambiate di posizione.
La verità è che chiunque realizzi un’intervista non la riprodurrà mai tale e quale nella versione scritta. È capitato anche a me, nella mia breve carriera di cronista locale, di tagliare risposte ritenute non interessanti, di riassumere il pensiero dell’intervistato se ritenuto troppo prolisso, o di scrivere domande in modo diverso da come le avevo pronunciate. Capita anche di dover correggere eventuali errori grammaticali di chi parla, anche se questo si suppone non sia il caso di Varoufakis. Le ragioni possono essere molteplici: dallo spazio a disposizione all’appeal del testo. Come per ogni altro articolo, il giornalista ha un certo potere di editing sul proprio prodotto. Il punto è fino a che punto può esercitarsi questo potere?
Se nella forma il giornalista è sostanzialmente padrone di plasmare il testo come meglio crede, lo stesso non può dirsi per il contenuto. Il confine tra forma e contenuto è però più sottile di quanto si possa immaginare. Talvolta basta modificare l’ordine delle domande, scomporre le risposte e ordinarle in modo diverso per dare all’intervista un taglio diverso o addirittura opposto rispetto alle intenzioni di chi parla. Ed è esattamente quello che Varoufakis ritiene sia successo.
In effetti, dall’“orribile” (per dirla con l’ex ministro) titolo italiano (Crisi Grecia, Varoufakis: “Tsipras? Ha firmato la capitolazione Io sono libero, ho perso i falsi amici) sembrerebbe che per lui il premier Tsipras sia un “falso amico”. Messaggio che non traspare assolutamente nell’intervista, e ottenuto tramite un sapiente collage di frasi e mezze frasi, ma che sicuramente mette un po’ di pepe alla storia.

Il bambino in prima pagina

Qualche giorno fa, la scelta di molti quotidiani di tutto il mondo di pubblicare la foto del corpo di Aylan aveva suscitato un acceso dibattito. Pubblicare o non pubblicare la foto di un bambino morto suscita interrogativi etici profondi sull’etica del giornalismo. “In che modo miglioro la qualità dell’informazione pubblicando questa foto?”. Questa dovrebbe essere la domanda che ogni redazione deve porsi quando decide di pubblicare un’immagine, in particolare quando si tratta di scatti “delicati” come quello in questione.
Praticamente tutte le redazioni che scelsero di mostrare quell’immagine giustificarono la propria scelta con la volontà di “smuovere le coscienze” dei lettori, e di far fare un passo avanti al dibattito sull’immigrazione in Europa.Una spiegazione che implica l’assoluta eccezionalità della foto, destinata a entrare nel pantheon delle immagini “storiche”.
Spiegazioni che vanno però in frantumi quando la foto al bambino diventa un cliché. Questa mattina i quotidiani “La Stampa”, “Il Secolo XIX”, “L’Unità” e “Avvenire” mostrano in prima pagina una bambina siriana in pigiama che gattona davanti ad agenti in tenuta antisommossa a difesa del confine tra Turchia e Grecia.
Fare continuo ricorso a immagini del genere significa spacciare pietismo, colpire l’emotività del lettore più che informarlo. Significa anche dare ragione ai cinici, per cui dietro a tutti quei paroloni sull’etica dell’informazione si nasconde la volontà di vendere qualche copia in più.
Noi lettori di oggi siamo bombardati di immagini 24 ore al giorno. Trovare qualcosa che possa sconvolgerci è sempre più difficile. Quando saremo ormai assuefatti anche alle foto di bambini morti sarà difficile trovare qualcosa che possa ancora colpirci.

Sinistre

Domani ci saranno nuove elezioni in Grecia, e i sondaggi danno Syriza e Neo Demokratia molto vicini. A contendersi la vittoria sono dunque una destra e una sinistra, come nella miglior tradizione europea. Il binomio torna in Grecia dopo anni di terremoto politico, che hanno portato al centro del ring partiti come Syriza e mostruosità come Alba Dorata. Syriza è stata in grado di occupare la voragine lasciata dal vecchio Pasok, e a diventare la forza principale della sinistra. Il prezzo è stato perdere parte della propulsione “rivoluzionaria” delle origini, com’è scientifico per qualsiasi partito si misuri con la difficoltà di governare. Quanto il conto di questa “normalizzazione” sarà salato ce lo dirà il successo di forze come “Piattaforma popolare” (nata da una scissione a sinistra di Syriza) e del Kke, il partito comunista greco.
Se in Grecia Syriza ha preso il posto dei socialisti, nel Regno Unito è invece successo che i “ribelli” sono riusciti a scalare i vertici del partito mainstream. Geremy Corbyn è stato eletto leader dei laburisti con uno schiacciante 59% alle primarie del partito. Poco amato dalla vecchia élite del labour, ma molto fuori dalle sedi di partito, Corbyn ha vinto grazie alla valanga di “simpatizzanti” ammessi per la prima volta a votare dietro pagamento di 3 sterline. Molti commentatori sostengono che con Corbyn i laburisti avranno seri problemi a vincere le elezioni del 2020. Quel che è certo è che una sconfessione così netta della linea ufficiale è emblematica della voragine tra il partito e la base. Significativo il misero 4,5% di Yvette Cooper, la candidata più vicina a Tony Blair.
Se la sinistra del Regno Unito ripudia il “blairismo”, in Italia Matteo Renzi non ha mai fatto mistero di ispirarsi all’ex premier britannico, mentre un progetto alla sua sinistra stenta a decollare. Diverso ancora il caso della spagnola Podemos. Benché il leader Pablo Iglesias si mostri spesso in compagnia di Alexis Tsipras, il suo movimento rifiuta l’etichetta “sinistra” e a contenuti chiaramente progressisti ne alterna altri di marca più populista. Inoltre, benché abbia visto giorni migliori, il Partito Socialista Spagnolo non è morto come lo è il Pasok greco.

Curioso come in un mondo sempre più connesso il termine sinistra venga coniugato in modo così diverso a seconda dei contesti nazionali.

Cacofonia europea

Che cosa ha voluto dire il popolo greco con il referendum di ieri? No all’euro? No all’Europa? Oppure no a questa Europa ma si a un’Europa diversa? Ognuno interpreta i fatti greci a proprio uso e consumo. A farlo per primi sono i leader europei. Mai uniti su nulla, per una volta si sono ritrovati compatti sul sostegno al “si”, al di là delle dovute dichiarazioni di “rispetto” della volontà popolare degli ellenici. Il presidente del Consiglio italiano Renzi è stato netto nel definire la consultazione una scelta tra l’euro e la dracma. I tedeschi hanno allo stesso modo voluto drammatizzare l’esito del voto, anche a urne chiuse. Tra le prime reazioni europee, spicca infatti per chiarezza quella del leader della Spd tedesca Gabriel, per cui il no è la chiusura di tutti i ponti tra Europa e Grecia. Non proprio un ramoscello d’ulivo. Più convincente per i greci è stato però Alexis Tsipras, per cui il no significa il rilancio per una diversa impostazione dell’Europa. Mai infatti il Primo Ministro greco ha parlato di grexit, ipotesi che invece pare inizi a non dispiacere ad alcuni dei creditori.
Le tappe di avvicinamento alla giornata di ieri dimostrano una volta di più quanto la narrazione europea sia strettamente legata ai contesti nazionali. Per i popoli del mediterraneo è evidente che questa Europa non funzioni. Lo vivono ogni giorno sulla propria pelle. Per questo sui canali televisivi italiani gli esponenti politici di tutti i colori sostengono la necessità di un cambiamento nella linea economica europea. Ciò che è ovvio per i mediterranei, non lo è invece per i paesi del nord Europa. Per loro la situazione attuale va più che bene, e non ci pensano neanche a venire incontro a paesi che non sono stati in grado di ridurre il debito e fare le riforme necessarie (per loro). Diverso ancora il discorso dei paesi dell’est Europa, allineati alla cancelliera Merkel per ragioni geopolitiche.
Ogni nazione ha insomma la propria idea di quello che sta succedendo. Ogni “opinione pubblica” nazionale si informa sui propri mezzi d’informazione, e di conseguenza trova semplicemente incomprensibile il punto di vista altrui. Il risultato è una cacofonia in cui capire è impossibile. Un sempre minor affetto nei confronti dell’Unione Europea è la logica conseguenza. Chi parla della necessità di una maggiore integrazione europea spesso dimentica la necessità di un linguaggio europeo comune, senza il quale gli europei continueranno a giudicare ciò che accade dall’altra parte del continente in base a quello che succede nel cortile di casa.
Tornando alla domanda iniziale: che cosa hanno voluto dire i greci con il “no” di ieri? Difficile leggere un risultato univoco che vada oltre una forte volontà di rivalsa verso le élite europee. L’ambiguità abita innanzitutto nel fronte del “no”. Insieme ai sinceri sostenitori di Tsipras che hanno votato davvero per un’Europa diversa hanno votato i greci che vogliono invece tornare alla dracma. Nazisti di Alba dorata, sostenitori dei “Greci indipendenti”, del Kke o dell’ala dura interna alla stessa Syriza, hanno dato un significato del tutto diverso al loro “no”. Il risultato non è inoltre per niente plebiscitario. Al di là del fatto che 4 elettori su 10 hanno detto “si”, 4 cittadini greci su 10 non sono andati a votare.
Quello che succederà nei prossimi giorni dipenderà molto dall’atteggiamento dei paesi creditori europei. Se è vero che sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico, è vero anche che una punizione magistrale della Grecia rafforzerebbe tutti i partiti e i movimenti euroscettici o anti-europeisti del sud, e allargherebbe il fossato tra l’area mediterranea e il resto d’Europa. Il referendum greco ha avuto in ogni modo il merito di aver spostato il dibattito dall’economia alla politica. Quello che è stato forse il più serio attacco alla politica del rigore potrebbe paradossalmente essere davvero il primo passo verso un cambiamento in positivo dell’Unione Europea. Dipenderà dalla volontà delle parti in causa di iniziare davvero a parlare la stessa lingua.

Un Eco apocalittico

Non c’è nulla di nuovo nelle parole con cui Umberto Eco ha criticato il fenomeno internet, prima di ricevere la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei Media” all’Università di Torino. Nel corso del ‘900, ogni innovazione tecnologica ha visto uno stuolo di intellettuali pronti a farle la guerra, su posizioni più o meno radicali. Se per  Karl Popper la televisione era “cattiva maestra”, qualche decennio prima toccò alla radio essere indicata come responsabile dell’allontanamento dei giovani dalla lettura. Persino il cinema era considerato colpevole di non far riflettere gli spettatori, al contrario dell’opera d’arte o della parola scritta. Eppure oggi la cinematografia è considerata tra le espressioni culturali più elevate. E se oggi ci lamentiamo che la maggior parte delle persone non legge più il giornale, nel XIX secolo Nietzsche invitava ad “Astenersi dai giornali!”, in quanto espressione di cultura bassa e volgare. Procedendo a ritroso, si può arrivare a Socrate, che nel V secolo a.c. riteneva la parola scritta dannosa per la memoria.

Ognuna di queste critiche immersa nel proprio contesto storico aveva una parte di verità. Oggi, allo stesso modo, molta verità c’è anche nelle parole di Eco. “I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. A chiunque legga questa frase vengono in mente almeno 2 o 3 esempi. “Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi a tacere, ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. Internet sarebbe insomma lo strumento che trasforma lo “scemo del villaggio” in “detentore della verità”.
Impossibile non inserire queste parole nel lungo dibattito sul rapporto tra tecnologie e cultura, iniziato nell’antica Grecia di Socrate e oggi più concentrato che mai sul fenomeno internet. Dibattito a cui Eco ha già partecipato nel 1964 con “Apocalittici e integrati”, saggio che riflette sulla cultura di massa e le conseguenze che su di essa hanno i mezzi di comunicazione. Gli “apocalittici” sono quelli che a ogni innovazione gridano alla fine della cultura, gli integrati quelli che si lanciano con entusiasmo su ogni innovazione senza riflettere sulle conseguenze. Un giusto spirito che non demonizzasse la novità senza però sottovalutarla è la giusta via indicata da Umberto Eco. Eppure, a distanza di mezzo secolo lo stesso Eco sembra essere passato dalla parte degli “apocalittici”.

Il problema indicato dall’autore del “Nome della rosa” è reale. Internet è pieno di idioti e di persone pronte ad approfittarne, che siano politici o siti che sfornano bufale. Il web è però una realtà di fatto, oltre che uno strumento capace di offrire opportunità reali. Forse è ancora necessaria un'”educazione” alla rete, che si svilupperà in automatico e (auspicabilmente) con il supporto della scuola e di quanti già oggi educano alla “navigazione responsabile”. Si rassegnino però gli apocalittici: gli idioti esistono, e bisogna conviverci. Oppure, se si è in vena, si può provare a discuterci. Proprio come al bar.

E se l’Italicum si ritorcesse contro Renzi?

Matteo Salvini ha detto più volte che a lui della legge elettorale non importa nulla. Con questa premessa, il leader della Lega si è tirato fuori dal dibattito intorno all’Italicum, la legge figlia del governo Renzi che entrerà in vigore nel 2016. Ma se davvero vuole puntare a vincere le elezioni del 2018 (sempre che la legislatura vada avanti fino alla fine), Salvini non può che adattare la propria strategia alla nuova legge. Cosa che probabilmente sta già facendo. Intervistato telefonicamente dal Secolo XIX, il segretario leghista ha confermato di puntare alla leadership del centrodestra, aprendo per il momento solo a Berlusconi. Alfano per ora è ancora un nemico, ma in Liguria sostiene il neo presidente Toti proprio come la Lega. Non è impensabile che in nome del pragmatismo i due si ritroveranno compagni di coalizione anche alle prossime elezioni politiche. Questo comporterà un cambio nel messaggio politico per attirare i moderati? “Col cavolo”, è la risposta di Salvini. Nessun leader politico riconoscerà mai di “vendere” gli ideali per la vittoria, ma in questo caso potrebbe trattarsi non solo di una promessa.

Una delle regole auree della lotta politica è che per vincere bisogna conquistare il “centro”. Se a fronteggiarsi sono una destra e una sinistra vince chi convince gli indecisi. L’Italicum potrebbe però cambiare tutto. La legge elettorale votata lo scorso 4 maggio prevede infatti il doppio turno. Immaginiamo questo scenario. Il Pd di Renzi vince il primo turno con il 35% dei voti. Non avendo raggiunto la soglia del 37%, è necessario il secondo turno, tra il Pd e la seconda lista più votata. Al secondo posto c’è la Lega. A quel punto l’esito del secondo turno potrebbe non essere scontato, grazie ai voti che Salvini potrebbe incassare da altri pezzi del centrodestra o persino da elettori del Movimento Cinque Stelle.

Un sistema a doppio turno è previsto anche in Francia. Nel 2002 Jean Marie Le Pen arrivò a sorpresa secondo e passò al ballottaggio contro Chirac. Il leader gollista si impose con un secco 82%. A suo sostegno si mobilitò il cosiddetto “fronte repubblicano”, ovvero i gollisti stessi, i centristi, i socialisti e persino la sinistra, tutti uniti contro l’incubo Front National. In Italia chi formerebbe il “fronte repubblicano?”. Chi accorrerebbe in difesa del Pd in nome dei valori della Repubblica? Il centrodestra al di fuori della Lega rischia di sparire. Il Movimento Cinque Stelle? Difficile immaginarsi il movimento fondato da Beppe Grillo accorrere a sostenere colui che il leader chiamava l'”ebetino di Firenze”.

Più facile immaginarsi il Movimento Cinque Stelle nelle vesti di competitor in un ipotetico secondo turno. In questo caso l’avversario potrebbe rivelarsi persino più insidioso, come dimostra il caso Parma. La città ducale premiò il “grillismo ragionevole” di Federico Pizzarotti contro il candidato del Pd. Lo stesso potrebbe avvenire nel 2018. I volti nuovi e più rassicuranti di quelli di Grillo e Casaleggio non mancano, e stanno conquistando sempre più spazio mediatico e sempre più potere nell’organizzazione del Movimento.

Il meccanismo del doppio turno potrebbe mettere nei guai il Partito Democratico persino in una delle sue roccaforti storiche come Genova. Le elezioni regionali che hanno premiato Giovanni Toti hanno rivelato una crisi del Pd genovese, mentre il Movimento Cinque Stelle è il primo partito e la Lega in crescita. A differenza dell’Italicum, la legge elettorale per i Comuni prevede le coalizioni. A quel punto il centrodestra potrebbe ripetere il “modello Toti” e riunirsi sotto un’unica bandiera. Magari quella di Edoardo Rixi, che già nel 2012 si candidò a sindaco e quest’anno si è visto sfilare “a tradimento” la candidatura a Presidente della Regione.