Bouna Traoré e Zyed Benna, la rabbia delle banlieues e la Francia sempre più a destra

C’è un filo rosso che lega Clichy-sous-bois all’undicesimo arrondissement di Parigi, la cabina elettrica in cui 10 anni fa persero la vita Bouna Traoré e Zyed Benna alla redazione di Charlie Hebdo massacrata lo scorso gennaio. Un filo di rabbia. Una rabbia risvegliata dalla sentenza che lunedì notte ha assolto Stephanie Klein e Sebastien Gaillemin. La notte del 27 ottobre 2005, Gaillemin era tra i poliziotti di guardia che incontrano Traoré e Benna, 15 e 17 anni. I ragazzi scappano, e cercano rifugio in una cabina elettrica. “Se entrano in quella cabina non scommetto per la loro vita”, dice Gaillemin al telefono. Dall’altro lato della cornetta c’è la centralinista Klein. I due ragazzi muoiono, e i due poliziotti vengono indagati per omissione di soccorso. Dieci anni dopo vengono assolti: non potevano sapere che i due adolescenti fossero in pericolo di vita. Fuori dal tribunale 250 manifestanti protestano contro la protesta. Nel quartiere di Bobigny, dove 10 anni fa iniziarono gli scontri, una donna rimane ferita e i poliziotti sono costretti a chiamare rinforzi.

Quello delle periferie turbolente è un problema serio in Francia. Ciclicamente qualche banlieue di Parigi o di qualche altra grande città va a fuoco. Scarso seguito hanno avuto le iniziative dei governi socialisti che si sono succeduti sotto la presidenza Hollande. Nell’aprile 2014 la ministra dell’educazione Najat Vallaud-Belkacem annunciava un piano di 600 milioni per stimolare gli investimenti in quelle zone, ma il problema delle banlieues viene in genere affrontato solo dal punto di vista dell’ordine pubblico. Dieci anni fa, in un momento particolarmente “caldo”, il presidente Nicolas Sarkozy definiva racaille (feccia) gli autori dei disordini. Oggi esulta Marine Le Pen e tutto il Front National: “giustizia è fatta”.

Bouna Traoré e Zyed Benna facevano parte di una Francia che non ha partecipato alla “marcia dell’orgoglio repubblicano”. Una Francia che non si sente per niente Charlie, che conduce una vita a parte rispetto a quella dei francesi “bianchi”. Vivono in posti diversi, parlano in modo diverso, pregano in modo diverso e diversa è l’economia, che sfugge alle statistiche ufficiali. Questo dualismo tra francesi di serie a e di serie b ha radici profonde. In forte crisi demografica dopo la rivoluzione francese, Napoleone e la restaurazione, la Francia accoglie a braccia aperte la manodopera straniera per foraggiare l’industrializzazione. È in quel contesto storico che nasce il “modello francese”. Orgogliosa della propria unità nazionale che non ammette minoranze culturali, la Francia pretende in cambio dei diritti da cittadino la completa adesione ai valori dello Stato. Il modello va in crisi nel ‘900, quando la migrazione verso la Francia non riguarda più solo paesi cattolici non troppo lontani culturalmente, ma anche e soprattutto africani e asiatici provenienti dalle colonie. La Chiesa cattolica non è in grado di fare presa sui “nuovi cittadini” di religione musulmana, e l’indebolimento di tutte le altre agenzie di socializzazione (scuola, sindacati, partiti) non fa che rendere più difficile l’integrazione.

La presenza di “2 france” sempre più lontane ha alimentato negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso un’ondata di islamofobia sfruttata politicamente dal Front National di Jean Marie Le Pen, il cui testimone è oggi passato alla figlia Marine. Sentimenti diffusi però anche tra gli altri partiti, che per esorcizzare il Front National fanno proprie alcune tematiche tipiche della loro cultura politica. Se questo processo è evidente nell’UMP di Sarkozy, persino un Partì Socialiste in crollo di consensi non è del tutto immune a questa tendenza. C’è che ha letto il veto di François Hollande e del governo francese alla spartizione di migranti tra i paesi dell’Unione Europea come la ricerca di consenso di un presidente in crisi. Alcuni osservatori esperti del dibattito politico in Francia sostengono che lo scenario politico si sia “droitisée”, spostato a destra. Alle presidenziali 2017 c’è il forte rischio di ripeta lo scenario del 2002: un secondo turno tra la leader del Front National (Marine Le Pen) e quello dell’UMP (Sarkozy, giustizia permettendo), con i socialisti fuori dai giochi.

Uno scenario che non incoraggia a pensare un cambiamento nel modo di affrontare il problema delle banlieues. La prospettiva sarà sempre più quella della sicurezza e della necessità di inasprire controlli e repressioni. Difficilmente troverà spazio chi punterà il dito contro un modello sbagliato di integrazione, e chi spingerà per un maggior riconoscimento delle minoranze. Dopo la strage di Charlie Hebdo, il capo del governo Manuel Valls aveva parlato di apartheid, ponendo l’accento sull’abisso che separa le città francesi dalle loro periferie, ma le sue parole non hanno avuto seguito. Senza un cambio di rotta che sia prima di tutto culturale, i sobborghi francesi continueranno a sfornare nuovi fratelli Kouachi, carichi di risentimento e facili bersagli delle propaganda della jihad mondiale.

L’avvocato dei due ragazzi morti Jean-Pierre Minard, vicino al presidente Hollande, ha dichiarato che farà ricorso contro la sentenza. Ciò che dovrebbe far riflettere ancor più che la decisione dei giudici dovrebbe essere il clima di sfiducia permanente che questi cittadini francesi provano verso il loro Stato. Traoré e Benna non si fidavano dei poliziotti che li hanno inseguiti negli ultimi minuti della loro vita, la folla di 200 persone fuori dal tribunale non si fidava dei giudici che hanno emesso la sentenza. La cosa peggiore è che questa situazione viene data per scontata, come un’inevitabile conseguenza dello sviluppo multietnico dei grandi centri urbani. Non è solo la Francia a vivere questi problemi. Diverse città statunitensi tra cui Baltimora e Ferguson hanno recentemente visto esplodere casi di violenza delle forze dell’ordine verso la popolazione afroamericana, e riportato all’attenzione dei media la scarsa integrazione di molta parte di questa popolazione. Anche la Gran Bretagna conosce casi di scontri tra “centro” e “periferia”. L’attuale momento storico rimette in discussione i modelli di integrazione di molti stati occidentali.

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Raffaella Paita sotto attacco per i motivi sbagliati

La sera del 9 ottobre 2014, mentre a Genova la pioggia faceva esondare il Bisagno portandosi via la vita dell’ex infermiere Antonio Campanella, tutti già sapevano che a Raffaella Paita, prima o poi, sarebbe toccato un avviso di garanzia. Nelle segrete stanze di un Pd allora alle prese con la preparazione delle primarie, l’unica speranza era che tale provvedimento arrivasse a elezioni finite, possibilmente con l’allora assessore alla Protezione Civile già eletta presidente della regione Liguria. Invece, la Procura della Repubblica ha ritenuto di inviare l’informazione all’interessata a circa 50 giorni dalle elezioni, in piena campagna elettorale. La signora Paita è così stata informata che nei suoi confronti si sono aperte indagini preliminari per omicidio colposo. Nulla di strano, in fondo, visto il ruolo allora ricoperto dall’attuale candidata dem. Insieme a lei è indagata con gli stessi capi d’accusa anche Gabriella Minervini, direttrice del Dipartimento Ambiente, in quei giorni con delega alla Protezione Civile. Anche in questo caso, nulla di strano. Al di là infatti di dubbi e speranze sul quando, tutti erano perfettamente consci che, prima o poi, il provvedimento sarebbe arrivato.
Eppure, quando lo scorso 15 aprile è successo l’inevitabile, la reazione è stata quella di chi scopre l’assassino impensabile alla fine di un romanzo giallo. La stampa ligure ha trovato di che scrivere su elezioni con poco da dire, quella nazionale si è accorta dell’esistenza della Liguria, mentre opposizioni fin qui non pervenute hanno trovato di che parlare. Dopo l’ondata emotiva portata dalle alluvioni dello scorso autunno, il tema era poco a poco sparito dal dibattito politico. Da principale argomento di scontro durante le primarie tra Paita e Cofferati, il tema è stato scalzato da scissioni a sinistra e candidature improponibili a destra. Eppure, quell’informazione di garanzia è stata una miccia, un pretesto finalmente trovato dagli anti-Paita per indignarsi. Si può dire che il dibattito in Liguria si sia riacceso “per via giudiziaria”.
Eppure, il vero scontro sull’alluvione e su un modo complessivo di amministrare la Liguria dovrebbe avvenire per via politica. L’unico ad aver tentato uno scontro effettivamente politico è stato Sergio Cofferati, ma il popolo del centro-sinistra ligure ha ampiamente dimostrato di non aver intenzione di bocciare politicamente il modello “burlandiano”, che la candidatura di Raffaella Paita va a riproporre. Le primarie dello scorso gennaio hanno infatti indicato in via inequivocabile l’orientamento dei democratici liguri, nonostante le legittime polemiche sui brogli elettorali. Eppure, anche gli altri schieramenti in campo sembrano aver trovato slancio solo da questo avviso di garanzia, tanto un Giovanni Toti catapultato in Liguria da Arcore quanto un Movimento Cinque Stelle finora piuttosto in sordina.
Indizi che mostrano quanto il gioco di queste elezioni sia tutto nelle mani della stessa Paita. Davvero difficile, infatti, immaginare che gli elettori liguri possano premiare il marziano Toti. Inoltre le primarie di gennaio hanno dimostrato quanto Paita sia forte in territori tradizionalmente favorevoli al centrodestra. Alice Salvatore del Movimento Cinque Stelle dovrà invece sgomitare per conquistare spazio mediatico, salvo un maggior impegno di Beppe Grillo nell’ultima parte di campagna elettorale. Luca Pastorino di Rete a Sinistra costituisce invece di fatto un prolungamento delle primarie perse da Cofferati, nonché un avamposto della più ampia battaglia all’interno del Pd nazionale. Per quanto possa far bene, difficile pensare che possa superare la madrepatria Pd. A ciò si aggiunga che ciò che sta alla sinistra del partito di Matteo Renzi non è riuscita a esprimere un candidato comune, dal momento che Antonio Bruno sarà il candidato dell’Altra Liguria.
Primocanale definiva lo scontro Paita-Cofferati “la vera sfida per la presidenza della Liguria”, senza concedere evidentemente troppo credito alle altre forze politiche.Se le opposizioni continueranno a rincorrere i guai della candidata Paita, le elezioni del prossimo 31 maggio rischiano di trasformarsi in una ratifica della vittoria della candidata designata.

Isisteria

Oggi pomeriggio lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di ieri al museo del Bardo a Tunisi. La stampa italiana, però, aveva fretta. Questa mattina, l’Isis era già il colpevole sicuro sulle prime pagne di molti quotidiani italiani. Poco importa se la stampa estera più autorevole e anche una minoranza di quella nostrana si scriveva chiaramente che il gesto dei terroristi non era ancora stato rivendicato, e quindi, secondo le regole del terrorismo mondiale, non avevano ancora paternità. L’Isis oggi va per la maggiore. Fa vendere. E allora La Stampa lo mette in apertura “I primi italiani uccisi dall’Isis”, più o meno come Il Tempo: “Ora l’Isis uccide gli italiani”. E così via.
“Isis all’assalto”, “Attentato dell’Isis”, “Strage dell’Isis” dappertutto. Come se fosse l’unico problema del mondo, come se non esistessero altri gruppi terroristici attivi in Nordafrica. Ok, lo Stato Islamico ha subito lodato i terroristi. Ok, visto l’attivismo degli uomini di al-Baghdadi si poteva immaginare che fossero loro i responsabili. Era probabile. Ma l’informazione non si fa con la probabilità. Si fa coi fatti, e il fatto, in quel momento, non sussisteva.
La diffusione virale dei video dello Stato Islamico serve a destabilizzare l’occidente anche dal punto di vista psicologico. Se la stampa perde la lucidità e la capacità di lettura dei fatti, non farà che rendergli il gioco più semplice.

Parole forti per pensieri deboli

“Il nemico oggi è il potere centrale e una sorta di nazismo del Nord Europa che ci sta distruggendo” – Alessandro Di Battista.
 
“In Italia è in corso ora, mentre tu stati leggendo questo articolo, un colpo di stato” – Beppe Grillo.
“Padani discriminati, vittima di pulizia etnica” – Matteo Salvini.

In Europa comandano i nazisti, in Italia ci sono colpi di stato quasi quotidiani nonché casi di pulizia etnica causati dall’immigrazione clandestina. E le parole non hanno più alcun valore. Quelle riportate qui sopra sono un minimo estratto di un tipo di dichiarazione a cui ormai siamo assuefatti. Dichiarazioni clamorose, che colpiscono l’immaginario di chi ascolta ma che non hanno alcun evidente contatto con la realtà. Sembra non esista altro modo di comunicare per la nostra classe politica. Guerra, invasione, dittatura, nazismo e molti altri sono termini storicamente pesanti, ormai entrati nel lessico quotidiano dei comizi, dei social network e delle apparizioni televisive.

Con ancora più forza della parolaccia, parole come queste esaltano le tifoserie o per lo meno creano la giuste dose di scandalo, che male non fa (bene o male purché se ne parli, no?). Inutile dire che il dibattito pubblico non ne esce arricchito. Chi dichiara la guerra, la rivoluzione o quant’altro si limita a gettarla in pasto degli spettatori, ma non si prende poi la briga di approfondire, c’è subito un’altra palla di cannone da sparare. I tifosi sugli spalti sentono montare dentro una gran rabbia, ma non sanno di preciso contro che cosa. Il fumo della polvere da sparo copre la scena, i fischi degli spari rendono sordi. Si perde ogni contatto tra la parola detta e il suo significato, l’importante è esagerare, stupire e fare audience.

La violenza verbale è da sempre una componente dello scontro politico, ma oggi è la regola, non l’eccezione, ed è indirizzata alle persone più spesso che ai contenuti. In questo tipo di comunicazione sguazzano i partiti di opposizione populisti come la Lega Nord di Salvini e (anche se in modo meno sistematico rispetto a qualche mese fa) il Movimento Cinque Stelle. Anche le forze di maggioranza non ne sono però del tutto immuni. Ci sono infatti vari tipi di questa violenza verbale. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi non urla e non sbraita, ma sa quando è il momento di usarla e lo fa piuttosto bene. Definire “gufi” tutti quelli che non la pensano come lui è un modo brillante per evitare questioni di merito, e con sole due parole (“Fassina chi?”) ha liquidato per un po’ i malumori interni al suo partito.

Può sembrare paradossale la presenza di toni tanto alti in un momento in cui lo scontro politico effettivo, a ben vedere, è ridotto ai minimi termini. È chiaro infatti che a livello nazionale il Pd di Renzi ha un ruolo chiave, e continuerà ad averlo finché non emergerà un’alternativa credibile. In questo scenario si ha la spiacevole sensazione di avere a che fare con attori piuttosto che con leader politici, alla ricerca della facile indignazione piuttosto che di reali alternative di governo. Lo scatto d’ira artificiale è un’ottima arma per avere la meglio in un dibattito nei talk show televisivi. Quando non si sa più che dire, parlare male degli altri è un porto sicuro.

Questo tipo di linguaggio è anche indotto dai media, in un certo senso è ciò che il pubblico vuole. Genera una gran quantità di fumo, ma l’aria ne è satura al punto che risulta inoffensivo, finché si rimane capaci di prenderlo poco seriamente.

La sfida di Tsipras all’Europa

In democrazia uno dei più efficaci strumenti di controllo degli elettori nei confronti degli eletti è il voto. In un sistema realmente democratico è buona norma quella dell’alternanza tra due forze di governo, di modo che quando una di queste forze dovesse governare male, gli elettori abbiano la possibilità di votare per l’altra forza politica, punendo chi ha fatto male e dando un’opportunità a chi si reputa possa fare bene.

In Europa l’esempio da manuale di questo sistema è l’Inghilterra, dove ad alternarsi al governo sono principalmente conservatori e laburisti. Questo schema di base è stato presto o tardi assunto da molte altre democrazie europee, fino a diventare lo schema prevalente, in genere ritenuto come quello delle democrazie cosiddette “mature”. In Germania i cristiani della Cdu si alternano coi socialisti dell’Spd, in Spagna il governo è retto tradizionalmente da popolari o socialisti, in Grecia dai conservatori di Nea democrazia o dai socialisti del Pasok.

In questi anni di crisi ed euroscetticismo crescente lo schema bipolare si sta rompendo in molti paesi, anche dove sarebbe stato difficile pensarlo fino a qualche anno fa. Se in Francia la presenza di un Front National forte non è una novità, lo è quella di movimenti contrari, scettici o critici all’attuale assetto europeo in praticamente tutti i paesi nell’area euro. In Germania il partito “Alternativa per la Germania” è in crescita ma non ancora esploso, probabilmente grazie alla maggior tenuta economica del paese. In Spagna il partito di sinistra Podemos secondo i sondaggi ha scavalcato il partito popolare del premier Rajoi e i socialisti, e persino in Inghilterra il populista Farage ha ottenuto più voti di conservatori e laburisti alle ultime europee. In Italia convivono due partiti euroscettici, la Lega Nord di Salvini e il Movimento Cinque Stelle. Tuttavia in Italia non c’è mai stata una forte tradizione dell’alternanza di governo, se si escludono gli anni di Berlusconi e Prodi.

Insomma, l’alternanza funziona se c’è una fiducia di fondo nel sistema che regge uno Stato, certezza sulle regole condivise. Quando questa certezza viene meno, nascono nuovi partiti “antisistema”, che possono puntare a conquistare il governo. In Europa si sta producendo una uova frattura, che porta alla nascita e crescita di movimenti e partiti euroscettici o apertamente anti-euro, di destra (Front National in Francia, Ukip in Inghilterra o Lega Nord in Italia), di sinistra (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna) o populisti “puri” (il Movimento Cinque Stelle in Italia).

In Grecia la frattura è stata tanto violenta da portare uno di questi partiti al governo. Anzi, due. Infatti Syriza di Alexis Tsipras per raggiungere la maggioranza assoluta ha stretto un’alleanza di governo con i Greci indipendenti, partito euroscettico di destra, quindi posto su posizioni opposte rispetto a quello del premier. Su tutto, meno che sulla critica agli attuali assetti europei e all’austerità. Con quest’alleanza anomala Tsipras ha scelto di dare un’impronta del tutto “europea” al suo esecutivo, preferendola a quella con forze più ideologicamente affini (come i socialisti del Pasok o i centristi di To Potami) ma decisamente meno decise nella critica alla Troika e alle politiche europee.

D’altrone, solo se l’azione del governo Tsipras avrà respiro europeo, potrà avere speranza di successo. I fanatici del rigore e dell’austerity si richiamano costantemente agli impegni che la Grecia deve mantenere, focalizzando l’attenzione sul singolo caso. In questo modo la Grecia appare come lo studente indisciplinato dell’ultimo banco che, dopo aver oziato, chiede un trattamento di favore per poter passare l’esame. Se Tsipras e il suo ministro Varoufakis non chiederanno un trattamento di favore per la Grecia ma un cambio complessivo delle politiche europee, la loro azione sarà probabilmente più efficace, specie nel lungo periodo. Era d’altronde per questo che Tsipras si era candidato per la Commissione alle ultime elezioni europee. L’obiettivo non dovrà essere mettere una pezza alla Grecia, ma impedire che un caso Grecia non avvenga più in futuro.

Per fare questo avrà bisogno di stringere alleanze, di instaurare un dialogo con quanti oggi si dicono contrari all’austerity. Non è un caso che tra i primi con cui ha parlato siano leader di partiti del Partito Socialista Europeo, il francese Hollande, il tedesco Schulz e oggi l’italiano Renzi. Partiti molto diversi da Syriza e politici che poco hanno in comune con Tsipras, ma che appoggiando il premier greco nella battaglia contro l’austerità  potrebbero rilanciare l’immagine della sinistra europea, vista oggettivamente come un tutt’uno con la destra europeista di Merkel o Juncker.

L’alternativa alla fine dell’austerità assume in molti paesi tratti inquietanti. In Grecia è arrivato terzo il partito neonazista Alba Dorata, che ha dichiarato apertamente di attendere il fallimento di Tsipras per poi prendersi un paese ridotto in macerie.

La gestione dei rapporti con Tsipras dirà molto sulla maturità democratica dell’Unione Europea.

La strage senza foto di Boko Haram

Lontano dalle telecamere e dai nostri smartphone, il gruppo terroristico Boko Haram sta massacrando interi villaggi nella Nigeria del nord. Un attacco dello scorso 8 gennaio contro la città di Baga avrebbe provocato centinaia di vittime. Amnesty International la definisce la più grave strage della storia del gruppo e la Bbc parla di 2.000 persone uccise, ma non c’è certezza sui numeri. In ogni caso, gli attacchi di Boko Haram sono proseguiti nei giorni successivi, con l’infame utilizzo di bambini a cui veniva legato dell’esplosivo per farli esplodere nei mercati o in altre zone frequentate, causando decine di vittime ad ogni attacco.

“Boko Haram” vuol dire “l’educazione occidentale è peccato” ed è il nome di un gruppo terroristico di fondamentalisti islamici. Il loro leader Abubakar Shekau ha giurato fedeltà all’autoproclamato califfo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi. I due gruppi hanno infatti in comune l’odio contro i valori occidentale e l’ambizione di creare un califfato su cui far valere le leggi della shari’a. Nel caso di Boko Haram, l’obiettivo sarebbe inglobare nei territori del nuovo califfato un’area che comprende l’attuale nord-est della Nigeria e i territori limitrofi del Camerun e del Ciad.

Questi i fatti essenziali di una storia che meriterebbe ben altro approfondimento. Un approfondimento che è difficile ritrovare nei principali media occidentali, nei quotidiani della carta stampata, nei telegiornali o nei siti web. Nei giorni del massacro di Boko Haram il mondo aveva gli occhi puntati sulla Francia, sulla strage nella redazione di Charlie Hebdo e su tutto quello che ne è seguito. Il 7, l’8 e il 9 gennaio abbiamo tenuto gli occhi morbosamente incollati allo schermo, trattenuto il fiato durante i sequestri al supermercato ebraico e al casolare dove erano nascosti i fratelli Kouachi e infine tirato un istintivo sospiro di sollievo al termine dei blitz. Alla strage di Boko Haram i telegiornali dedicano un breve servizio quando c’è, i quotidiani una pagina.

Non ci sono foto né video della strage di Boko Haram. Forse se ce ne fossero i social network ne verrebbero invasi, e le condivideremmo insieme ad un nuovo hashtag creato per l’occasione. Forse i telegiornali le trasmetterebbero come prima notizia avvisando che “potrebbero urtare la sensibilità di chi guarda”, e verrebbero spese ore di talk show sull’argomento. Non si tratta di fare una squallida gara di visibilità con quanto avvenuto in contemporanea in Francia, ma il diverso spazio riservato dai media ai 2 fatti dimostra quale forza e quale peso abbia oggi l’immagine nella comunicazione.

Il gusto della lacrima in primo piano di cui canta Giorgio Gaber in C’è un’aria è diventata una delle regole auree dell’informazione, insieme al gusto per la diretta e del commento. Per ovvi motivi è difficile avere foto e video in tempo reale da quanto accade in Nigeria, come sarebbe difficile averne da alcune zone dell’Asia o dall’Africa subsahariana. Anche per questo ciò che accade in quelle zone del mondo rimarranno sempre notizie di serie b. Basti pensare che persino i media nigeriani hanno dedicato più spazio ai fatti di Parigi rispetto a quello che avveniva all’interno dei loro stessi confini.

La forza delle immagini, insomma, sta imponendo il proprio dominio nel mondo dell’informazione. Non basta raccontare il fatto, bisogna mostrarlo il più da vicino possibile, e possibilmente in tempo reale, altrimenti non ne vale la pena. In un mondo in cui si fa confusione tra il reale e il virtuale, ciò che non colpisce, non è visibile e commentabile non interessa. Non avviene.

Per una maggiore comprensione di ciò che sta avvenendo in Nigeria, consiglio la lettura di questo articolo:

Perché la Nigeria è indifesa di fronte a Boko Haram

È st’ acqua qua

Orcoboia” dice Pierluigi Bersani sintonizzato su Primocanale. La tv che ha trasmesso in diretta il dramma delle alluvioni liguri, oggi trasmette il crollo di ciò che restava del suo Partito Democratico. Raffaella Paita ha vinto le primarie, e sarà la candidata del Pd per la presidenza della Regione.
Orcoboia.
 
 
Raffaella Paita è assessore alla Protezione Civile della giunta di Claudio Burlando.
Raffaella Paita è la continuità con Claudio Burlando, che ce l’avevano tutti con lui dopo l’alluvione.
Raffaella Paita è la pupilla di Claudio Burlando che dopo trent’anni che era lì la gente era stufa.
Raffaella Paita ha detto che in fondo anche a livello nazionale siamo in coalizione con l’Ncd quindi tanto vale consumare sto matrimonio e non pensarci più.
Che l’avesse detta lui una roba così andavano tutti a strappare la tessera del Pd in lacrime sotto casa sua, è stacquaquà.  
Che poi quei cinesi lì non lo convincono mica.
Ragassi. Siam mica qui ad asciugar gli scogli. Che se cominci a pensare che Saso è una brava persona anche se ha problemini con voto di scambio e n’drnagheta poi non smetti più, eh. Che Cantone può mica essere ovunque a controllare. Che a furia di dire che son garantisti la situazione gli sta fuggendo di mano. Siam passi? Il pesce sega quando si fidanza non smette mica.
Che c’avevan messo pure Cofferati per non far vincere Renzi anche lì, eh.
 
 
Cofferati è uno che ha una storia dietro.
Cofferati è uno competente, che c’ha la prospettiva europea.
Cofferati è stimato da tutti, ha portato 3 milioni in piazza contro Berlusconi.
Cofferati è uno che ce lo vedi a fare il presidente della Regione.
Cofferati ha perso.
 
 
 
 
Orcoboia.
Gliel’avevan detto a Bersani che i sessantenni che hanno iniziato nel Pci di Berlinguer con la tessera della Cgil in tasca eran passati di moda. Ma non pensava così tanto. Pensava che chi da giovane cantava la locomotiva e bella ciao non si potesse liquidare così facilmente come conservatore servo del sistema.
Sarà che il Pd è quella roba lì e basta? Sarà davvero che non si torna più indietro?
Ragassi, se piove piove per tutti.
Se piove piove per tutti. Non sa se ci crede più Bersani, mentre spegne la Tv con il sigaro ridotto a un mozzicone. Che ultimamente gli sembra di essere l’unico fesso che si bagna sempre, mentre altri un rifugio in qualche modo lo trovano.
Siam mica qui a tenere il piede in due scarpe.

Erano francesi

È difficile riuscire a scrivere qualcosa di originale riguardo quanto successo ieri a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo, qualcosa che non sia già stato scritto, detto, commentato. Forse perché è inevitabile che a volte i racconti si assomigliano un po’ tutti, ed è persino giusto che sia così. Due uomini vestiti di nero hanno sparato e ucciso 12 persone e ne hanno ferite altre 10. Tra le vittime due poliziotti. Probabile la matrice islamica. Come raccontare in modo diverso quanto accaduto ieri? Come uscire dai binari dello sgomento di tutti o della cieca esaltazione di pochi che vivono su questa terra? Il male, in fondo, è banale, come ci insegna Hannah Arendt.
Poi passano le ore e il racconto si fa meno sfocato, si riempie di dettagli. Abbiamo i nomi dei sospetti: Said e Chérif Kouachi, due fratelli franco-algerini di poco più di 30 anni, nati a Parigi. Cittadini francesi a tutti gli effetti. L’immigrazione non c’entra, in questo caso, e se possibile il fatto si fa ancora più inquietante. Perché sono stati cittadini francesi a sparare ad altri francesi. Perché viviamo in un continente che fa crescere dentro di sé l’odio, che sforna giovani esaltati, che vanno a combattere in Siria o ovunque esplodano conflitti religiosi per poi tornare in Europa, imbevuti della propaganda dell’Isis o di altri gruppi Jihadisti. I fratelli Kouachi, oltre che in Siria, hanno fatto esperienza in Mali, paese in cui la Francia è impegnata direttamente. Non era la prima volta che uccidevano, come si capisce dalla disinvoltura con cui imbracciano il fucile e dall’efficienza militare di tutta la loro azione, riscontrata dagli esperti in materia.
Per alcuni giovani europei la propaganda di morte del fondamentalismo islamico è più attraente di quella europea, dei valori di libertà che Charlie Hebdo senz’altro rappresenta. “Giovani bigotti che hanno ucciso vecchi libertini” li ha definiti Michele Serra su la Repubblica di oggi. Giovani bigotti, e francesi. Europei. Occidente e oriente sfumano, e i semi dell’odio maturano dove non ci si aspetta, partono da internet, dai social network per diventare a volte terribilmente reali. Per lo stesso motivo a volte crescono coraggiosi semi di tolleranza e speranza dove non sono ammessi.
Erano francesi anche Charb, Cabu, Tignous, Wolinski e le altre vittime. Con le loro matite si prendevano gioco di ogni fondamentalismo. E questo i fondamentalisti non lo possono sopportare.

La zappa sui piedi

Al vertice Asia-Pacifico di due giorni fa Barack Obama ha detto ai leader di Russia, Cina e Giappone che gli Stati Uniti favoriranno l’apertura dei mercati a livello globale, ma non la “corsa al ribasso” sui diritti. Oggi il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker si è presentato alla stampa per giustificare gli accordi che il suo Lussemburgo ha concluso numerose imprese, che hanno di fatto reso possibile un imponente rete di elusione fiscale. C’è qualcosa che stride tra questi due fatti.

L’elusione fiscale è uno degli effetti malefici della globalizzazione. In assenza di leggi al riguardo, con semplici spostamenti di capitale o di sedi fiscali in paesi dalla tassazione bassa, colossi che fatturano miliardi all’anno versano alle casse dello stato ospitante cifre irrisorie, o non ne versano affatto. Clamoroso il caso della Apple, che spostando la sede fiscale in Irlanda avrebbe risparmiato circa 74 miliardi di tasse nel triennio 2009-2012, senza esportare nell’isola dei trifogli benefici né tantomeno posti di lavoro. L’Irlanda è uno dei tanti paradisi fiscali europei, come il Lussemburgo amministrato per 18 anni da Juncker. Il fisco ultra-leggero di questi stati è un boccone troppo invitante per aziende globali come la Apple, il cui comportamento in base alle leggi attuali risulta del tutto legale. Il caso Apple è finito sotto la lente dell’Ue in quanto “aiuto di stato” (quelli si, vietati dal regolamento comunitario) ricevuto dall’Irlanda.

Un obiettivo anti-elusione a lungo termine dell’Unione è l’armonizzazione fiscale tra gli stati membri, che dovrebbe porre fine all’esistenza di veri e propri paradisi fiscali come l’Irlanda, il Lussemburgo, l’Olanda o l’Austria. Può guidare un processo del genere colui che da Primo Ministro del Lussemburgo avrebbe sottratto miliardi alle casse europee? No, hanno risposto con nettezza Bloomberg e altri media del mondo anglosassone, da sempre piuttosto ostile a Juncker. Lui dal canto suo non pensa a dimissioni, e la maggioranza che lo sostiene non sembra intenzionata a mosse a sorpresa.

C’è probabilmente molto di strumentale nelle accuse indirizzate al capo della Commissione, non si scopre certo oggi che il Lussemburgo sia un paradiso fiscale. La sfida della parificazione fiscale e la lotta all’elusione partono però con un ostacolo in più. Se può brindare il Regno Unito (sempre contrario a qualunque cosa vada oltre una collaborazione di tipo economico) e gli stati che da questa situazione traggono vantaggio, per chiunque aspiri ad un’Europa davvero unita questa vicenda è una zappa sui piedi di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

Il tema è tanto importante quanto poco raccontato dai media. A esso dovrà necessariamente dedicare ampio spazio il Trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, se davvero i primi non appoggiano la “corsa al ribasso sui diritti” e gli altri intendono impedire che l’elusione fiscale diventi sistemica. Il rischio è di vivere solo gli affetti negativi della globalizzazione. Uffici vuoti, nessun posto di lavoro e miliardi di dollari invisibili che corrono sopra le nostre teste, senza che nemmeno una goccia di essi cada sulle nostre teste.

No, we can’t

Ricordo il 2008. Ero in terza superiore, e gli Stati Uniti eleggevano un nuovo presidente. Mi piaceva, anche se di politica ne masticavo poco. Intanto era nero, e scusate se è poco. Scrissi un tema su di lui e lo conclusi con “Good luck, Obama”. Parlava di ritiro dell’esercito dalle zone di guerra, di rendere più accessibile il sistema sanitario, di limitare la diffusione delle armi, di lotta all’inquinamento, di diritti di minoranze. Come può un sedicenne non essere d’accordo?

Ieri su quel sogno è calato il sipario. Game over. “Yes we can” si è trasformato in un malinconico “No, we can’t”. I repubblicani si sono ripresi il Senato e controllano entrambi i rami del Congresso. “Ora è il momento di lavorare insieme” ha riconosciuto il presidente. Coi “cattivi”, descritti in modo quasi caricaturale dalla stampa italiana in piena estasi davanti alla personalità di Obama, la cui popolarità in Europa supera di gran lunga quella negli States. Nei Simpsons dell’ultraconservatrice Fox i repubblicani sono il perfido signor Burns, il petroliere texano dal grilletto facile, il ricco clown Krusty proprietario di una catena di cibo spazzatura, il celebre attore vagamente antisemita.

Nella vita reale contrari alla Carbon tax, ai matrimoni omosessuali, in buona parte militaristi convinti, ultraliberisti in economia, spesso convinti che girare con la pistola in tasca sia un diritto. Ci sono poi molti modi di essere repubblicano, come nello stile della politica d’oltreoceano. Esiste per esempio un’ala isolazionista, contraria a qualsiasi intervento militare all’estero.

In generale amano definirsi definirsi dei pragmatici, l’opposto dell’ Obama sognatore del 2008. Si gloriano di dire le “cose come stanno”, sono fans della realpolitik fino ai confini del cinismo ostentato. Negli Stati Uniti di oggi, un po’ spaventati e un po’ stanchi del sogno obamiano rimasto tale, hanno vinto loro. Gli ultimi due anni di presidenza Obama passeranno senza nemmeno l’ombra di quello che fu lo slancio di sei anni fa. Poi ci sarà un nuovo presidente, forse repubblicano o forse un democratico, forse un Bush o forse una Clinton, ma non un altro Obama. Di questo possiamo essere sicuri.