Erano francesi

È difficile riuscire a scrivere qualcosa di originale riguardo quanto successo ieri a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo, qualcosa che non sia già stato scritto, detto, commentato. Forse perché è inevitabile che a volte i racconti si assomigliano un po’ tutti, ed è persino giusto che sia così. Due uomini vestiti di nero hanno sparato e ucciso 12 persone e ne hanno ferite altre 10. Tra le vittime due poliziotti. Probabile la matrice islamica. Come raccontare in modo diverso quanto accaduto ieri? Come uscire dai binari dello sgomento di tutti o della cieca esaltazione di pochi che vivono su questa terra? Il male, in fondo, è banale, come ci insegna Hannah Arendt.
Poi passano le ore e il racconto si fa meno sfocato, si riempie di dettagli. Abbiamo i nomi dei sospetti: Said e Chérif Kouachi, due fratelli franco-algerini di poco più di 30 anni, nati a Parigi. Cittadini francesi a tutti gli effetti. L’immigrazione non c’entra, in questo caso, e se possibile il fatto si fa ancora più inquietante. Perché sono stati cittadini francesi a sparare ad altri francesi. Perché viviamo in un continente che fa crescere dentro di sé l’odio, che sforna giovani esaltati, che vanno a combattere in Siria o ovunque esplodano conflitti religiosi per poi tornare in Europa, imbevuti della propaganda dell’Isis o di altri gruppi Jihadisti. I fratelli Kouachi, oltre che in Siria, hanno fatto esperienza in Mali, paese in cui la Francia è impegnata direttamente. Non era la prima volta che uccidevano, come si capisce dalla disinvoltura con cui imbracciano il fucile e dall’efficienza militare di tutta la loro azione, riscontrata dagli esperti in materia.
Per alcuni giovani europei la propaganda di morte del fondamentalismo islamico è più attraente di quella europea, dei valori di libertà che Charlie Hebdo senz’altro rappresenta. “Giovani bigotti che hanno ucciso vecchi libertini” li ha definiti Michele Serra su la Repubblica di oggi. Giovani bigotti, e francesi. Europei. Occidente e oriente sfumano, e i semi dell’odio maturano dove non ci si aspetta, partono da internet, dai social network per diventare a volte terribilmente reali. Per lo stesso motivo a volte crescono coraggiosi semi di tolleranza e speranza dove non sono ammessi.
Erano francesi anche Charb, Cabu, Tignous, Wolinski e le altre vittime. Con le loro matite si prendevano gioco di ogni fondamentalismo. E questo i fondamentalisti non lo possono sopportare.

La zappa sui piedi

Al vertice Asia-Pacifico di due giorni fa Barack Obama ha detto ai leader di Russia, Cina e Giappone che gli Stati Uniti favoriranno l’apertura dei mercati a livello globale, ma non la “corsa al ribasso” sui diritti. Oggi il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker si è presentato alla stampa per giustificare gli accordi che il suo Lussemburgo ha concluso numerose imprese, che hanno di fatto reso possibile un imponente rete di elusione fiscale. C’è qualcosa che stride tra questi due fatti.

L’elusione fiscale è uno degli effetti malefici della globalizzazione. In assenza di leggi al riguardo, con semplici spostamenti di capitale o di sedi fiscali in paesi dalla tassazione bassa, colossi che fatturano miliardi all’anno versano alle casse dello stato ospitante cifre irrisorie, o non ne versano affatto. Clamoroso il caso della Apple, che spostando la sede fiscale in Irlanda avrebbe risparmiato circa 74 miliardi di tasse nel triennio 2009-2012, senza esportare nell’isola dei trifogli benefici né tantomeno posti di lavoro. L’Irlanda è uno dei tanti paradisi fiscali europei, come il Lussemburgo amministrato per 18 anni da Juncker. Il fisco ultra-leggero di questi stati è un boccone troppo invitante per aziende globali come la Apple, il cui comportamento in base alle leggi attuali risulta del tutto legale. Il caso Apple è finito sotto la lente dell’Ue in quanto “aiuto di stato” (quelli si, vietati dal regolamento comunitario) ricevuto dall’Irlanda.

Un obiettivo anti-elusione a lungo termine dell’Unione è l’armonizzazione fiscale tra gli stati membri, che dovrebbe porre fine all’esistenza di veri e propri paradisi fiscali come l’Irlanda, il Lussemburgo, l’Olanda o l’Austria. Può guidare un processo del genere colui che da Primo Ministro del Lussemburgo avrebbe sottratto miliardi alle casse europee? No, hanno risposto con nettezza Bloomberg e altri media del mondo anglosassone, da sempre piuttosto ostile a Juncker. Lui dal canto suo non pensa a dimissioni, e la maggioranza che lo sostiene non sembra intenzionata a mosse a sorpresa.

C’è probabilmente molto di strumentale nelle accuse indirizzate al capo della Commissione, non si scopre certo oggi che il Lussemburgo sia un paradiso fiscale. La sfida della parificazione fiscale e la lotta all’elusione partono però con un ostacolo in più. Se può brindare il Regno Unito (sempre contrario a qualunque cosa vada oltre una collaborazione di tipo economico) e gli stati che da questa situazione traggono vantaggio, per chiunque aspiri ad un’Europa davvero unita questa vicenda è una zappa sui piedi di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

Il tema è tanto importante quanto poco raccontato dai media. A esso dovrà necessariamente dedicare ampio spazio il Trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, se davvero i primi non appoggiano la “corsa al ribasso sui diritti” e gli altri intendono impedire che l’elusione fiscale diventi sistemica. Il rischio è di vivere solo gli affetti negativi della globalizzazione. Uffici vuoti, nessun posto di lavoro e miliardi di dollari invisibili che corrono sopra le nostre teste, senza che nemmeno una goccia di essi cada sulle nostre teste.

No, we can’t

Ricordo il 2008. Ero in terza superiore, e gli Stati Uniti eleggevano un nuovo presidente. Mi piaceva, anche se di politica ne masticavo poco. Intanto era nero, e scusate se è poco. Scrissi un tema su di lui e lo conclusi con “Good luck, Obama”. Parlava di ritiro dell’esercito dalle zone di guerra, di rendere più accessibile il sistema sanitario, di limitare la diffusione delle armi, di lotta all’inquinamento, di diritti di minoranze. Come può un sedicenne non essere d’accordo?

Ieri su quel sogno è calato il sipario. Game over. “Yes we can” si è trasformato in un malinconico “No, we can’t”. I repubblicani si sono ripresi il Senato e controllano entrambi i rami del Congresso. “Ora è il momento di lavorare insieme” ha riconosciuto il presidente. Coi “cattivi”, descritti in modo quasi caricaturale dalla stampa italiana in piena estasi davanti alla personalità di Obama, la cui popolarità in Europa supera di gran lunga quella negli States. Nei Simpsons dell’ultraconservatrice Fox i repubblicani sono il perfido signor Burns, il petroliere texano dal grilletto facile, il ricco clown Krusty proprietario di una catena di cibo spazzatura, il celebre attore vagamente antisemita.

Nella vita reale contrari alla Carbon tax, ai matrimoni omosessuali, in buona parte militaristi convinti, ultraliberisti in economia, spesso convinti che girare con la pistola in tasca sia un diritto. Ci sono poi molti modi di essere repubblicano, come nello stile della politica d’oltreoceano. Esiste per esempio un’ala isolazionista, contraria a qualsiasi intervento militare all’estero.

In generale amano definirsi definirsi dei pragmatici, l’opposto dell’ Obama sognatore del 2008. Si gloriano di dire le “cose come stanno”, sono fans della realpolitik fino ai confini del cinismo ostentato. Negli Stati Uniti di oggi, un po’ spaventati e un po’ stanchi del sogno obamiano rimasto tale, hanno vinto loro. Gli ultimi due anni di presidenza Obama passeranno senza nemmeno l’ombra di quello che fu lo slancio di sei anni fa. Poi ci sarà un nuovo presidente, forse repubblicano o forse un democratico, forse un Bush o forse una Clinton, ma non un altro Obama. Di questo possiamo essere sicuri.

L’insostenibile leggerezza della mafia grillina

Due giorni fa abbiamo ricordato il ventiduesimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari. Uccisi dalla mafia, quella vera.

Non certo quella affascinante descritta da Alessandro Di Battista, aitante deputato del Movimento Cinque Stelle, che intervistato lunedì scorso da Mentana ha proclamato: “la mafia è Civati che sta in un partito che non gli piace, la mafia è Cuperlo che cita Berlinguer e poi vota le porcate del suo partito, dopo un anno di parlamento ho capito che la mafia è tutto il sistema”. Punto. Sguardo sicuro e voce che non tentenna nemmeno un secondo nell’accostare la parola “mafia” ai nomi di Civati e Cuperlo, che poi ha definito “brave persone” (e menomale vah…) solo intrappolate in un pessimo partito.

Dichiarazioni passate sotto silenzio, ma secondo me gravi più di molte altre raccontate e ripetute allo sfinimento. Dichiarazioni che sono espressione di un pensiero debole, superficiale e qualunquista, benché espresso con toni bassi e beneducati, lontani da quelli di Beppe Grillo. Usare un termine come mafia a sproposito significa banalizzare un problema complesso, che macchia la coscienza della nostra nazione col sangue di chi la mafia l’ha combattuta concretamente, e che soffoca interi settori della nostra economia. Mettere tutto ciò sullo stesso piano di un tuo avversario politico può essere una buona mossa elettorale nel breve periodo, ma rischia innescare un gioco pericoloso, perché anche le parole che si usano hanno un loro peso.

Certo, di parole in questa campagna elettorale se ne sono usate troppe, anche se pochissime riguardo all’Europa. Ogni volta che l’incauto giornalista di turno ha provato a spostare l’attenzione sulle tematiche europee, il lesto politico di turno si è affrettato a scappare dall’argomento. Lo stesso Di Battista nel corso della già citata intervista ha liquidato la questione con poche battute. L'”esperto di questioni internazionali” (così è definito) ha proposto di “minacciare” (si, ha detto così), i paesi che possiedono il nostro debito (i soliti cattivoni francesi e tedeschi) che noi si esce dall’euro se non si fa come si vuole noi. Facile, no?

Ma alzi d’altronde la mano chi in un qualsiasi talk-show ha sentito parlare esaurientemente di trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, della questione ucraina, di modalità di pagamento del debito, di mercato del lavoro europeo o di autosufficienza energetica. Tutto liquidato in una manciata di #hastag, come se tutto ciò non ci riguardasse. Ma tutto ciò pesa eccome, che ci piaccia o no. Pesa di più delle nostre beghe casalinghe, delle nostre zuffe tra larghe intese e grillini, del nostro scandalizzarci davanti a chi minaccia di vivisezionare Dudù, dei nostri insulti. Citando Crozza, durante questa campagna elettorale più che di Schulz e Juncker si è parlato di Hitler. C’è il rischio che qualcuno voti per lui.

Il futuro dell’informazione

Iniziamo questo post con un luogo comune su cui ci troviamo tutti d’accordo: il mondo sta cambiando. Bene. Una volta appurato ciò è naturale dedurre che allo stesso modo stiano cambiando i mezzi di comunicazione: i giornali, la televisione, le radio e i siti di informazione on-line. I media cosiddetti “tradizionali” non sono più in grado, da soli, di raccontare una realtà frammentata, complessa e liquida come quella in cui ci troviamo oggi. Per questo sempre più peso sta acquistando la comunicazione in rete, in particolare sui social network. Da post su Facebook nascono scandali, la vita privata delle celebrità è a portata di click su Twitter.

Ma internet non ha solo il compito di trasmettere le notizie dell’ultimo minuto. Sempre più spesso il web parla di se stesso. “Il video che commuove il web”, “il ragazzo che interrompe la catena alcolica su Facebook”, “l’immagine che diventa virale”. Insomma, il web non è più solo strumento di diffusione di notizie, ma sta diventando esso stesso oggetto dell’informazione. Una rivoluzione, impensabile fino a non troppi anni fa.

Dopo un primo momento di disorientamento e a tratti di snobismo nei confronti del web come mezzo di comunicazione, i media si stanno adeguando ai nuovi mezzi. Del resto, ne va della loro sopravvivenza, oggi chi non investe parte delle proprie risorse su internet è destinato prima o poi a rimanere fuori dal giro dell’informazione di massa. L’hanno capito alcune grandi testate. La Repubblica è il giornale italiano con più fans su Facebook (1,6 milioni), e recentemente ha indirizzato la sua linea editoriale verso un’ulteriore integrazione tra la versione cartacea e quella on-line del quotidiano. Chi comprerà il giornale fondato da Scalfari dal giornalaio non troverà più molto spazio dedicato alla cronaca spicciola, ma per lo più interviste e approfondimenti. Sarà lasciato al veloce e pratico web il compito di informare i lettori sui fatti dell’ultimo minuto.

Un altro giornale molto popolare in rete è Il Fatto Quotidiano, la cui pagina Facebook conta 1,3 milioni di fans. Anche il quotidiano di Padellaro e Travaglio punta molto sul web, con le riunioni di redazione trasmesse in streaming e molto spazio dedicato ai blog d’autore, che coinvolgono molti volti noti. Per non parlare dei giornali nati e cresciuti completamente sul web, come Fanpage.it, che su Facebook vanta la bellezza di 2,4 milioni di “mi piace”.

Il mondo dell’informazione sta intraprendendo un cammino, ma non certo in discesa. Se il web ha il pregio della velocità e della gratuità, il pericolo della superficialità dell’informazione e delle “bufale” è sempre dietro l’angolo. Ma pretendere di raccontare un mondo in continua evoluzione con strumenti sempre uguali non può essere la risposta. La sfida degli anni a venire sarà quella di coniugare velocità e completezza, le breaking news con i reportage. Alternative conservatrici non sono credibili, ne praticabili.

La democrazia dello streaming

C’è ancora qualcuno convinto che streaming faccia rima con democrazia e trasparenza? Si? Davvero? Eppure il dialogo tra sordi (magnifica definizione di Enrico Mentana) di oggi pomeriggio tra Renzi e Grillo dovrebbe aver convinto tutti del contrario. Mi sembra logico che chi ha una telecamera puntata addosso non parli a chi ha di fronte, ma al pubblico. L’ha fatto oggi Beppe Grillo, come l’ha fatto Renzi alla direzione del Pd che l’ha lanciato a Palazzo Chigi e come l’han fatto tutti gli altri con questo rituale che a breve diventerà più odioso delle riunioni segrete a porte chiuse.

Oggi è stato ancor più che evidente. Grillo si è studiato un discorso, e l’ha recitato, fregandosene di Renzi, di chi gli stava attorno (da applausi il “tu pensa alla differenziata!” quando Delrio ha osato intervenire, stoppato anche da Renzi, come dire “lascia fare ai grandi”) o dei giornalisti. Gli si poteva anche chiedere un parere sulla Critica della Ragion Pura di Kant che sarebbe andato avanti con il suo copione: “noi vogliamo l’acqua pubblica, voi privatizzarla, non sei credibile, non sai com’è il mondo, rappresenti i poteri forti, voi siete parte del problema (ai giornalisti), sono tutti contro di noi, andiamo a cambiare l’Europa ecc. ecc. ecc…”).

Per carità, per lo meno abbiamo trovato uno in grado di stroncare l’ennesimo discorso di Renzi sul paese che soffre, la gente che non ce la fa e tutto il resto. Pensate se gli fosse andato indietro, si sarebbe finiti come all’ultima direzione del Pd, trasformata in una gara a chi faceva la citazione più figa. Anche li, credete davvero che in un confronto politico a porte chiuse si parli citando scrittori o poeti? Non sarà mica che le dotte citazioni fossero indirizzate al pubblico a casa?

Ogni tanto sento dire da alcuni commentatori che è “grazie al Movimento Cinque Stelle che ora il Pd fa consultazioni e riunioni in streaming”. Beh, a mio modesto parere tra le molte cose che il Pd avrebbe potuto importare dal mondo grillino, quella dello streaming sia una delle più demenziali. Perché secondo me Grillo da dei punti al Pd non quando usa lo streaming o consulta la mitica “rete” in fantomatici referendum online, ma quando invita i suoi elettori all’impegno attivo. L’ha ribadito oggi, richiedendo impegno a partecipazione a ogni suo elettore, a cominciare dai quartieri. Un impegno e una partecipazione che non sempre sono avvenute,dal momento che il M5s subisce la concorrenza di un gran numero di associazioni per lo più lontane dai partiti, ma a cui il leader oggi ha fatto un accorato appello.

In questo si che il Partito Democratico dovrebbe seguire Grillo, sfruttando il vantaggio di un radicamento sul territorio che il Movimento Cinque Stelle ancora non conosce. Invece il partito si comporta sin troppo spesso a livello locale come quello nazionale, consumandosi in guerre tra bande interne a discapito del confronto tra idee. Non sarà la parte più popolare del “programma” del M5s, dal momento che la sua fortuna si fonda soprattutto sulla battaglia alla casta. Ma penso sia quella che più di tutte mette in discussione due diversi modelli di democrazia in campo, e che consentirebbe al Pd di riconquistare il voto di molti suoi ex-elettori delusi migrati nel movimento grillino. Ma si preferisce lo streaming.