Isisteria

Oggi pomeriggio lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di ieri al museo del Bardo a Tunisi. La stampa italiana, però, aveva fretta. Questa mattina, l’Isis era già il colpevole sicuro sulle prime pagne di molti quotidiani italiani. Poco importa se la stampa estera più autorevole e anche una minoranza di quella nostrana si scriveva chiaramente che il gesto dei terroristi non era ancora stato rivendicato, e quindi, secondo le regole del terrorismo mondiale, non avevano ancora paternità. L’Isis oggi va per la maggiore. Fa vendere. E allora La Stampa lo mette in apertura “I primi italiani uccisi dall’Isis”, più o meno come Il Tempo: “Ora l’Isis uccide gli italiani”. E così via.
“Isis all’assalto”, “Attentato dell’Isis”, “Strage dell’Isis” dappertutto. Come se fosse l’unico problema del mondo, come se non esistessero altri gruppi terroristici attivi in Nordafrica. Ok, lo Stato Islamico ha subito lodato i terroristi. Ok, visto l’attivismo degli uomini di al-Baghdadi si poteva immaginare che fossero loro i responsabili. Era probabile. Ma l’informazione non si fa con la probabilità. Si fa coi fatti, e il fatto, in quel momento, non sussisteva.
La diffusione virale dei video dello Stato Islamico serve a destabilizzare l’occidente anche dal punto di vista psicologico. Se la stampa perde la lucidità e la capacità di lettura dei fatti, non farà che rendergli il gioco più semplice.

Parole forti per pensieri deboli

“Il nemico oggi è il potere centrale e una sorta di nazismo del Nord Europa che ci sta distruggendo” – Alessandro Di Battista.
 
“In Italia è in corso ora, mentre tu stati leggendo questo articolo, un colpo di stato” – Beppe Grillo.
“Padani discriminati, vittima di pulizia etnica” – Matteo Salvini.

In Europa comandano i nazisti, in Italia ci sono colpi di stato quasi quotidiani nonché casi di pulizia etnica causati dall’immigrazione clandestina. E le parole non hanno più alcun valore. Quelle riportate qui sopra sono un minimo estratto di un tipo di dichiarazione a cui ormai siamo assuefatti. Dichiarazioni clamorose, che colpiscono l’immaginario di chi ascolta ma che non hanno alcun evidente contatto con la realtà. Sembra non esista altro modo di comunicare per la nostra classe politica. Guerra, invasione, dittatura, nazismo e molti altri sono termini storicamente pesanti, ormai entrati nel lessico quotidiano dei comizi, dei social network e delle apparizioni televisive.

Con ancora più forza della parolaccia, parole come queste esaltano le tifoserie o per lo meno creano la giuste dose di scandalo, che male non fa (bene o male purché se ne parli, no?). Inutile dire che il dibattito pubblico non ne esce arricchito. Chi dichiara la guerra, la rivoluzione o quant’altro si limita a gettarla in pasto degli spettatori, ma non si prende poi la briga di approfondire, c’è subito un’altra palla di cannone da sparare. I tifosi sugli spalti sentono montare dentro una gran rabbia, ma non sanno di preciso contro che cosa. Il fumo della polvere da sparo copre la scena, i fischi degli spari rendono sordi. Si perde ogni contatto tra la parola detta e il suo significato, l’importante è esagerare, stupire e fare audience.

La violenza verbale è da sempre una componente dello scontro politico, ma oggi è la regola, non l’eccezione, ed è indirizzata alle persone più spesso che ai contenuti. In questo tipo di comunicazione sguazzano i partiti di opposizione populisti come la Lega Nord di Salvini e (anche se in modo meno sistematico rispetto a qualche mese fa) il Movimento Cinque Stelle. Anche le forze di maggioranza non ne sono però del tutto immuni. Ci sono infatti vari tipi di questa violenza verbale. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi non urla e non sbraita, ma sa quando è il momento di usarla e lo fa piuttosto bene. Definire “gufi” tutti quelli che non la pensano come lui è un modo brillante per evitare questioni di merito, e con sole due parole (“Fassina chi?”) ha liquidato per un po’ i malumori interni al suo partito.

Può sembrare paradossale la presenza di toni tanto alti in un momento in cui lo scontro politico effettivo, a ben vedere, è ridotto ai minimi termini. È chiaro infatti che a livello nazionale il Pd di Renzi ha un ruolo chiave, e continuerà ad averlo finché non emergerà un’alternativa credibile. In questo scenario si ha la spiacevole sensazione di avere a che fare con attori piuttosto che con leader politici, alla ricerca della facile indignazione piuttosto che di reali alternative di governo. Lo scatto d’ira artificiale è un’ottima arma per avere la meglio in un dibattito nei talk show televisivi. Quando non si sa più che dire, parlare male degli altri è un porto sicuro.

Questo tipo di linguaggio è anche indotto dai media, in un certo senso è ciò che il pubblico vuole. Genera una gran quantità di fumo, ma l’aria ne è satura al punto che risulta inoffensivo, finché si rimane capaci di prenderlo poco seriamente.

La sfida di Tsipras all’Europa

In democrazia uno dei più efficaci strumenti di controllo degli elettori nei confronti degli eletti è il voto. In un sistema realmente democratico è buona norma quella dell’alternanza tra due forze di governo, di modo che quando una di queste forze dovesse governare male, gli elettori abbiano la possibilità di votare per l’altra forza politica, punendo chi ha fatto male e dando un’opportunità a chi si reputa possa fare bene.

In Europa l’esempio da manuale di questo sistema è l’Inghilterra, dove ad alternarsi al governo sono principalmente conservatori e laburisti. Questo schema di base è stato presto o tardi assunto da molte altre democrazie europee, fino a diventare lo schema prevalente, in genere ritenuto come quello delle democrazie cosiddette “mature”. In Germania i cristiani della Cdu si alternano coi socialisti dell’Spd, in Spagna il governo è retto tradizionalmente da popolari o socialisti, in Grecia dai conservatori di Nea democrazia o dai socialisti del Pasok.

In questi anni di crisi ed euroscetticismo crescente lo schema bipolare si sta rompendo in molti paesi, anche dove sarebbe stato difficile pensarlo fino a qualche anno fa. Se in Francia la presenza di un Front National forte non è una novità, lo è quella di movimenti contrari, scettici o critici all’attuale assetto europeo in praticamente tutti i paesi nell’area euro. In Germania il partito “Alternativa per la Germania” è in crescita ma non ancora esploso, probabilmente grazie alla maggior tenuta economica del paese. In Spagna il partito di sinistra Podemos secondo i sondaggi ha scavalcato il partito popolare del premier Rajoi e i socialisti, e persino in Inghilterra il populista Farage ha ottenuto più voti di conservatori e laburisti alle ultime europee. In Italia convivono due partiti euroscettici, la Lega Nord di Salvini e il Movimento Cinque Stelle. Tuttavia in Italia non c’è mai stata una forte tradizione dell’alternanza di governo, se si escludono gli anni di Berlusconi e Prodi.

Insomma, l’alternanza funziona se c’è una fiducia di fondo nel sistema che regge uno Stato, certezza sulle regole condivise. Quando questa certezza viene meno, nascono nuovi partiti “antisistema”, che possono puntare a conquistare il governo. In Europa si sta producendo una uova frattura, che porta alla nascita e crescita di movimenti e partiti euroscettici o apertamente anti-euro, di destra (Front National in Francia, Ukip in Inghilterra o Lega Nord in Italia), di sinistra (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna) o populisti “puri” (il Movimento Cinque Stelle in Italia).

In Grecia la frattura è stata tanto violenta da portare uno di questi partiti al governo. Anzi, due. Infatti Syriza di Alexis Tsipras per raggiungere la maggioranza assoluta ha stretto un’alleanza di governo con i Greci indipendenti, partito euroscettico di destra, quindi posto su posizioni opposte rispetto a quello del premier. Su tutto, meno che sulla critica agli attuali assetti europei e all’austerità. Con quest’alleanza anomala Tsipras ha scelto di dare un’impronta del tutto “europea” al suo esecutivo, preferendola a quella con forze più ideologicamente affini (come i socialisti del Pasok o i centristi di To Potami) ma decisamente meno decise nella critica alla Troika e alle politiche europee.

D’altrone, solo se l’azione del governo Tsipras avrà respiro europeo, potrà avere speranza di successo. I fanatici del rigore e dell’austerity si richiamano costantemente agli impegni che la Grecia deve mantenere, focalizzando l’attenzione sul singolo caso. In questo modo la Grecia appare come lo studente indisciplinato dell’ultimo banco che, dopo aver oziato, chiede un trattamento di favore per poter passare l’esame. Se Tsipras e il suo ministro Varoufakis non chiederanno un trattamento di favore per la Grecia ma un cambio complessivo delle politiche europee, la loro azione sarà probabilmente più efficace, specie nel lungo periodo. Era d’altronde per questo che Tsipras si era candidato per la Commissione alle ultime elezioni europee. L’obiettivo non dovrà essere mettere una pezza alla Grecia, ma impedire che un caso Grecia non avvenga più in futuro.

Per fare questo avrà bisogno di stringere alleanze, di instaurare un dialogo con quanti oggi si dicono contrari all’austerity. Non è un caso che tra i primi con cui ha parlato siano leader di partiti del Partito Socialista Europeo, il francese Hollande, il tedesco Schulz e oggi l’italiano Renzi. Partiti molto diversi da Syriza e politici che poco hanno in comune con Tsipras, ma che appoggiando il premier greco nella battaglia contro l’austerità  potrebbero rilanciare l’immagine della sinistra europea, vista oggettivamente come un tutt’uno con la destra europeista di Merkel o Juncker.

L’alternativa alla fine dell’austerità assume in molti paesi tratti inquietanti. In Grecia è arrivato terzo il partito neonazista Alba Dorata, che ha dichiarato apertamente di attendere il fallimento di Tsipras per poi prendersi un paese ridotto in macerie.

La gestione dei rapporti con Tsipras dirà molto sulla maturità democratica dell’Unione Europea.

La strage senza foto di Boko Haram

Lontano dalle telecamere e dai nostri smartphone, il gruppo terroristico Boko Haram sta massacrando interi villaggi nella Nigeria del nord. Un attacco dello scorso 8 gennaio contro la città di Baga avrebbe provocato centinaia di vittime. Amnesty International la definisce la più grave strage della storia del gruppo e la Bbc parla di 2.000 persone uccise, ma non c’è certezza sui numeri. In ogni caso, gli attacchi di Boko Haram sono proseguiti nei giorni successivi, con l’infame utilizzo di bambini a cui veniva legato dell’esplosivo per farli esplodere nei mercati o in altre zone frequentate, causando decine di vittime ad ogni attacco.

“Boko Haram” vuol dire “l’educazione occidentale è peccato” ed è il nome di un gruppo terroristico di fondamentalisti islamici. Il loro leader Abubakar Shekau ha giurato fedeltà all’autoproclamato califfo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi. I due gruppi hanno infatti in comune l’odio contro i valori occidentale e l’ambizione di creare un califfato su cui far valere le leggi della shari’a. Nel caso di Boko Haram, l’obiettivo sarebbe inglobare nei territori del nuovo califfato un’area che comprende l’attuale nord-est della Nigeria e i territori limitrofi del Camerun e del Ciad.

Questi i fatti essenziali di una storia che meriterebbe ben altro approfondimento. Un approfondimento che è difficile ritrovare nei principali media occidentali, nei quotidiani della carta stampata, nei telegiornali o nei siti web. Nei giorni del massacro di Boko Haram il mondo aveva gli occhi puntati sulla Francia, sulla strage nella redazione di Charlie Hebdo e su tutto quello che ne è seguito. Il 7, l’8 e il 9 gennaio abbiamo tenuto gli occhi morbosamente incollati allo schermo, trattenuto il fiato durante i sequestri al supermercato ebraico e al casolare dove erano nascosti i fratelli Kouachi e infine tirato un istintivo sospiro di sollievo al termine dei blitz. Alla strage di Boko Haram i telegiornali dedicano un breve servizio quando c’è, i quotidiani una pagina.

Non ci sono foto né video della strage di Boko Haram. Forse se ce ne fossero i social network ne verrebbero invasi, e le condivideremmo insieme ad un nuovo hashtag creato per l’occasione. Forse i telegiornali le trasmetterebbero come prima notizia avvisando che “potrebbero urtare la sensibilità di chi guarda”, e verrebbero spese ore di talk show sull’argomento. Non si tratta di fare una squallida gara di visibilità con quanto avvenuto in contemporanea in Francia, ma il diverso spazio riservato dai media ai 2 fatti dimostra quale forza e quale peso abbia oggi l’immagine nella comunicazione.

Il gusto della lacrima in primo piano di cui canta Giorgio Gaber in C’è un’aria è diventata una delle regole auree dell’informazione, insieme al gusto per la diretta e del commento. Per ovvi motivi è difficile avere foto e video in tempo reale da quanto accade in Nigeria, come sarebbe difficile averne da alcune zone dell’Asia o dall’Africa subsahariana. Anche per questo ciò che accade in quelle zone del mondo rimarranno sempre notizie di serie b. Basti pensare che persino i media nigeriani hanno dedicato più spazio ai fatti di Parigi rispetto a quello che avveniva all’interno dei loro stessi confini.

La forza delle immagini, insomma, sta imponendo il proprio dominio nel mondo dell’informazione. Non basta raccontare il fatto, bisogna mostrarlo il più da vicino possibile, e possibilmente in tempo reale, altrimenti non ne vale la pena. In un mondo in cui si fa confusione tra il reale e il virtuale, ciò che non colpisce, non è visibile e commentabile non interessa. Non avviene.

Per una maggiore comprensione di ciò che sta avvenendo in Nigeria, consiglio la lettura di questo articolo:

Perché la Nigeria è indifesa di fronte a Boko Haram

È st’ acqua qua

Orcoboia” dice Pierluigi Bersani sintonizzato su Primocanale. La tv che ha trasmesso in diretta il dramma delle alluvioni liguri, oggi trasmette il crollo di ciò che restava del suo Partito Democratico. Raffaella Paita ha vinto le primarie, e sarà la candidata del Pd per la presidenza della Regione.
Orcoboia.
 
 
Raffaella Paita è assessore alla Protezione Civile della giunta di Claudio Burlando.
Raffaella Paita è la continuità con Claudio Burlando, che ce l’avevano tutti con lui dopo l’alluvione.
Raffaella Paita è la pupilla di Claudio Burlando che dopo trent’anni che era lì la gente era stufa.
Raffaella Paita ha detto che in fondo anche a livello nazionale siamo in coalizione con l’Ncd quindi tanto vale consumare sto matrimonio e non pensarci più.
Che l’avesse detta lui una roba così andavano tutti a strappare la tessera del Pd in lacrime sotto casa sua, è stacquaquà.  
Che poi quei cinesi lì non lo convincono mica.
Ragassi. Siam mica qui ad asciugar gli scogli. Che se cominci a pensare che Saso è una brava persona anche se ha problemini con voto di scambio e n’drnagheta poi non smetti più, eh. Che Cantone può mica essere ovunque a controllare. Che a furia di dire che son garantisti la situazione gli sta fuggendo di mano. Siam passi? Il pesce sega quando si fidanza non smette mica.
Che c’avevan messo pure Cofferati per non far vincere Renzi anche lì, eh.
 
 
Cofferati è uno che ha una storia dietro.
Cofferati è uno competente, che c’ha la prospettiva europea.
Cofferati è stimato da tutti, ha portato 3 milioni in piazza contro Berlusconi.
Cofferati è uno che ce lo vedi a fare il presidente della Regione.
Cofferati ha perso.
 
 
 
 
Orcoboia.
Gliel’avevan detto a Bersani che i sessantenni che hanno iniziato nel Pci di Berlinguer con la tessera della Cgil in tasca eran passati di moda. Ma non pensava così tanto. Pensava che chi da giovane cantava la locomotiva e bella ciao non si potesse liquidare così facilmente come conservatore servo del sistema.
Sarà che il Pd è quella roba lì e basta? Sarà davvero che non si torna più indietro?
Ragassi, se piove piove per tutti.
Se piove piove per tutti. Non sa se ci crede più Bersani, mentre spegne la Tv con il sigaro ridotto a un mozzicone. Che ultimamente gli sembra di essere l’unico fesso che si bagna sempre, mentre altri un rifugio in qualche modo lo trovano.
Siam mica qui a tenere il piede in due scarpe.

Erano francesi

È difficile riuscire a scrivere qualcosa di originale riguardo quanto successo ieri a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo, qualcosa che non sia già stato scritto, detto, commentato. Forse perché è inevitabile che a volte i racconti si assomigliano un po’ tutti, ed è persino giusto che sia così. Due uomini vestiti di nero hanno sparato e ucciso 12 persone e ne hanno ferite altre 10. Tra le vittime due poliziotti. Probabile la matrice islamica. Come raccontare in modo diverso quanto accaduto ieri? Come uscire dai binari dello sgomento di tutti o della cieca esaltazione di pochi che vivono su questa terra? Il male, in fondo, è banale, come ci insegna Hannah Arendt.
Poi passano le ore e il racconto si fa meno sfocato, si riempie di dettagli. Abbiamo i nomi dei sospetti: Said e Chérif Kouachi, due fratelli franco-algerini di poco più di 30 anni, nati a Parigi. Cittadini francesi a tutti gli effetti. L’immigrazione non c’entra, in questo caso, e se possibile il fatto si fa ancora più inquietante. Perché sono stati cittadini francesi a sparare ad altri francesi. Perché viviamo in un continente che fa crescere dentro di sé l’odio, che sforna giovani esaltati, che vanno a combattere in Siria o ovunque esplodano conflitti religiosi per poi tornare in Europa, imbevuti della propaganda dell’Isis o di altri gruppi Jihadisti. I fratelli Kouachi, oltre che in Siria, hanno fatto esperienza in Mali, paese in cui la Francia è impegnata direttamente. Non era la prima volta che uccidevano, come si capisce dalla disinvoltura con cui imbracciano il fucile e dall’efficienza militare di tutta la loro azione, riscontrata dagli esperti in materia.
Per alcuni giovani europei la propaganda di morte del fondamentalismo islamico è più attraente di quella europea, dei valori di libertà che Charlie Hebdo senz’altro rappresenta. “Giovani bigotti che hanno ucciso vecchi libertini” li ha definiti Michele Serra su la Repubblica di oggi. Giovani bigotti, e francesi. Europei. Occidente e oriente sfumano, e i semi dell’odio maturano dove non ci si aspetta, partono da internet, dai social network per diventare a volte terribilmente reali. Per lo stesso motivo a volte crescono coraggiosi semi di tolleranza e speranza dove non sono ammessi.
Erano francesi anche Charb, Cabu, Tignous, Wolinski e le altre vittime. Con le loro matite si prendevano gioco di ogni fondamentalismo. E questo i fondamentalisti non lo possono sopportare.

La zappa sui piedi

Al vertice Asia-Pacifico di due giorni fa Barack Obama ha detto ai leader di Russia, Cina e Giappone che gli Stati Uniti favoriranno l’apertura dei mercati a livello globale, ma non la “corsa al ribasso” sui diritti. Oggi il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker si è presentato alla stampa per giustificare gli accordi che il suo Lussemburgo ha concluso numerose imprese, che hanno di fatto reso possibile un imponente rete di elusione fiscale. C’è qualcosa che stride tra questi due fatti.

L’elusione fiscale è uno degli effetti malefici della globalizzazione. In assenza di leggi al riguardo, con semplici spostamenti di capitale o di sedi fiscali in paesi dalla tassazione bassa, colossi che fatturano miliardi all’anno versano alle casse dello stato ospitante cifre irrisorie, o non ne versano affatto. Clamoroso il caso della Apple, che spostando la sede fiscale in Irlanda avrebbe risparmiato circa 74 miliardi di tasse nel triennio 2009-2012, senza esportare nell’isola dei trifogli benefici né tantomeno posti di lavoro. L’Irlanda è uno dei tanti paradisi fiscali europei, come il Lussemburgo amministrato per 18 anni da Juncker. Il fisco ultra-leggero di questi stati è un boccone troppo invitante per aziende globali come la Apple, il cui comportamento in base alle leggi attuali risulta del tutto legale. Il caso Apple è finito sotto la lente dell’Ue in quanto “aiuto di stato” (quelli si, vietati dal regolamento comunitario) ricevuto dall’Irlanda.

Un obiettivo anti-elusione a lungo termine dell’Unione è l’armonizzazione fiscale tra gli stati membri, che dovrebbe porre fine all’esistenza di veri e propri paradisi fiscali come l’Irlanda, il Lussemburgo, l’Olanda o l’Austria. Può guidare un processo del genere colui che da Primo Ministro del Lussemburgo avrebbe sottratto miliardi alle casse europee? No, hanno risposto con nettezza Bloomberg e altri media del mondo anglosassone, da sempre piuttosto ostile a Juncker. Lui dal canto suo non pensa a dimissioni, e la maggioranza che lo sostiene non sembra intenzionata a mosse a sorpresa.

C’è probabilmente molto di strumentale nelle accuse indirizzate al capo della Commissione, non si scopre certo oggi che il Lussemburgo sia un paradiso fiscale. La sfida della parificazione fiscale e la lotta all’elusione partono però con un ostacolo in più. Se può brindare il Regno Unito (sempre contrario a qualunque cosa vada oltre una collaborazione di tipo economico) e gli stati che da questa situazione traggono vantaggio, per chiunque aspiri ad un’Europa davvero unita questa vicenda è una zappa sui piedi di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

Il tema è tanto importante quanto poco raccontato dai media. A esso dovrà necessariamente dedicare ampio spazio il Trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, se davvero i primi non appoggiano la “corsa al ribasso sui diritti” e gli altri intendono impedire che l’elusione fiscale diventi sistemica. Il rischio è di vivere solo gli affetti negativi della globalizzazione. Uffici vuoti, nessun posto di lavoro e miliardi di dollari invisibili che corrono sopra le nostre teste, senza che nemmeno una goccia di essi cada sulle nostre teste.

No, we can’t

Ricordo il 2008. Ero in terza superiore, e gli Stati Uniti eleggevano un nuovo presidente. Mi piaceva, anche se di politica ne masticavo poco. Intanto era nero, e scusate se è poco. Scrissi un tema su di lui e lo conclusi con “Good luck, Obama”. Parlava di ritiro dell’esercito dalle zone di guerra, di rendere più accessibile il sistema sanitario, di limitare la diffusione delle armi, di lotta all’inquinamento, di diritti di minoranze. Come può un sedicenne non essere d’accordo?

Ieri su quel sogno è calato il sipario. Game over. “Yes we can” si è trasformato in un malinconico “No, we can’t”. I repubblicani si sono ripresi il Senato e controllano entrambi i rami del Congresso. “Ora è il momento di lavorare insieme” ha riconosciuto il presidente. Coi “cattivi”, descritti in modo quasi caricaturale dalla stampa italiana in piena estasi davanti alla personalità di Obama, la cui popolarità in Europa supera di gran lunga quella negli States. Nei Simpsons dell’ultraconservatrice Fox i repubblicani sono il perfido signor Burns, il petroliere texano dal grilletto facile, il ricco clown Krusty proprietario di una catena di cibo spazzatura, il celebre attore vagamente antisemita.

Nella vita reale contrari alla Carbon tax, ai matrimoni omosessuali, in buona parte militaristi convinti, ultraliberisti in economia, spesso convinti che girare con la pistola in tasca sia un diritto. Ci sono poi molti modi di essere repubblicano, come nello stile della politica d’oltreoceano. Esiste per esempio un’ala isolazionista, contraria a qualsiasi intervento militare all’estero.

In generale amano definirsi definirsi dei pragmatici, l’opposto dell’ Obama sognatore del 2008. Si gloriano di dire le “cose come stanno”, sono fans della realpolitik fino ai confini del cinismo ostentato. Negli Stati Uniti di oggi, un po’ spaventati e un po’ stanchi del sogno obamiano rimasto tale, hanno vinto loro. Gli ultimi due anni di presidenza Obama passeranno senza nemmeno l’ombra di quello che fu lo slancio di sei anni fa. Poi ci sarà un nuovo presidente, forse repubblicano o forse un democratico, forse un Bush o forse una Clinton, ma non un altro Obama. Di questo possiamo essere sicuri.

L’insostenibile leggerezza della mafia grillina

Due giorni fa abbiamo ricordato il ventiduesimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari. Uccisi dalla mafia, quella vera.

Non certo quella affascinante descritta da Alessandro Di Battista, aitante deputato del Movimento Cinque Stelle, che intervistato lunedì scorso da Mentana ha proclamato: “la mafia è Civati che sta in un partito che non gli piace, la mafia è Cuperlo che cita Berlinguer e poi vota le porcate del suo partito, dopo un anno di parlamento ho capito che la mafia è tutto il sistema”. Punto. Sguardo sicuro e voce che non tentenna nemmeno un secondo nell’accostare la parola “mafia” ai nomi di Civati e Cuperlo, che poi ha definito “brave persone” (e menomale vah…) solo intrappolate in un pessimo partito.

Dichiarazioni passate sotto silenzio, ma secondo me gravi più di molte altre raccontate e ripetute allo sfinimento. Dichiarazioni che sono espressione di un pensiero debole, superficiale e qualunquista, benché espresso con toni bassi e beneducati, lontani da quelli di Beppe Grillo. Usare un termine come mafia a sproposito significa banalizzare un problema complesso, che macchia la coscienza della nostra nazione col sangue di chi la mafia l’ha combattuta concretamente, e che soffoca interi settori della nostra economia. Mettere tutto ciò sullo stesso piano di un tuo avversario politico può essere una buona mossa elettorale nel breve periodo, ma rischia innescare un gioco pericoloso, perché anche le parole che si usano hanno un loro peso.

Certo, di parole in questa campagna elettorale se ne sono usate troppe, anche se pochissime riguardo all’Europa. Ogni volta che l’incauto giornalista di turno ha provato a spostare l’attenzione sulle tematiche europee, il lesto politico di turno si è affrettato a scappare dall’argomento. Lo stesso Di Battista nel corso della già citata intervista ha liquidato la questione con poche battute. L'”esperto di questioni internazionali” (così è definito) ha proposto di “minacciare” (si, ha detto così), i paesi che possiedono il nostro debito (i soliti cattivoni francesi e tedeschi) che noi si esce dall’euro se non si fa come si vuole noi. Facile, no?

Ma alzi d’altronde la mano chi in un qualsiasi talk-show ha sentito parlare esaurientemente di trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, della questione ucraina, di modalità di pagamento del debito, di mercato del lavoro europeo o di autosufficienza energetica. Tutto liquidato in una manciata di #hastag, come se tutto ciò non ci riguardasse. Ma tutto ciò pesa eccome, che ci piaccia o no. Pesa di più delle nostre beghe casalinghe, delle nostre zuffe tra larghe intese e grillini, del nostro scandalizzarci davanti a chi minaccia di vivisezionare Dudù, dei nostri insulti. Citando Crozza, durante questa campagna elettorale più che di Schulz e Juncker si è parlato di Hitler. C’è il rischio che qualcuno voti per lui.

Il futuro dell’informazione

Iniziamo questo post con un luogo comune su cui ci troviamo tutti d’accordo: il mondo sta cambiando. Bene. Una volta appurato ciò è naturale dedurre che allo stesso modo stiano cambiando i mezzi di comunicazione: i giornali, la televisione, le radio e i siti di informazione on-line. I media cosiddetti “tradizionali” non sono più in grado, da soli, di raccontare una realtà frammentata, complessa e liquida come quella in cui ci troviamo oggi. Per questo sempre più peso sta acquistando la comunicazione in rete, in particolare sui social network. Da post su Facebook nascono scandali, la vita privata delle celebrità è a portata di click su Twitter.

Ma internet non ha solo il compito di trasmettere le notizie dell’ultimo minuto. Sempre più spesso il web parla di se stesso. “Il video che commuove il web”, “il ragazzo che interrompe la catena alcolica su Facebook”, “l’immagine che diventa virale”. Insomma, il web non è più solo strumento di diffusione di notizie, ma sta diventando esso stesso oggetto dell’informazione. Una rivoluzione, impensabile fino a non troppi anni fa.

Dopo un primo momento di disorientamento e a tratti di snobismo nei confronti del web come mezzo di comunicazione, i media si stanno adeguando ai nuovi mezzi. Del resto, ne va della loro sopravvivenza, oggi chi non investe parte delle proprie risorse su internet è destinato prima o poi a rimanere fuori dal giro dell’informazione di massa. L’hanno capito alcune grandi testate. La Repubblica è il giornale italiano con più fans su Facebook (1,6 milioni), e recentemente ha indirizzato la sua linea editoriale verso un’ulteriore integrazione tra la versione cartacea e quella on-line del quotidiano. Chi comprerà il giornale fondato da Scalfari dal giornalaio non troverà più molto spazio dedicato alla cronaca spicciola, ma per lo più interviste e approfondimenti. Sarà lasciato al veloce e pratico web il compito di informare i lettori sui fatti dell’ultimo minuto.

Un altro giornale molto popolare in rete è Il Fatto Quotidiano, la cui pagina Facebook conta 1,3 milioni di fans. Anche il quotidiano di Padellaro e Travaglio punta molto sul web, con le riunioni di redazione trasmesse in streaming e molto spazio dedicato ai blog d’autore, che coinvolgono molti volti noti. Per non parlare dei giornali nati e cresciuti completamente sul web, come Fanpage.it, che su Facebook vanta la bellezza di 2,4 milioni di “mi piace”.

Il mondo dell’informazione sta intraprendendo un cammino, ma non certo in discesa. Se il web ha il pregio della velocità e della gratuità, il pericolo della superficialità dell’informazione e delle “bufale” è sempre dietro l’angolo. Ma pretendere di raccontare un mondo in continua evoluzione con strumenti sempre uguali non può essere la risposta. La sfida degli anni a venire sarà quella di coniugare velocità e completezza, le breaking news con i reportage. Alternative conservatrici non sono credibili, ne praticabili.