Più potenti del presidente

Spesso, quando si parla del presidente degli Stati Uniti d’America si usa l’espressione “l’uomo più potente del mondo”. Ma è proprio così? Le dichiarazioni di Barack Obama dopo la strage nel college nell’Oregon sembrerebbero dire il contrario. “Ora basta”. Il presidente ha invocato una legge sul controllo delle armi. Molti osservatori hanno sottolineato l’impotenza di Obama, che guida gli Stati Uniti da ormai 7 anni, ma che sul tema delle armi non è riuscito a fare granché oltre che invocare restrizioni dopo ogni strage. Eppure non ci si aspetterebbe questo dall’uomo più potente del mondo.
Il presidente ha tuonato per l’ennesima volta contro chi si mette di traverso. Contro i repubblicani, nello specifico, storicamente contrari a privare i cittadini del diritto di girare con la pistola in tasca. Eppure, nella prima metà del mandato Obama ha avuto il suo partito in maggioranza in entrambi i rami del Congresso, e anche allora ha trovato chi si è “messo di traverso”. Allora, è più potente l’uomo più potente del mondo o sono più potenti le lobby delle armi? È più potente il presidente degli Stati Uniti d’America o è più potente la National Rifle Association, che finanzia campagne di candidati di ogni colore fedeli al vangelo del piombo? È il secondo emendamento, che legittima le posizioni del partito pro-armi sul piano giuridico e solletica l’orgoglio patriottico statunitense per la propria carta costituzionale. È la democrazia, dirà qualcuno
Una democrazia molto diversa da quella europea, che consegna un enorme potere al presidente in tema di politica estera e lo lega mani e piedi per le faccende domestiche. Così gli Stati Uniti d’America appaiono potenza monolitica oltreconfine, mentre in casa gli interessi contrastanti delle lobbies si sfidano a colpi di miliardi, influenzando pesantemente campagne elettorali ed elezioni. Non è un caso che Obama stia concentrando i suoi ultimi sforzi oltreconfine (disgelo con Cuba e patto sul nucleare con l’Iran), in territori dove i senatori repubblicani hanno le armi spuntate per ostacolarlo.
Per approfondire:
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"Vieni a ballare in Puglia", ma senza ritornello

“Vieni a ballare in Puglia” (dall’album: “Le dimensioni del mio caos” – 2008) è una canzone che andrebbe cantata senza ritornello. Poche volte capita di sentire in musica parole che raccontano un territorio in modo così sofferto e implacabile. Michele Salvemini (in arte Caparezza) mette tutta la graffiante capacità critica di cui è capace per cantare i mali della propria terra, dall’inquinamento ambientale al caporalato nei campi di pomodori. Eppure l’anno in cui uscì, la canzone divenne un tormentone tra i tanti.

La cantavamo tutti, ma solo il ritornello. “Colpa” di un ritmo e di una melodia che ti entrava nelle orecchie e non voleva più uscirne. Ridevamo cantando “…tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più..” o “tieni la testa alta quando passi vicino alla gru, perché può capitare che si stacchi e venga giù..”. Nessuno cantava la strofa. Le parole di uno dei testi di denuncia più profonda di Caparezza si sentivano di continuo. Nei negozi, nei bar, in discoteca. Anziché fare presa, però, questa sovraesposizione del testo ha portato all’effetto opposto. Le parole hanno perso la loro forza, al punto da confondersi col paesaggio e scivolare via come una qualsiasi hit estiva.

Negli anni successivi scoppiava lo scandalo Riva dell’Ilva di Taranto. Oggi torna d’attualità il tema del caporalato nei campi, e il governo promette un decreto d’urgenza. Probabilmente anche loro di “Vieni a ballare in Puglia” conoscevano solo il ritornello.

Oggi propongo l’ascolto di questa canzone che probabilmente già conoscete. Cantate pure il ritornello se volete, ma ascoltate bene la strofa.

E subito penso che potrei morire senza te. E subito penso che potrei morire anche con te.

L’ossessione dell’Unità per il Fatto Quotidiano

Il giornalista Fabrizio Rondolino è tornato a scrivere a l’Unità, dove tiene una rubrica chiamata “Il Fattone”. Argomento unico è il giornale Il Fatto Quotidiano. L’opinionista de l’Unità ogni giorno (ma proprio ogni giorno) legge il quotidiano diretto da Marco Travaglio, poi scrive una ventina di righe in cui spiega quanto Il Fatto sia un giornale scadente, complottista o intellettualmente disonesto.

Viene da chiedersi perché il quotidiano fondato da Gramsci spenda una delle sue firme più note in questa attività di cui, francamente, si farebbe volentieri a meno. Le battaglie tra giornali non sono una novità. Più o meno da quando esiste il giornalismo le grandi firme si sono scambiate colpi di fioretto o di cannone dalle pagine dei giornali. Dispute su grandi temi politici, etici o persino filosofici, ma anche allora spesso mosse dalle strategie dei giornali o dalle rivalità personali. Inutile negarlo.

Una rubrica quotidiana con un unico bersaglio è però un ulteriore passo avanti. O indietro. Un’ossessione, verrebbe da dire. Probabilmente una forma di polemica più al passo coi nostri tempi, in cui non è tanto importante cosa si scrive ma è importante scrivere qualcosa, in cui il dibattito sui contenuti è sostituito dagli attacchi personali. Una patologia diffusa, di cui la rubrica di Rondolino è esempio lampante.

Funny U.S.

Doveva essere un noioso déjà vu, e invece la corsa alla presidenza degli Stati Uniti si sta rivelando più divertente del previsto. La moglie dell’ex presidente Clinton e il fratello dell’ex presidente Bush dovranno sudarsi la candidatura. Altro che dinastia, i due favoriti della vigilia dovranno misurarsi nelle rispettive primarie con avversari imprevisti e decisamente anomali.

Sembrava non dovesse trovare ostacoli la candidatura di Hilary Clinton per i democratici, e invece il nome di Bernie Sanders sta raccogliendo molti più successi del previsto. Senatore del Vermont di 74 anni, si autodefinisce “socialista”. Un’etichetta che gli sarebbe costata la galera negli anni del Maccartismo, o che gli avrebbe tolto ogni appeal nei confronti dell’elettorato U.s.a in qualsiasi altro momento storico. Non oggi, a quanto pare. Per qualche strana combinazione astrale molti statunitensi sembrano essersi svegliati con la voglia di “fare qualcosa di sinistra”. Perdere, potrebbe dire qualcuno, ma il precedente Corbyn nel Regno Unito dimostra che gli appelli al voto utile non sempre funzionano. A mettere i bastoni tra le ruote a Hilary anche la possibile candidatura del più istituzionale Joe Biden, non ancora confermata.

Se la situazione in casa del partito democratico è particolare, in quella del partito repubblicano assume tratti grotteschi. In testa ai sondaggi c’è Donald Trump. Eccentrico imprenditore amante del rischio, parla alla pancia profonda della nazione. Dice che costruirà un muro per tenere fuori i messicani e rimanderà indietro quelli già negli Usa. Dice che cancellerà le tasse sul reddito per 31 milioni di famiglie e che le alzerà ai ricchi. Dice che l’accordo con l’Iran è stato concluso da idioti, e non ha contraddetto pubblicamente (come in genere l’etichetta chiede di fare) un sostenitore che indicava Obama come un pericoloso musulmano. Il suo slogan, “rendere di nuovo grande l’America” non è originale ma funziona. I sondaggi lo danno in discesa, ma comunque molto sopra tutti gli altri. Tra gli “altri” c’è Jeb Bush, figlio del Bush primo e fratello del Bush secondo. Mai “candidato designato” come la Clinton per i democratici, nemmeno si credeva dovesse sgomitare nel gruppo.

La corsa è ancora lunga. Quando le primarie finiranno potremmo avere due candidati molto scontati o decisamente anomali. Da qui al 2016 ci sarà da divertirsi.

Due idee di mondo e il caos in Siria

Se per un secondo facciamo finta che siano le idee a muovere le cose, le diverse prese di posizione di Obama e Putin su come agire in Siria sono uno spaccato di due visioni opposte del mondo. Ovviamente bisogna chiudere gli occhi e immaginare che in ballo non vi siano interessi e calcoli politici, oltre che fare un bel reset della storia più dei rapporti dei due paesi in questione con la Siria. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu dello scorso 28 settembre i leader mondiali hanno espresso la loro posizione su come risolvere l’ormai irrecuperabile situazione siriana. I presidenti degli Stati Uniti e della Federazione Russa sono stati i capifila di due opposte fazioni. Per il presidente degli Stati Uniti Bashar al-Assad è un tiranno, per quello russo è sbagliato non collaborare con lui perché le alternative potrebbero essere molto peggio. Maggior bene possibile contro minor male possibile.

La questione è antica, e pone un interrogativo profondo al modo di interpretare le relazioni internazionali. Fino a che punto intervenire? Meglio un ingiusto ma stabile status quo o agire per rimuovere leader sanguinari? E poi? Le conseguenze dei recenti interventi in Libia e in Iraq per rimuovere un regime autoritario non sono un ottimo sponsor per la linea “interventista”. Per la Siria, molti stati immaginano un governo di transizione. La questione è se Assad debba o meno farne parte. Potrebbe essere questo il compromesso su cui trovare l’accordo, che ad oggi pare comunque molto lontano. L’opposizione siriana, però, si è detta indisponibile a collaborare con Assad, e ha dichiarato di non considerare più l’occidente (diviso e incoerente) un alleato nella lotta al dittatore.

La verità è che il regime di Assad non è più da tempo un elemento di stabilità in medio oriente. Le truppe governative controllano ormai meno della metà del territorio nazionale, mentre lo Stato Islamico continua ad avanzare. L’immagine di un Assad da aiutare per sedare la ribellione interna è dunque distorta. Il presidente Putin e chi la pensa come lui sarebbero più onesti se parlassero di “riconquista” più che di “stabilizzazione”. Non meno complessa sarebbe la scelta di appoggiare i ribelli. L’opposizione definita “moderata”, “laica” o “democratica” è in grande difficoltà, assorbita o neutralizzata dallo Stato Islamico. Non ostacolando l’avanzata dell’Isis, il regime siriano sperava di ostacolare le altre forze ribelli, ma ora si trova ad affrontare un nemico più crudele e organizzato.

Mentre dunque nel mondo ovattato delle diplomazie e delle sedi Onu va in scena l’ennesimo round tra Obama (e con lui l’Europa) e Putin, la situazione in Siria si complica giorno dopo giorno. Il fattore tempo gioca a favore del leader russo, che ha davanti altri 3 anni di mandato, mentre Obama è ormai all’ultimo anno alla Casa Bianca. Il suo successore potrebbe essere dell’altra scuola.

Per approfondire:

la Repubblica – Siria: prove d’intesa Obama-Putin, ma i due restano lontani

la Repubblica – Onu, Obama: “Assad brutalizza popolo serve leader”. Putin: “Un errore non collaborare con Damasco”

Le Parisien – Syrie: l’opposition rejette tout futur avec Bachar al-Assad

Marino, il sindaco sotto assedio

Aveva iniziato in bicicletta, oggi il sindaco di Roma Ignazio Marino gira con una nutrita scorta. Assediato da partiti d’opposizione, parti del Pd e dai giornali, in particolare quelli di destra. Molti quotidiani hanno iniziato nei confronti dell’ex medico una campagna asfissiante, fatta di commenti quotidiani sulla sua incapacità e ironie volte a delegittimarlo. In questa campagna permanente si mischiano critiche sensate a non-notizie che servono solo a montare la rabbia nei suoi confronti. Specifico subito che non intendo prendere le difese di Marino, non esente da errori. Non intendo nemmeno entrare nel merito delle vicende di Roma, di cui so troppo poco. Mi soffermo solo sul modo che hanno molti giornali di trattare tutto ciò che riguarda il sindaco. Modo che ritengo lontano da una corretta critica e più vicino all’attacco personale.
Ma passiamo ai fatti. Ignazio Marino viene eletto sindaco di Roma il 12 giugno 2013, poco più di 2 anni fa. Ora, pensare che in così poco tempo un uomo possa risolvere i radicati problemi di una città come Roma (quanto radicati, ce lo dice l’inchiesta Mafia Capitale) è alquanto naif. Si può accettare che a invocare le dimissioni del sindaco come soluzione finale per i mali della città siano i partiti d’opposizione. Meno accettabile è che a fare lo stesso, in modo più o meno esplicito, siano i giornali, che dovrebbero fare informazione. Il quotidiano romano “Il Tempo”, di proprietà del palazzinaro Domenico Bonifaci, ha iniziato a marcarlo a uomo, regalandogli spesso la prima pagina. Il giornale è in crisi e cerca nuovi acquirenti, e forse per risollevare le proprie sorti tenta la via del sensazionalismo, della linea dura contro Marino e contro gli immigrati.
Inutile dire che una linea altrettanto dura (anche se più da lontano) la seguano “Libero”, “Il Giornale” e “Il Fatto Quotidiano”. Anche giornali dai toni più moderati non si fanno però mancare l’occasionale polemica. L’ultima è quella che coinvolge Papa Francesco, che sull’aereo di ritorno da Philadelphia ha dichiarato di non aver mai invitato il sindaco al Eight World Meeting of Families. Da questa dichiarazione sui giornali è nato un presunto attacco del Papa a Marino, che intanto prova a difendersi dicendo di non aver mai detto di essere stato invitato dal Pontefice. Vedremo se questo malinteso si risolverà, ma intanto per il traballante Marino passare come inviso all’uomo più popolare del mondo non è certo un toccasana. Del sindaco sono state poi criticate le vacanze estive, viste come una fuga dalla città a pezzi proprio nei giorni dello scandaloso funerale dei Casamonica.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ripeto, per quanto in carica da poco, Marino non è esente da colpe. Come segnalato dal Fatto Quotidiano, per esempio, il sindaco non ha invertito la dannosa abitudine degli appalti concessi senza gara. Secondo il report dell’Autorità Nazionale Anticorruzione riferito al periodo 2011-2014, l’87% degli appalti (per un totale di 1 miliardo e 364 milioni di euro) della sotto la Giunta Marino è stata assegnata con “procedure negoziate”, ovvero senza gara. Con la giunta Alemanno erano il 36%, ma per un importo complessivo raddoppiato. Non bisogna poi dimenticare che pezzi della Giunta Marino sono coinvolti in Mafia Capitale. C’è però il sospetto che a pesare di più sulla reputazione del sindaco siano polemiche sterili come quella sulle vacanze estive.

L’Europa si spacca sui migranti

Il Parlamento Europeo è formato da membri di partiti europei, ma le divisioni più sostanziali in seno all’Unione sono di tipo geografico. Lo scorso 22 settembre i ministri dell’Interno riuniti al Consiglio dell’ Unione Europea hanno dovuto imporre la spartizione in quote di 120 mila profughi votando a maggioranza qualificata. È un fatto insolito per quest’istituzione, che di solito vota le sue delibere all’unanimità per tutelare gli interessi di tutte le nazioni rappresentate. La scelta è stata però necessaria vista la resistenza a oltranza di alcuni paesi dell’Europa dell’est e centrale. I rappresentanti di Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania hanno votato contro, quello della Finlandia si è astenuto. La Polonia ha dato con una certa riluttanza il suo “si” in cambio di alcune concessioni sull’obbligatorietà delle quote che hanno suscitato non poche perplessità in chi sperava in un accordo più significativo.

 
Dei quattro paesi che hanno votato contro, tre sono retti da governi di “centrosinistra”, con partiti appartenenti al partito socialista europeo come azionisti di maggioranza. Questo per dire quanto poco peso abbiano in questa circostanza le divisioni tra “destra” e “sinistra”. La questione dei migranti divide l’Europa sull’asse est-ovest. In questa battaglia si schierano contro la solidarietà paesi poco colpiti dal fenomeno migratorio come Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. Diverso il caso dell’Ungheria, diventata una delle porte d’accesso d’Europa. Il governo retto da Viktor Orbán alza muri ai confini per fermare l’onda umana, sollevando inquietanti paragoni storici. Il partito di Orbán è il Fidesz, e fa parte del Partito Popolare Europeo. Lo stesso partito della cancelliera tedesca Merkel celebrata poche settimane fa come “Angela dei migranti” e del presidente della Commissione Junker, sostenitore delle quote in tempi non sospetti. 
 
L’altro uomo-simbolo degli anti-quote è diventato il primo ministro slovacco Robert Fico, leader del partito social-democratico. Fico ha recentemente dichiarato il proprio paese disponibile ad accettare una quota ridicola di profughi siriani (200) e solo a patto che fossero cristiani, per proteggere l’identità culturale slovacca dall'”invasione” musulmana. Dichiarazioni “non il linea con i valori progressisti” secondo il capogruppo dei socialisti al Parlamento Europeo Gianni Pittella, che ha chiesto al presidente del partito Stanišev  di valutare l’allontanamento del premier polacco e del suo partito, lo Smer. Pittella ha poi sollecitato un intervento simile dei popolari nei confronti di Orbán, ma al momento nulla sembra muoversi in quella direzione.

La spaccatura sui migranti va dunque ben oltre la normale dialettica tra “socialisti e popolari” o “progressisti e conservatori”, e chiama in causa ragioni storiche ben più profonde e radicate. Il rifiuto di paesi come Slovacchia e Repubblica Ceca si può leggere come volontà di difendere un’identità nazionale conquistata di recente. Molti paesi dell’est stanno invece vivendo una stagione di nazionalismo di ritorno. Lo scorso agosto la Polonia ha eletto presidente della Repubblica il populista euroscettico Andrzej Duda, mentre in Ungheria le posizioni di Orbán sono moderate se confrontate con quelle del Jobbik, partito di estrema destra che alle elezioni del 2014 ha raccolto il 20% dei voti. L’accoglienza dei migranti pone insomma interrogativi profondi al sogno d’integrazione europea.

Luca Sofri e le "Notizie che non lo erano"

Un viaggio tra i piccoli grandi vizi del giornalismo italiano. Con il suo “Notizie che non lo erano – Perché certe storie sono troppo belle per essere vere”, il direttore del Post Luca Sofri svela alcuni dei meccanismi perversi dell’informazione nostrana. La tesi di fondo del libro è che spesso chi si strappa i capelli per l’inesorabile declino dell’informazione, di questo declino è il primo responsabile. Si tratta dei grandi quotidiani, tanto solenni nel condannare i difetti del grezzo giornalismo online quanto tempestivi nell’assimilarne alla perfezione le dinamiche. Con la differenza che tali testate hanno in genere molti più mezzi degli altri per decidere la diffusione della notizia. Chi gioca a fare la vittima è insomma carnefice, e si nasconde vigliaccamente dietro il presunto “popolo del web” o altre invenzioni del genere per giustificare il caos quotidiano di notizie, smentite e bufale.
Il libro si legge velocemente, e a tratti è molto divertente. Particolarmente incisivo il capitolo sui titoli, spesso l’unica parte dell’articolo a essere letta, e ormai diventati un modo per implorare il lettore di aprire l’articolo. È il trionfo delle “rivelazioni choc” che poi choc non sono, dell’“ira di”, di virgolettati che poi non corrispondono alle reali parole del protagonista del pezzo. Più il titolo è clamoroso, più è alto il rischio bufala. Quando poi si scopre che si è scritto una cosa non vera o forse non vera allora spunta il “giallo del…”, le voci “amplificate dalla rete”, i “tam tam su Facebook” e i “cinguettii su Twitter”, quando alla sorgente della bufala vi sono spesso le stesse testate. Inutile dire che del fatto si perdono le tracce.

Viene da chiedersi come abbiamo fatto a credere (per dirne una) che davvero Papa Francesco uscisse di notte dal Vaticano per assistere i bisognosi. Il Papa era in carica da pochi mesi, e questa storia ben si applicava alla sua immagine, oltre a essere oggettivamente clamorosa. Insomma, funzionava. Poco importava che la fonte fosse incerta e la notizia falsa. Dopo l’inevitabile smentita dall’ufficio stampa del Vaticano altrettanto inevitabile è nato il “giallo” delle uscite notturne di Bergoglio. Quanti ancora crederanno che quella storia fosse vera? In quanti ci fidiamo di statistiche (8 milioni di italiani che si affidano all’ipnosi, 6 milioni di analfabeti) condotte da agenzie che non esistono? Si, succede anche questo, e molto più spesso di quanto crediamo.

Quello che l’autore denuncia non è tanto il fatto che vengano fatti degli errori, quanto che tutto questo avvenga di proposito. L’obiettivo è sempre e comunque arrivare prima degli altri, e possibilmente con un titolo ad effetto. In tutto questo si perdono le buone prassi della verifica delle fonti e dell’approfondimento. Il tono è rilassato e mai inquisitorio, ma la conclusione è amara: non è vero che la qualità paga. In genere in rete vince chi si adatta meglio a questa logica deleteria. La corsa a pubblicare bufale sembra non avere mai fine, e intanto queste bufale diventano verità per lettori che sulla base di queste balle formano le proprie opinioni e vanno a votare. Uno scenario poco incoraggiante.

Miss Italia e il paese degli indignati

La nuova Miss Italia avrebbe voluto vivere negli anni della seconda guerra mondiale “perché tanto la guerra la facevano gli uomini”. Vergogna! Ignorante! Sgualdrina! E pure cessa, aggiunge qualcuno. Alice Sabatini non aveva nemmeno finito di pronunciare quelle parole, che i custodi della memoria storica nazionale già si stavano mobilitando per salvarci da questo scandaloso vuoto di valori, imbeccati ad arte dai giornali, rapidissimi a gettare in pasto alla rete la gaffe della ragazza.
Ormai siamo del tutto abituati all’idea che chiunque vada in televisione abbia qualcosa di intelligente da dire. Così chiunque venga invitato in un talk show è “opinionista”, o peggio “intellettuale”, mentre gli intellettuali veri tendono a stare alla larga da questo circo. Oppure sono costretti a reinventarsi per sopravvivere, come il povero Sgarbi, conosciuto più come giullare da salotto che come critico d’arte. Parlano poco, e quando lo fanno quello che dicono rimane per gli addetti ai lavori.
E noi, assidui custodi della Cultura e della Morale crediamo di fare il nostro dovere inveendo contro chi è pagato per mostrare il proprio corpo o dare dei calci a un pallone. Così Miss Italia non può concedersi gaffe storiche, e ci scandalizziamo se Cassano (Cassano!) dice che se uno è gay è un “problema suo”. Ah, in tutto questo non ci passa per la testa che quelle parole siano figlie dell’emozione di una ragazza che arriva in finale di Miss Italia, o una messinscena della rete per richiamare l’attenzione sulla manifestazione. E magari anche di un po’ d’ignoranza, ma in fondo chissenefrega, è solo Miss Italia.

L’India dell’hi-tech e la carne delle mucche

L’India è un gigante di 1 miliardo e 250 milioni di abitanti, secondo per popolazione solo alla Cina. Decimo stato per Prodotto Interno Lordo, si prevede che nel 2017 il suo tasso di crescita economica supererà quello cinese. Tra i motivi del sorpasso, un maggior tasso di crescita della popolazione, che lo porterà a essere il paese più popolato del pianeta nel giro di una ventina d’anni. L’altro fattore è un’impetuoso e costante sviluppo tecnologico, reso possibile da un alto di livello di scolarizzazione in ambito scientifico. Caratteristiche che rendono l’economia indiana più dinamica di quella cinese. Si prevede che col tempo il tasso di crescita di entrambi i colossi asiatici comincerà a ridursi, fino ad allinearsi a quelli delle “mature” economie occidentali. Quando questo succederà, secondo molti l’India sarà un attore di primissimo piano nello scacchiere internazionale.

Può sorprendere che in un paese con queste caratteristiche, nel 2015 venga vietata la carne di manzo per motivi religiosi. La dottrina Indù applicata nel modo più rigoroso vieterebbe il consumo di qualsiasi tipo di carne. La paura provata dall’animale al momento della macellazione si imprimerebbe nelle sue carni, e conferirebbe tratti animaleschi a chi le consuma. Inoltre le mucche in India sono considerate sacre per antica tradizione. È del marzo scorso la firma da parte del presidente della Repubblica Pranab Mukherjee di una legge (in sospeso da 20 anni) che vieta la macellazione del manzo nello stato centrale del Maharashtra. Inoltre, per i 4 giorni della festa indù del Paryushan non è stato consentito vendere o consumare quel tipo di carne, a prescindere dalla religione individuale. La questione è dunque di estrema attualità. In molti stati amministrati dal partito conservatore Bjp, i governatori sembrano facciano a gara a imporre le misure più restrittive, a tutela della cultura nazionale. Il Times of India ha scritto che “..in India i tabù alimentari stanno diventando l’equivalente della blasfemia in Pakistan”, e come sia “..in corso una strisciante invasione della vita privata e delle scelte individuali”.

Il Bjp è lo stesso partito del premier indiano Narendra Modi, e costituisce un mix di pragmatismo economico e tradizionalismo. Modi ha infatti vinto le elezioni del maggio 2014 promettendo uno stato moderno, e una volta in carica ha avviato un’agenda economica di stampo liberista. Dall’altro lato, si erge a paladino della cultura tradizionale indiana, e da qui iniziative positive come la prima “Giornata internazionale dello yoga” o insensate e anti liberali come il divieto di macellare carne di manzo. Dinamismo economico da un lato e tradizionalismo dall’altro sono un binomio che descrive anche la nazione indiana.

Un tale tipo di nazionalismo in un paese destinato a giocare un ruolo fondamentale nel mondo globalizzato dovrebbe essere un campanello d’allarme per la comunità internazionale. Ci piace cullarci nell’idea che ad avere successo siano solo stati rispettosi dei diritti individuali, e attenti allo sviluppo economico dello stato oltre che alla sua mera crescita. Ma non è così. Lo sviluppo oltre che aspetti economici comprende anche fattori sociali e culturali, tra cui la tutela dei diritti fondamentali. In certe parti dell’India in nome della tradizione si giustifica lo stupro di gruppo di donne scoperte a tradire il marito, e in nome della religione lo Stato non concede il sacrosanto diritto di scegliersi liberamente la cena. In questo contesto non c’è da sorprendersi che l’India stia vivendo una stagione di crescente intolleranza religiosa.

Qui l’editoriale del “Times of India”, critico nei confronti del divieto di consumare carne rossa.