Lo humor di "Libero" e "Il Giornale"

La maggior parte dei quotidiani italiani di oggi apre con il caso Wolkswagen. Tra i vari titoli di apertura si distinguono (come accade spesso) quelli di “Libero” e “Il Giornale”. I due quotidiani in questione hanno in comune un orientamento politico molto simile e uno stile sensazionalistico e aggressivo. Uno dei loro bersagli preferiti è la cancelliera tedesca Angela Merkel, già appellata con termini come “culona” in passato.
Merkel è la personificazione di quella Germania precisina e bacchettona che proprio simpatica non è. Il Giornale e Libero soddisfano le pulsioni anti-tedesche di molta parte dell’elettorato di destra berlusconiano e oggi anche leghista. “I furbetti tedeschi” titola Il Giornale, di proprietà di Berlusconi, che tira in ballo la cancelliera nell’occhiello: “La Merkel ha fuso”. Libero è ancora più graffiante: “Merkel al volante pericolo costante”. La prima pagina del quotidiano di Maurizio Belpietro è poi occupata dal disegno di un furgoncino Wolkswagen scassato, guidato da una Merkel con l’occhio nero e da cui si affacciano Renzi, Hollande e Tsipras, che con la vicenda non c’entrano granché ma che stanno sempre bene. Guarda caso tutti leader di sinistra.
Qualcuno potrebbe anche apprezzare questo senso dell’umorismo. A me ricorda molto lo studente dell’ultimo banco che gode quando anche va male anche al primo della classe.
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Varoufakis bacchetta il Corriere

A pochi giorni dal voto in Grecia, Yanis Varoufakis concede un’intervista al Corriere della Sera. Passano poche ore, e sul suo blog dell’ex ministro ellenico compare il link che rimanda al colloquio. Con una precisazione: “Attenzione, il testo italiano è un riassunto delle mie risposte e, secondo me, offre una versione distorta delle mie risposte originali in inglese (compreso l’orribile titolo), che potete leggere qui…”. Segue una versione in lingua inglese della stessa intervista, in cui molte domande appaiono formulate in altro modo, alcune risposte più ampie e altre cambiate di posizione.
La verità è che chiunque realizzi un’intervista non la riprodurrà mai tale e quale nella versione scritta. È capitato anche a me, nella mia breve carriera di cronista locale, di tagliare risposte ritenute non interessanti, di riassumere il pensiero dell’intervistato se ritenuto troppo prolisso, o di scrivere domande in modo diverso da come le avevo pronunciate. Capita anche di dover correggere eventuali errori grammaticali di chi parla, anche se questo si suppone non sia il caso di Varoufakis. Le ragioni possono essere molteplici: dallo spazio a disposizione all’appeal del testo. Come per ogni altro articolo, il giornalista ha un certo potere di editing sul proprio prodotto. Il punto è fino a che punto può esercitarsi questo potere?
Se nella forma il giornalista è sostanzialmente padrone di plasmare il testo come meglio crede, lo stesso non può dirsi per il contenuto. Il confine tra forma e contenuto è però più sottile di quanto si possa immaginare. Talvolta basta modificare l’ordine delle domande, scomporre le risposte e ordinarle in modo diverso per dare all’intervista un taglio diverso o addirittura opposto rispetto alle intenzioni di chi parla. Ed è esattamente quello che Varoufakis ritiene sia successo.
In effetti, dall’“orribile” (per dirla con l’ex ministro) titolo italiano (Crisi Grecia, Varoufakis: “Tsipras? Ha firmato la capitolazione Io sono libero, ho perso i falsi amici) sembrerebbe che per lui il premier Tsipras sia un “falso amico”. Messaggio che non traspare assolutamente nell’intervista, e ottenuto tramite un sapiente collage di frasi e mezze frasi, ma che sicuramente mette un po’ di pepe alla storia.

Il bambino in prima pagina

Qualche giorno fa, la scelta di molti quotidiani di tutto il mondo di pubblicare la foto del corpo di Aylan aveva suscitato un acceso dibattito. Pubblicare o non pubblicare la foto di un bambino morto suscita interrogativi etici profondi sull’etica del giornalismo. “In che modo miglioro la qualità dell’informazione pubblicando questa foto?”. Questa dovrebbe essere la domanda che ogni redazione deve porsi quando decide di pubblicare un’immagine, in particolare quando si tratta di scatti “delicati” come quello in questione.
Praticamente tutte le redazioni che scelsero di mostrare quell’immagine giustificarono la propria scelta con la volontà di “smuovere le coscienze” dei lettori, e di far fare un passo avanti al dibattito sull’immigrazione in Europa.Una spiegazione che implica l’assoluta eccezionalità della foto, destinata a entrare nel pantheon delle immagini “storiche”.
Spiegazioni che vanno però in frantumi quando la foto al bambino diventa un cliché. Questa mattina i quotidiani “La Stampa”, “Il Secolo XIX”, “L’Unità” e “Avvenire” mostrano in prima pagina una bambina siriana in pigiama che gattona davanti ad agenti in tenuta antisommossa a difesa del confine tra Turchia e Grecia.
Fare continuo ricorso a immagini del genere significa spacciare pietismo, colpire l’emotività del lettore più che informarlo. Significa anche dare ragione ai cinici, per cui dietro a tutti quei paroloni sull’etica dell’informazione si nasconde la volontà di vendere qualche copia in più.
Noi lettori di oggi siamo bombardati di immagini 24 ore al giorno. Trovare qualcosa che possa sconvolgerci è sempre più difficile. Quando saremo ormai assuefatti anche alle foto di bambini morti sarà difficile trovare qualcosa che possa ancora colpirci.

Sinistre

Domani ci saranno nuove elezioni in Grecia, e i sondaggi danno Syriza e Neo Demokratia molto vicini. A contendersi la vittoria sono dunque una destra e una sinistra, come nella miglior tradizione europea. Il binomio torna in Grecia dopo anni di terremoto politico, che hanno portato al centro del ring partiti come Syriza e mostruosità come Alba Dorata. Syriza è stata in grado di occupare la voragine lasciata dal vecchio Pasok, e a diventare la forza principale della sinistra. Il prezzo è stato perdere parte della propulsione “rivoluzionaria” delle origini, com’è scientifico per qualsiasi partito si misuri con la difficoltà di governare. Quanto il conto di questa “normalizzazione” sarà salato ce lo dirà il successo di forze come “Piattaforma popolare” (nata da una scissione a sinistra di Syriza) e del Kke, il partito comunista greco.
Se in Grecia Syriza ha preso il posto dei socialisti, nel Regno Unito è invece successo che i “ribelli” sono riusciti a scalare i vertici del partito mainstream. Geremy Corbyn è stato eletto leader dei laburisti con uno schiacciante 59% alle primarie del partito. Poco amato dalla vecchia élite del labour, ma molto fuori dalle sedi di partito, Corbyn ha vinto grazie alla valanga di “simpatizzanti” ammessi per la prima volta a votare dietro pagamento di 3 sterline. Molti commentatori sostengono che con Corbyn i laburisti avranno seri problemi a vincere le elezioni del 2020. Quel che è certo è che una sconfessione così netta della linea ufficiale è emblematica della voragine tra il partito e la base. Significativo il misero 4,5% di Yvette Cooper, la candidata più vicina a Tony Blair.
Se la sinistra del Regno Unito ripudia il “blairismo”, in Italia Matteo Renzi non ha mai fatto mistero di ispirarsi all’ex premier britannico, mentre un progetto alla sua sinistra stenta a decollare. Diverso ancora il caso della spagnola Podemos. Benché il leader Pablo Iglesias si mostri spesso in compagnia di Alexis Tsipras, il suo movimento rifiuta l’etichetta “sinistra” e a contenuti chiaramente progressisti ne alterna altri di marca più populista. Inoltre, benché abbia visto giorni migliori, il Partito Socialista Spagnolo non è morto come lo è il Pasok greco.

Curioso come in un mondo sempre più connesso il termine sinistra venga coniugato in modo così diverso a seconda dei contesti nazionali.

Cacofonia europea

Che cosa ha voluto dire il popolo greco con il referendum di ieri? No all’euro? No all’Europa? Oppure no a questa Europa ma si a un’Europa diversa? Ognuno interpreta i fatti greci a proprio uso e consumo. A farlo per primi sono i leader europei. Mai uniti su nulla, per una volta si sono ritrovati compatti sul sostegno al “si”, al di là delle dovute dichiarazioni di “rispetto” della volontà popolare degli ellenici. Il presidente del Consiglio italiano Renzi è stato netto nel definire la consultazione una scelta tra l’euro e la dracma. I tedeschi hanno allo stesso modo voluto drammatizzare l’esito del voto, anche a urne chiuse. Tra le prime reazioni europee, spicca infatti per chiarezza quella del leader della Spd tedesca Gabriel, per cui il no è la chiusura di tutti i ponti tra Europa e Grecia. Non proprio un ramoscello d’ulivo. Più convincente per i greci è stato però Alexis Tsipras, per cui il no significa il rilancio per una diversa impostazione dell’Europa. Mai infatti il Primo Ministro greco ha parlato di grexit, ipotesi che invece pare inizi a non dispiacere ad alcuni dei creditori.
Le tappe di avvicinamento alla giornata di ieri dimostrano una volta di più quanto la narrazione europea sia strettamente legata ai contesti nazionali. Per i popoli del mediterraneo è evidente che questa Europa non funzioni. Lo vivono ogni giorno sulla propria pelle. Per questo sui canali televisivi italiani gli esponenti politici di tutti i colori sostengono la necessità di un cambiamento nella linea economica europea. Ciò che è ovvio per i mediterranei, non lo è invece per i paesi del nord Europa. Per loro la situazione attuale va più che bene, e non ci pensano neanche a venire incontro a paesi che non sono stati in grado di ridurre il debito e fare le riforme necessarie (per loro). Diverso ancora il discorso dei paesi dell’est Europa, allineati alla cancelliera Merkel per ragioni geopolitiche.
Ogni nazione ha insomma la propria idea di quello che sta succedendo. Ogni “opinione pubblica” nazionale si informa sui propri mezzi d’informazione, e di conseguenza trova semplicemente incomprensibile il punto di vista altrui. Il risultato è una cacofonia in cui capire è impossibile. Un sempre minor affetto nei confronti dell’Unione Europea è la logica conseguenza. Chi parla della necessità di una maggiore integrazione europea spesso dimentica la necessità di un linguaggio europeo comune, senza il quale gli europei continueranno a giudicare ciò che accade dall’altra parte del continente in base a quello che succede nel cortile di casa.
Tornando alla domanda iniziale: che cosa hanno voluto dire i greci con il “no” di ieri? Difficile leggere un risultato univoco che vada oltre una forte volontà di rivalsa verso le élite europee. L’ambiguità abita innanzitutto nel fronte del “no”. Insieme ai sinceri sostenitori di Tsipras che hanno votato davvero per un’Europa diversa hanno votato i greci che vogliono invece tornare alla dracma. Nazisti di Alba dorata, sostenitori dei “Greci indipendenti”, del Kke o dell’ala dura interna alla stessa Syriza, hanno dato un significato del tutto diverso al loro “no”. Il risultato non è inoltre per niente plebiscitario. Al di là del fatto che 4 elettori su 10 hanno detto “si”, 4 cittadini greci su 10 non sono andati a votare.
Quello che succederà nei prossimi giorni dipenderà molto dall’atteggiamento dei paesi creditori europei. Se è vero che sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico, è vero anche che una punizione magistrale della Grecia rafforzerebbe tutti i partiti e i movimenti euroscettici o anti-europeisti del sud, e allargherebbe il fossato tra l’area mediterranea e il resto d’Europa. Il referendum greco ha avuto in ogni modo il merito di aver spostato il dibattito dall’economia alla politica. Quello che è stato forse il più serio attacco alla politica del rigore potrebbe paradossalmente essere davvero il primo passo verso un cambiamento in positivo dell’Unione Europea. Dipenderà dalla volontà delle parti in causa di iniziare davvero a parlare la stessa lingua.

Un Eco apocalittico

Non c’è nulla di nuovo nelle parole con cui Umberto Eco ha criticato il fenomeno internet, prima di ricevere la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei Media” all’Università di Torino. Nel corso del ‘900, ogni innovazione tecnologica ha visto uno stuolo di intellettuali pronti a farle la guerra, su posizioni più o meno radicali. Se per  Karl Popper la televisione era “cattiva maestra”, qualche decennio prima toccò alla radio essere indicata come responsabile dell’allontanamento dei giovani dalla lettura. Persino il cinema era considerato colpevole di non far riflettere gli spettatori, al contrario dell’opera d’arte o della parola scritta. Eppure oggi la cinematografia è considerata tra le espressioni culturali più elevate. E se oggi ci lamentiamo che la maggior parte delle persone non legge più il giornale, nel XIX secolo Nietzsche invitava ad “Astenersi dai giornali!”, in quanto espressione di cultura bassa e volgare. Procedendo a ritroso, si può arrivare a Socrate, che nel V secolo a.c. riteneva la parola scritta dannosa per la memoria.

Ognuna di queste critiche immersa nel proprio contesto storico aveva una parte di verità. Oggi, allo stesso modo, molta verità c’è anche nelle parole di Eco. “I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. A chiunque legga questa frase vengono in mente almeno 2 o 3 esempi. “Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi a tacere, ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. Internet sarebbe insomma lo strumento che trasforma lo “scemo del villaggio” in “detentore della verità”.
Impossibile non inserire queste parole nel lungo dibattito sul rapporto tra tecnologie e cultura, iniziato nell’antica Grecia di Socrate e oggi più concentrato che mai sul fenomeno internet. Dibattito a cui Eco ha già partecipato nel 1964 con “Apocalittici e integrati”, saggio che riflette sulla cultura di massa e le conseguenze che su di essa hanno i mezzi di comunicazione. Gli “apocalittici” sono quelli che a ogni innovazione gridano alla fine della cultura, gli integrati quelli che si lanciano con entusiasmo su ogni innovazione senza riflettere sulle conseguenze. Un giusto spirito che non demonizzasse la novità senza però sottovalutarla è la giusta via indicata da Umberto Eco. Eppure, a distanza di mezzo secolo lo stesso Eco sembra essere passato dalla parte degli “apocalittici”.

Il problema indicato dall’autore del “Nome della rosa” è reale. Internet è pieno di idioti e di persone pronte ad approfittarne, che siano politici o siti che sfornano bufale. Il web è però una realtà di fatto, oltre che uno strumento capace di offrire opportunità reali. Forse è ancora necessaria un'”educazione” alla rete, che si svilupperà in automatico e (auspicabilmente) con il supporto della scuola e di quanti già oggi educano alla “navigazione responsabile”. Si rassegnino però gli apocalittici: gli idioti esistono, e bisogna conviverci. Oppure, se si è in vena, si può provare a discuterci. Proprio come al bar.

E se l’Italicum si ritorcesse contro Renzi?

Matteo Salvini ha detto più volte che a lui della legge elettorale non importa nulla. Con questa premessa, il leader della Lega si è tirato fuori dal dibattito intorno all’Italicum, la legge figlia del governo Renzi che entrerà in vigore nel 2016. Ma se davvero vuole puntare a vincere le elezioni del 2018 (sempre che la legislatura vada avanti fino alla fine), Salvini non può che adattare la propria strategia alla nuova legge. Cosa che probabilmente sta già facendo. Intervistato telefonicamente dal Secolo XIX, il segretario leghista ha confermato di puntare alla leadership del centrodestra, aprendo per il momento solo a Berlusconi. Alfano per ora è ancora un nemico, ma in Liguria sostiene il neo presidente Toti proprio come la Lega. Non è impensabile che in nome del pragmatismo i due si ritroveranno compagni di coalizione anche alle prossime elezioni politiche. Questo comporterà un cambio nel messaggio politico per attirare i moderati? “Col cavolo”, è la risposta di Salvini. Nessun leader politico riconoscerà mai di “vendere” gli ideali per la vittoria, ma in questo caso potrebbe trattarsi non solo di una promessa.

Una delle regole auree della lotta politica è che per vincere bisogna conquistare il “centro”. Se a fronteggiarsi sono una destra e una sinistra vince chi convince gli indecisi. L’Italicum potrebbe però cambiare tutto. La legge elettorale votata lo scorso 4 maggio prevede infatti il doppio turno. Immaginiamo questo scenario. Il Pd di Renzi vince il primo turno con il 35% dei voti. Non avendo raggiunto la soglia del 37%, è necessario il secondo turno, tra il Pd e la seconda lista più votata. Al secondo posto c’è la Lega. A quel punto l’esito del secondo turno potrebbe non essere scontato, grazie ai voti che Salvini potrebbe incassare da altri pezzi del centrodestra o persino da elettori del Movimento Cinque Stelle.

Un sistema a doppio turno è previsto anche in Francia. Nel 2002 Jean Marie Le Pen arrivò a sorpresa secondo e passò al ballottaggio contro Chirac. Il leader gollista si impose con un secco 82%. A suo sostegno si mobilitò il cosiddetto “fronte repubblicano”, ovvero i gollisti stessi, i centristi, i socialisti e persino la sinistra, tutti uniti contro l’incubo Front National. In Italia chi formerebbe il “fronte repubblicano?”. Chi accorrerebbe in difesa del Pd in nome dei valori della Repubblica? Il centrodestra al di fuori della Lega rischia di sparire. Il Movimento Cinque Stelle? Difficile immaginarsi il movimento fondato da Beppe Grillo accorrere a sostenere colui che il leader chiamava l'”ebetino di Firenze”.

Più facile immaginarsi il Movimento Cinque Stelle nelle vesti di competitor in un ipotetico secondo turno. In questo caso l’avversario potrebbe rivelarsi persino più insidioso, come dimostra il caso Parma. La città ducale premiò il “grillismo ragionevole” di Federico Pizzarotti contro il candidato del Pd. Lo stesso potrebbe avvenire nel 2018. I volti nuovi e più rassicuranti di quelli di Grillo e Casaleggio non mancano, e stanno conquistando sempre più spazio mediatico e sempre più potere nell’organizzazione del Movimento.

Il meccanismo del doppio turno potrebbe mettere nei guai il Partito Democratico persino in una delle sue roccaforti storiche come Genova. Le elezioni regionali che hanno premiato Giovanni Toti hanno rivelato una crisi del Pd genovese, mentre il Movimento Cinque Stelle è il primo partito e la Lega in crescita. A differenza dell’Italicum, la legge elettorale per i Comuni prevede le coalizioni. A quel punto il centrodestra potrebbe ripetere il “modello Toti” e riunirsi sotto un’unica bandiera. Magari quella di Edoardo Rixi, che già nel 2012 si candidò a sindaco e quest’anno si è visto sfilare “a tradimento” la candidatura a Presidente della Regione.

Bouna Traoré e Zyed Benna, la rabbia delle banlieues e la Francia sempre più a destra

C’è un filo rosso che lega Clichy-sous-bois all’undicesimo arrondissement di Parigi, la cabina elettrica in cui 10 anni fa persero la vita Bouna Traoré e Zyed Benna alla redazione di Charlie Hebdo massacrata lo scorso gennaio. Un filo di rabbia. Una rabbia risvegliata dalla sentenza che lunedì notte ha assolto Stephanie Klein e Sebastien Gaillemin. La notte del 27 ottobre 2005, Gaillemin era tra i poliziotti di guardia che incontrano Traoré e Benna, 15 e 17 anni. I ragazzi scappano, e cercano rifugio in una cabina elettrica. “Se entrano in quella cabina non scommetto per la loro vita”, dice Gaillemin al telefono. Dall’altro lato della cornetta c’è la centralinista Klein. I due ragazzi muoiono, e i due poliziotti vengono indagati per omissione di soccorso. Dieci anni dopo vengono assolti: non potevano sapere che i due adolescenti fossero in pericolo di vita. Fuori dal tribunale 250 manifestanti protestano contro la protesta. Nel quartiere di Bobigny, dove 10 anni fa iniziarono gli scontri, una donna rimane ferita e i poliziotti sono costretti a chiamare rinforzi.

Quello delle periferie turbolente è un problema serio in Francia. Ciclicamente qualche banlieue di Parigi o di qualche altra grande città va a fuoco. Scarso seguito hanno avuto le iniziative dei governi socialisti che si sono succeduti sotto la presidenza Hollande. Nell’aprile 2014 la ministra dell’educazione Najat Vallaud-Belkacem annunciava un piano di 600 milioni per stimolare gli investimenti in quelle zone, ma il problema delle banlieues viene in genere affrontato solo dal punto di vista dell’ordine pubblico. Dieci anni fa, in un momento particolarmente “caldo”, il presidente Nicolas Sarkozy definiva racaille (feccia) gli autori dei disordini. Oggi esulta Marine Le Pen e tutto il Front National: “giustizia è fatta”.

Bouna Traoré e Zyed Benna facevano parte di una Francia che non ha partecipato alla “marcia dell’orgoglio repubblicano”. Una Francia che non si sente per niente Charlie, che conduce una vita a parte rispetto a quella dei francesi “bianchi”. Vivono in posti diversi, parlano in modo diverso, pregano in modo diverso e diversa è l’economia, che sfugge alle statistiche ufficiali. Questo dualismo tra francesi di serie a e di serie b ha radici profonde. In forte crisi demografica dopo la rivoluzione francese, Napoleone e la restaurazione, la Francia accoglie a braccia aperte la manodopera straniera per foraggiare l’industrializzazione. È in quel contesto storico che nasce il “modello francese”. Orgogliosa della propria unità nazionale che non ammette minoranze culturali, la Francia pretende in cambio dei diritti da cittadino la completa adesione ai valori dello Stato. Il modello va in crisi nel ‘900, quando la migrazione verso la Francia non riguarda più solo paesi cattolici non troppo lontani culturalmente, ma anche e soprattutto africani e asiatici provenienti dalle colonie. La Chiesa cattolica non è in grado di fare presa sui “nuovi cittadini” di religione musulmana, e l’indebolimento di tutte le altre agenzie di socializzazione (scuola, sindacati, partiti) non fa che rendere più difficile l’integrazione.

La presenza di “2 france” sempre più lontane ha alimentato negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso un’ondata di islamofobia sfruttata politicamente dal Front National di Jean Marie Le Pen, il cui testimone è oggi passato alla figlia Marine. Sentimenti diffusi però anche tra gli altri partiti, che per esorcizzare il Front National fanno proprie alcune tematiche tipiche della loro cultura politica. Se questo processo è evidente nell’UMP di Sarkozy, persino un Partì Socialiste in crollo di consensi non è del tutto immune a questa tendenza. C’è che ha letto il veto di François Hollande e del governo francese alla spartizione di migranti tra i paesi dell’Unione Europea come la ricerca di consenso di un presidente in crisi. Alcuni osservatori esperti del dibattito politico in Francia sostengono che lo scenario politico si sia “droitisée”, spostato a destra. Alle presidenziali 2017 c’è il forte rischio di ripeta lo scenario del 2002: un secondo turno tra la leader del Front National (Marine Le Pen) e quello dell’UMP (Sarkozy, giustizia permettendo), con i socialisti fuori dai giochi.

Uno scenario che non incoraggia a pensare un cambiamento nel modo di affrontare il problema delle banlieues. La prospettiva sarà sempre più quella della sicurezza e della necessità di inasprire controlli e repressioni. Difficilmente troverà spazio chi punterà il dito contro un modello sbagliato di integrazione, e chi spingerà per un maggior riconoscimento delle minoranze. Dopo la strage di Charlie Hebdo, il capo del governo Manuel Valls aveva parlato di apartheid, ponendo l’accento sull’abisso che separa le città francesi dalle loro periferie, ma le sue parole non hanno avuto seguito. Senza un cambio di rotta che sia prima di tutto culturale, i sobborghi francesi continueranno a sfornare nuovi fratelli Kouachi, carichi di risentimento e facili bersagli delle propaganda della jihad mondiale.

L’avvocato dei due ragazzi morti Jean-Pierre Minard, vicino al presidente Hollande, ha dichiarato che farà ricorso contro la sentenza. Ciò che dovrebbe far riflettere ancor più che la decisione dei giudici dovrebbe essere il clima di sfiducia permanente che questi cittadini francesi provano verso il loro Stato. Traoré e Benna non si fidavano dei poliziotti che li hanno inseguiti negli ultimi minuti della loro vita, la folla di 200 persone fuori dal tribunale non si fidava dei giudici che hanno emesso la sentenza. La cosa peggiore è che questa situazione viene data per scontata, come un’inevitabile conseguenza dello sviluppo multietnico dei grandi centri urbani. Non è solo la Francia a vivere questi problemi. Diverse città statunitensi tra cui Baltimora e Ferguson hanno recentemente visto esplodere casi di violenza delle forze dell’ordine verso la popolazione afroamericana, e riportato all’attenzione dei media la scarsa integrazione di molta parte di questa popolazione. Anche la Gran Bretagna conosce casi di scontri tra “centro” e “periferia”. L’attuale momento storico rimette in discussione i modelli di integrazione di molti stati occidentali.

Raffaella Paita sotto attacco per i motivi sbagliati

La sera del 9 ottobre 2014, mentre a Genova la pioggia faceva esondare il Bisagno portandosi via la vita dell’ex infermiere Antonio Campanella, tutti già sapevano che a Raffaella Paita, prima o poi, sarebbe toccato un avviso di garanzia. Nelle segrete stanze di un Pd allora alle prese con la preparazione delle primarie, l’unica speranza era che tale provvedimento arrivasse a elezioni finite, possibilmente con l’allora assessore alla Protezione Civile già eletta presidente della regione Liguria. Invece, la Procura della Repubblica ha ritenuto di inviare l’informazione all’interessata a circa 50 giorni dalle elezioni, in piena campagna elettorale. La signora Paita è così stata informata che nei suoi confronti si sono aperte indagini preliminari per omicidio colposo. Nulla di strano, in fondo, visto il ruolo allora ricoperto dall’attuale candidata dem. Insieme a lei è indagata con gli stessi capi d’accusa anche Gabriella Minervini, direttrice del Dipartimento Ambiente, in quei giorni con delega alla Protezione Civile. Anche in questo caso, nulla di strano. Al di là infatti di dubbi e speranze sul quando, tutti erano perfettamente consci che, prima o poi, il provvedimento sarebbe arrivato.
Eppure, quando lo scorso 15 aprile è successo l’inevitabile, la reazione è stata quella di chi scopre l’assassino impensabile alla fine di un romanzo giallo. La stampa ligure ha trovato di che scrivere su elezioni con poco da dire, quella nazionale si è accorta dell’esistenza della Liguria, mentre opposizioni fin qui non pervenute hanno trovato di che parlare. Dopo l’ondata emotiva portata dalle alluvioni dello scorso autunno, il tema era poco a poco sparito dal dibattito politico. Da principale argomento di scontro durante le primarie tra Paita e Cofferati, il tema è stato scalzato da scissioni a sinistra e candidature improponibili a destra. Eppure, quell’informazione di garanzia è stata una miccia, un pretesto finalmente trovato dagli anti-Paita per indignarsi. Si può dire che il dibattito in Liguria si sia riacceso “per via giudiziaria”.
Eppure, il vero scontro sull’alluvione e su un modo complessivo di amministrare la Liguria dovrebbe avvenire per via politica. L’unico ad aver tentato uno scontro effettivamente politico è stato Sergio Cofferati, ma il popolo del centro-sinistra ligure ha ampiamente dimostrato di non aver intenzione di bocciare politicamente il modello “burlandiano”, che la candidatura di Raffaella Paita va a riproporre. Le primarie dello scorso gennaio hanno infatti indicato in via inequivocabile l’orientamento dei democratici liguri, nonostante le legittime polemiche sui brogli elettorali. Eppure, anche gli altri schieramenti in campo sembrano aver trovato slancio solo da questo avviso di garanzia, tanto un Giovanni Toti catapultato in Liguria da Arcore quanto un Movimento Cinque Stelle finora piuttosto in sordina.
Indizi che mostrano quanto il gioco di queste elezioni sia tutto nelle mani della stessa Paita. Davvero difficile, infatti, immaginare che gli elettori liguri possano premiare il marziano Toti. Inoltre le primarie di gennaio hanno dimostrato quanto Paita sia forte in territori tradizionalmente favorevoli al centrodestra. Alice Salvatore del Movimento Cinque Stelle dovrà invece sgomitare per conquistare spazio mediatico, salvo un maggior impegno di Beppe Grillo nell’ultima parte di campagna elettorale. Luca Pastorino di Rete a Sinistra costituisce invece di fatto un prolungamento delle primarie perse da Cofferati, nonché un avamposto della più ampia battaglia all’interno del Pd nazionale. Per quanto possa far bene, difficile pensare che possa superare la madrepatria Pd. A ciò si aggiunga che ciò che sta alla sinistra del partito di Matteo Renzi non è riuscita a esprimere un candidato comune, dal momento che Antonio Bruno sarà il candidato dell’Altra Liguria.
Primocanale definiva lo scontro Paita-Cofferati “la vera sfida per la presidenza della Liguria”, senza concedere evidentemente troppo credito alle altre forze politiche.Se le opposizioni continueranno a rincorrere i guai della candidata Paita, le elezioni del prossimo 31 maggio rischiano di trasformarsi in una ratifica della vittoria della candidata designata.

Isisteria

Oggi pomeriggio lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di ieri al museo del Bardo a Tunisi. La stampa italiana, però, aveva fretta. Questa mattina, l’Isis era già il colpevole sicuro sulle prime pagne di molti quotidiani italiani. Poco importa se la stampa estera più autorevole e anche una minoranza di quella nostrana si scriveva chiaramente che il gesto dei terroristi non era ancora stato rivendicato, e quindi, secondo le regole del terrorismo mondiale, non avevano ancora paternità. L’Isis oggi va per la maggiore. Fa vendere. E allora La Stampa lo mette in apertura “I primi italiani uccisi dall’Isis”, più o meno come Il Tempo: “Ora l’Isis uccide gli italiani”. E così via.
“Isis all’assalto”, “Attentato dell’Isis”, “Strage dell’Isis” dappertutto. Come se fosse l’unico problema del mondo, come se non esistessero altri gruppi terroristici attivi in Nordafrica. Ok, lo Stato Islamico ha subito lodato i terroristi. Ok, visto l’attivismo degli uomini di al-Baghdadi si poteva immaginare che fossero loro i responsabili. Era probabile. Ma l’informazione non si fa con la probabilità. Si fa coi fatti, e il fatto, in quel momento, non sussisteva.
La diffusione virale dei video dello Stato Islamico serve a destabilizzare l’occidente anche dal punto di vista psicologico. Se la stampa perde la lucidità e la capacità di lettura dei fatti, non farà che rendergli il gioco più semplice.